Ilva: Cassazione, i Riva consapevoli disastro ambientale
Le motivazioni della sentenza del 16 gennaio
04 aprile, 18:24TARANTO - Il gruppo Riva, al quale fa capo l'Ilva di Taranto, era consapevole del disastro ambientale che l'attività produttiva dello stabilimento provocava sulla città: è quanto scrive la prima sezione penale della Cassazione nelle motivazioni della sentenza con la quale, il 16 gennaio scorso, ha confermato gli arresti domiciliari nei confronti del patron dell'Ilva, Emilio Riva, del figlio Nicola, già presidente del cda del gruppo, e dell'ex direttore dello stabilimento di Taranto Luigi Capogrosso. Attraverso "argomenti logici e immuni da interne contraddizioni", scrive tra l'altro la Suprema Corte, il Tribunale della libertà di Taranto ha evidenziato che il disastro ambientale subito dal capoluogo ionico "era certamente riconducibile anche alla gestione successiva al 1995, quando è subentrato il gruppo Riva nella proprietà e nella gestione dello stabilimento siderurgico e che gli accertamenti effettuati hanno chiarito che l'inquinamento è attuale".
Per i giudici della Cassazione, i due Riva e Capogrosso con "spregiudicatezza" e "pervicacia" hanno dato prova "di perseverare nelle condotte delittuose, nonostante la consapevolezza della gravissima offensività per la comunità e per i lavoratori delle condotte stesse e delle loro conseguenze penali". Nelle motivazioni della sentenza depositate oggi, i giudici sottolineano che "le concrete modalità di gestione dello stabilimento siderurgico dell'Ilva hanno determinato la contaminazione di terreni ed acque e di animali destinati all'alimentazione umana in un'area vastissima che comprende l'abitato di Taranto e i paesi vicini, nonché un'ampia zona rurale tra i territori di Taranto e Statte". Tutto questo porta a contestare alla dirigenza Ilva una serie di reati gravi che vanno dal disastro doloso alla omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro, all'avvelenamento di acque e di sostanze alimentari.










