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Pitoni a rischio, moda italiana sotto accusa

Quasi mezzo milione le pelli esportate da Sudest asiatico

15 gennaio, 20:55
DOGANIERE MOSTRA PELLE PITONE . DOGANIERE MOSTRA PELLE PITONE .

BRUXELLES - Oggi sono quasi mezzo milione le pelli di pitone esportate dal Sudest asiatico, soprattutto da Indonesia, Malesia e Vietnam. Il principale importatore è l'industria europea della moda, con l'Italia al top, seguita da Germania e Francia. Un commercio che mette a rischio estinzione le specie di pitone, a partire dal 'reticulatus' asiatico, secondo quanto riferisce l'ultimo rapporto del Centro internazionale del commercio (ITC) e dell'Unione mondiale per la conservazione della natura (Iucn), insieme al programma Traffic con il Wwf.

La stima del giro d'affari annuale delle pelli di pitone è di un miliardo di dollari e il rapporto rileva che quasi il 70% della merce risulta passare da Singapore. Ma il problema è una generale mancanza di 'trasparenza' del mercato globale circa la provenienza degli stock nel Paese, che potrebbe facilitare il 'riciclaggio' delle pelli da diversa origine.

"Il rapporto mostra che i problemi dell'illegalità persistono nel commercio delle pelli di pitone - spiega Alexander Kasterine, dell'ITC - e questo può costituire una minaccia per la sopravvivenza delle specie". Secondo Kasterine "l'industria della moda e quella conciaria hanno un grande ruolo da giocare nel sostenere la Convenzione sul commercio internazionale di specie di flora e fauna selvatica minacciate di estinzione (Cites) e i Paesi in via di sviluppo perché assicurino che le forniture siano legali e sostenibili".

Nonostante oltre il 20% delle pelli espoertate dal Sud Est asiatico siano dichiarate come provenienti da animali in cattività, secondo il rapporto non si tratta di un dato convincente, perché i costi di allevamento sostenuti perché i pitoni raggiungano la taglia adatta per essere uccisi risultano più elevati di quelli del prezzo di mercato a cui poi viene venduta una pelle. "Una pelle di pitone reticulatus di 2,5 metri - spiega Massimiliano Rocco, responsabile specie, Traffic e foreste del Wwf Italia - che sul mercato in Indonesia costa circa 125 dollari, dopo la lavorazione può trasformarsi in cinque portafogli, due borse e due paia di scarpe, rendendo anche oltre diecimila euro".

Secondo l'esperto del Wwf Italia " 'bisognerebbe rafforzare il sistema dei controlli, studiare con attenzione le rese e le utilizzazioni delle pelli, scarti e conce, primarie informazioni per evitare le introduzioni e il lavaggio di pelli illegali nel nostro Paese''. Un forte monitoraggio del commercio della fauna selvatica è nello stesso interesse dell'industria italiana, che se dovesse perdere la risorsa perché non viene gestita in maniera sostenibile all'origine, rischia di perderla per sempre. "Finora - commenta Rocco - non si registrano iniziative da parte del mondo privato perché cambi qualcosa".

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