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A Petra, la città dei Nabatei unica e fragilissima

Direttore sito, 'Su Medioriente confusione: Giordania è sicura'

23 novembre, 19:32

di Daniela Giammusso

 

''I terroristi dell'Isis? No, qui a Petra non ci fanno paura''. A parlare, nei giorni finora più duri e pieni di interrogativi dello scontro con lo Stato Islamico, è Emad Hijazeen, Deputy Chief Commissioner del Parco Archeologico della Città rosa del deserto, l'antica capitale del regno dei Nabatei, oggi luogo simbolo della Giordania.

 

Un gioiello unico e fragilissimo, che da più di duemila anni lotta contro la forza del vento e dell'acqua, sopravvivendo alla corsa delle carovane cariche di merci e saperi, ai Nabatei che ne hanno scolpito la roccia con imponenti edifici funerari, ai Romani che vi innalzavano teatri e colonnati, e che ancora oggi si rivela sempre diversa all'occhio del visitatore per quei colori che cambiano a seconda della posizione del sole. Tenuta nascosta per secoli dai beduini, riscoperta nel 1812 dall'esploratore svizzero Johannes Burckhardt, oggi Petra è sito Patrimonio Unesco dal 1985 e una delle 7 meraviglie del mondo moderno dal 2007.

 

    ''Le immagini di quello che è accaduto a Palmira ci hanno impressionato - racconta Hijazeen all'ANSA in un perfetto italiano imparato all'Università a Torino - ma non abbiamo paura: qui siamo in Giordania. Il problema, semmai, è che la guerra con l'Isis e la questione sicurezza negli ultimi quattro anni hanno dimezzato i turisti. Fino al 2010 erano un milione l'anno. Oggi sono mezzo milione, perché quando si parla di Medioriente si fa spesso confusione e si mescolano le regioni: Egitto, Siria, Giordania...''. Certo, per proteggere il sito e il suo monumento-simbolo, il Tesoro, ''abbiamo attivato un programma, United 4 Heritage, che unisce il Petra Authority, il Dipartimento per le antichità e l'ufficio Unesco di Hamman''. Ma per il resto si lavora e si guarda al futuro come sempre.

 

    ''Quando si parla di Petra - dice Hijazeen - si tratta di 264 chilometri quadrati di territorio. Solo il 5% è visitabile e solo il 15% scavato''. Come dire, nascosti lì sotto ci sono ancora secoli di storia da scoprire. ''Gli ultimi ritrovamenti hanno rivelato, ad esempio, l'importanza e il ruolo della donna nella società dei Nabatei, completamente diverso da oggi. Il re volle addirittura che il volto della regina fosse impresso nelle monete del suo conio". "In questo momento - prosegue il direttore - ospitiamo 20 missioni internazionali, in arrivo da tutto il mondo, anche dall'Italia. Ma da un anno abbiamo cambiato politica e chiediamo un progetto più complessivo e articolato del solo scavo. Per noi è più importante proteggere e tutelare ciò che troviamo, che aggiungere reperti''. I nemici principali, ''l'acqua e l'impatto dei turisti stessi''.

 

In questa direzione va anche il progetto italiano in corso. ''Con l'Ispra (l'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) stiamo lavorando per la stabilizzazione del Sik, con finanziamenti anche dal Governo italiano, per più di un milione di euro, e dall'Unesco di Hamman. Per noi lavorare con i vostri geologi, archeologi ed esperti della conservazione, è importantissimo. Abbiamo bisogno delle vostre conoscenze, in modo che il nostro staff possa proseguire anche quando sarete andati via. Quanto al futuro - sottolinea - di questo luogo vogliamo far conoscere non solo l'archeologia, ma anche la cultura, l'arte''. Come con Petra by night, visite tre volte a settimane per ascoltare canti tradizionali seduti davanti al Tesoro illuminato solo dalle fiaccole. Si lavora poi a un Petra Cultural Heritage, ''per un'esperienza reale di contatto con la popolazione'' e, in un più ampio progetto di promozione reciproca, con la Turkish Airlines si sta mettendo a punto una app per tour virtuali nel sito. ''Con l'Ambasciata Italiana di Hamman poi - conclude Hijazeen - il prossimo mese avremo Luca Aquino e la sua tromba a suonare e registrare nel Sik, insieme a Carmine Ioanna e Sergio Casale e cinque musicisti dell'Orchestra giordana''.
   

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