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Festival letteratura di viaggio: Dacia Maraini, "Moravia adorava viaggiare"

In ESCLUSIVA l'intervista di Antonio Politano alla scrittrice

26 settembre, 19:18
Dacia Maraini e Alberto Moravia Dacia Maraini e Alberto Moravia

"Moravia in viaggio era instancabile. La cosa che più sorprendeva è che da ultimo era anche anziano, ma si muoveva come un giovanotto e non si stancava mai. Mi ricordo una volta che siamo arrivati – dopo otto ore di Land Rover, su quelle strade terribili – in un paesino in mezzo all’Africa e lui ha sentito che stavano suonando e ballando e ha detto: "Andiamo a ballare!". Questo era Moravia, veramente un ragazzino". E' uno dei passaggi della lunga intervista che Antonio Politano ha fatto a Dacia Maraini in occasione del Festival della Letteratura di Viaggio e che sarà proiettata domenica 28 settembre in occasione dell’incontro Moraviana (Palazzetto Mattei, Giardini, ore 17.30).

 

Moravia viaggiatore. Uomo, compagno di viaggio, scrittore. "Moravia era un uomo che amava molto viaggiare, – bagaglio leggero, abiti funzionali. C’era in lui uno stile da reporter anni trenta, – piuttosto un reporter di cultura anglosassone che non italiana. Grande capacità di adattamento: cura scrupolosa dell’igiene, pasti frugali, sempre pronti disinfettanti per l’apparato digerente", ha scritto Enzo Siciliano.

Gli piaceva molto incontrare le persone del luogo, chiedeva sempre di incontrare gli scrittori, i cineasti, gli affabulatori, insomma gli intellettuali. E ce ne sono sempre, anche nei paesi più arcaici, così detti primitivi. C’è sempre qualcuno che si occupa di arte, anche solo di scolpire delle statuette per i turisti, ma a lui piaceva incontrare le persone, cercava questi incontri. E poi è vero quello che dice Siciliano, che era sobrio, mangiava pulito, cercava di stare attento. Viaggiando in Africa bisogna stare attenti: non bere mai acqua, mangiare la frutta sbucciata, la verdura cotta. D’altronde per fortuna né lui né io abbiamo mai preso nessuna malattia. Stavamo attenti, prendevamo l’anti-malaria. E poi era molto curioso. Gli piaceva girare negli itinerari diciamo non-turistici. Perché gli itinerari turistici purtroppo sono già prefabbricati e spesso sono fasulli, c’è qualcosa di preparato per i turisti, per non fargli far fatica. Però è una finzione, una recita, spesso la recita dell’esotico. Invece lui cercava di andare dove non andavano i turisti, e in questo senso era un viaggiatore intelligente, un viaggiatore non conformista.

 

Gli anni di Dacia furono caratterizzati dalla grande scoperta dell’Africa Nera.

Non sono io che gli ho fatto scoprire l’Africa Nera. C’era un grande interesse di Pier Paolo prima di tutto, ma anche di Alberto, per una zona del mondo che ancora portasse i segni del passato, di qualcosa di preistorico: terreni che non erano mai stati coltivati dall’uomo, abitati da bestie selvatiche, una popolazione molto antica che praticava l’animismo, un mondo che sembrava fermo lì da migliaia di anni e – venendo da un paese invece nevroticamente portato verso la tecnologia, verso le risse politiche – c’era proprio la voglia di un tuffo in qualcosa di diverso, di antico e forse anche di fermo nel tempo. Direi che andare in Africa era in quegli anni un viaggio nel tempo, veramente un viaggio in un millennio diverso dove sembrava che la vita cominciasse allora. In certi momenti sembrava di poter vedere in lontananza degli animali preistorici, c’era qualcosa di onirico e di vibrante in quell’aria africana e questo affascinava molto sia Pier Paolo che Alberto e quindi siamo andati spessissimo. Abbiamo anche frequentato l’Africa del nord, quella musulmana, ma più quando Pier Paolo cercava i luoghi per il film.

 

Nel ‘64 Dacia Maraini e Alberto Moravia partono per un giro del mondo. "Con Dacia ho veramente viaggiato, in un senso in qualche modo avventuroso, che non è tanto fatto di avventure ma di completa dimenticanza del mondo stabile e ben definito lasciato in patria. Ho viaggiato come si sogna. Con questo voglio dire che per molte ragioni, tra le quali, principale, il carattere cosmopolita di Dacia, ho finalmente viaggiato con abbandono e scoperta. Non è senza significato che per festeggiare la nostra unione scegliemmo di fare il giro del mondo. Forse fu una specie di scommessa, in realtà fu anche, soprattutto, una fame alla fine soddisfatta di spazio e libertà".

Abbiamo fatto un viaggio, un giro del mondo, non in 80 giorni ma fermandoci in molti paesi. Però non è la cosa che più mi è rimasta in mente perché in fondo c’era quest’ansia di andare da un posto all’altro. Io veramente preferisco fermarmi di più in un luogo unico e cercare di capirlo, di conoscerlo più a fondo di quanto non sia un viaggio, un giro del mondo che può essere una sfida. Preferisco invece soffermarmi, infatti di solito i nostri viaggi erano molto più stabili, ci soffermavamo in un posto e stavamo lì un mese, venti giorni, girando all’interno di un Paese. Di solito era così, quindi non ho dei ricordi così intensi come li ho avuti di altri viaggi.

 

"Era la pietà per le cose, per i caratteri mutevoli del mondo che spingeva invece Moravia a ricondurre tutto alle cellule germinali, alle forme primarie, alla molla che travolge l’essere nell’apparire. Questo lo rendeva avido di viaggi. Disse di essersi ammalato d’Africa nel volgere degli anni ‘60, certo l’Africa Nera fu in lui oggetto di un vero e proprio innamoramento e questo innamoramento lo accompagnò per tutta la vita, da allora fino alla morte. L’esotico di sicuro fu sempre tra le sue passioni", ha scritto Enzo Siciliano.

Bisogna vedere cosa si intende per esotico perché per esempio Flaubert lo considerava addirittura una parolaccia, pensava che l’esotismo fosse una cosa detestabile, fosse una debolezza dell’occidentale che vede in maniera convenzionale e stereotipata i paesi lontani. Quindi l’esotismo è caricare di una specie di misteriosità delle cose che poi – viste da vicino – sono realiste, sono reali e hanno i loro problemi. Se invece diamo un altro significato, il significato di essere innamorati dell’altro, del diverso, della cultura da scoprire che è tanto lontana dalla nostra, allora in questo senso naturalmente è vero che Alberto era innamorato dell’Africa come ha detto Siciliano, ed era un innamoramento. Come sempre gli innamoramenti migliorano le persone, danno una carica in più, danno un’euforia, uno spirito, ci si sente vicini a un paese, a una cultura, a una storia, a un’iconografia. L’amore secondo me rende migliori perché si è più disponibili all’altro e quindi è un’apertura della mente, del cuore, degli occhi, di tutto. Si vedono meglio le cose. Naturalmente l’amore può portare a idealizzare, e quindi magari a falsificare però non era il caso di Alberto. Perché Alberto era poi una persona estremamente realista, lui non era uno che sognava così, naturalmente gli piaceva molto vedere il diverso però capiva che dietro quel diverso – che magari lui tendeva a vedere fantastico – c’era poi una realtà di sofferenza, di fame, di malattie. Non era il sogno che cancella la realtà, questo non era il suo caso.

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