Rapporto Wwf, da orso a pipistrelli, sos estinzione
07 giugno, 19:40
Animali: wwf, stambecco alpi da 100 a 10.000 esemplari
Portato quasi sull'orlo dell'estinzione, lo stambecco delle Alpi nella seconda meta' del XIX secolo sopravviveva esclusivamente nel Gran Paradiso con una popolazione prossima alle 100 unita'. Ma grazie a misure di protezione la specie si e' potuta conservare e, successivamente, ha mostrato segni di ripresa a partire dagli anni '60. In Italia, negli ultimi 10 anni, si e' registrato un deciso aumento numerico: la consistenza stimata ammonta complessivamente a circa 31 mila capi, dei quali 10 mila presenti nelle 60 colonie italiane, distribuite in tutte le regioni alpine. Cosi' il Wwf Italia parla, sul sito ufficiale dell'associazione, dello stambecco delle Alpi inserito nella Lista rossa delle specie di mammiferi italiani in pericolo. Lo stambecco delle Alpi (Capra ibex) e' distribuito sull'arco alpino, in Francia, Svizzera, Austria, Germania e Italia; la specie e' stata inoltre introdotta in Slovenia e Bulgaria. In Italia, negli ultimi 10 anni, si e' registrato un deciso aumento numerico: da circa 5 mila capi ai valori attuali, con un incremento medio annuo dell'8%. Lo stambecco delle Alpi frequenta aree poste tra 1.600 e 2.800 metri in inverno e tra 2.300 e 3.200 in estate; i quartieri di svernamento sono di preferenza caratterizzati da versanti con esposizione sud-sud-ovest, con pendenze medie di 35-45 gradi, elevata complessita' e frammentazione. Le pareti rocciose e le praterie d'altitudine sono le tipologie fisionomiche maggiormente interessate dalla presenza della specie durante tutto l'anno, mentre le zone rupestri e i macereti vengono frequentati esclusivamente durante i periodi estivi. I vasti complessi forestali chiusi e i ghiacciai rappresentano la principale barriera agli spostamenti dello stambecco delle Alpi, che mostra estrema lentezza nella colonizzazione di nuove aree.
Anche se lo stambecco delle Alpi non e' piu' in pericolo di estinzione, le sue popolazioni sono tuttora assenti da parte dell'antico areale: la distribuzione e' ancora puntiforme con buone densita' di animali solo in aree limitate (in Italia il 50% delle presenze riguarda il solo parco nazionale del Gran Paradiso e l80% degli individui e' distribuito nelle province di Aosta, Torino e Sondrio). Solamente in Svizzera le colonie sono numerose e abbastanza omogeneamente distribuite. La specie e' sottoposta sull'arco alpino a diverse tipologie di gestione, che vedono l'attuazione di abbattimenti selettivi in Svizzera, Austria e Slovenia e una protezione totale in Francia e Italia.
ANIMALI: WWF, SOS LONTRA ITALIA, IN GRAN PARTE ESTINTA
Nel nostro Paese la lontra si e' estinta in gran parte del suo areale che fino ai primi anni del secolo comprendeva gran parte del territorio nazionale. Questo l'allarme lanciato dal Wwf, dalle pagine on-line del suo sito, che inserisce la lontra tra i mammiferi italiani in pericolo. Adesso, la lontra (Lutra lutra) e' presente in gran parte dell'Europa e dell'Asia. Si conoscono, prosegue il Wwf, almeno 10 sottospecie di lontra, tra cui quella paleartica, Lutra lultra lutra, che vive in Italia. Attualmente, la lontra e' presente con nuclei frammentati, soprattutto del centro-sud, come dai dati che provengono da: 1 stazione in Liguria, 3 stazioni in Emilia Romagna, da 2 a 3 in Toscana, da 3 a 4 nel Lazio, 3 in Abruzzo, 2 in Molise, circa 20 in Campania, circa 10 in Basilicata, 4 in Puglia, 4 in Calabria. La popolazione piu' importante di lontra e' evidentemente quella che somma i nuclei della Campania e Basilicata. Si puo' calcolare, approssimativamente, una popolazione di circa 260 individui. La lontra frequenta ambienti molto vari: vive nei fiumi, nei torrenti, nei laghi, nelle paludi. Si nutre essenzialmente di pesce, in particolare delle specie lente come i ciprinidi (arborella, cavedano, vairone) e l'anguilla, che cattura con grande abilita'. Integra la sua dieta con anfibi e qualche piccolo mammifero e uccello, in alcune aree caccia anche le natrici. Generalmente conduce vita solitaria che abbandona soltanto durante l'epoca degli amori. E' legata ad un determinato territorio la cui estensione dipende dalle risorse disponibili e dalla facilita' di rifugio. Il ciclo riproduttivo e' ancora poco noto e le informazioni disponibili derivano soprattutto da studi di individui tenuti in cattivita'. La gestazione va dai 61 ai 74 giorni e i parti possono avvenire in tutte le stagioni, con la nascita di 1-3 piccoli.
Il problema lontra si e' posto fin dai primi anni '80, con l'organizzazione di un Gruppo Lontra nato su stimolo del Wwf Italia. Dopo un primo censimento, le attivita' si sono concentrate in alcuni bacini e si e' attivato un programma di riproduzione in cattivita'.
ANIMALI: WWF, SALE POPOLAZIONE LUPO MA C'E' PERICOLO CACCIA
Da una stima di circa 100 esemplari di lupo nei primi anni '70 si e' passati a una attuale di circa 800 lupi. Ma a minacciarlo ce' il bracconaggio illegale. Cosi' il Wwf, sulle pagine on-line del suo sito, racconta di quello che ritiene un grande successo, e cioe' dell'accrescimento della popolazione del lupo che comunque rimane nella Lista rossa dei mammiferi italiani in pericolo di estinzione.
La popolazione di lupo (Canis lupus) in Italia ha subito, negli ultimi 20 anni, notevoli cambiamenti sia nel numero che nella distribuzione. Ancora piu' importante e' l'aumento dell'areale di distribuzione del lupo che oggi occupa sostanzialmente tutta la catena appenninica dalla Calabria alle Alpi Marittime e anche la catena alpina almeno fino a tutta la Valle Stura in Piemonte. Questa espansione del lupo, spiega il Wwf, e' in continua evoluzione, ed e' probabile che la specie continui ad allargare il suo areale verso nord ricolonizzando gradualmente tutte le Alpi franco-italiane e presto anche italo-svizzere. La popolazione italiana di lupo e' stata in passato descritta come sottospecie distinta, ma recentissime analisi hanno dimostrato che la distanza genetica del lupo italiano dalle altre popolazioni europee e' nei limiti di una normale variabilita' intra-popolazionale. La genetica ha messo in luce anche una caratteristica unica del lupo italiano che permette il suo riconoscimento attraverso il Dna mitocondriale. La specie di lupo (popolazione italiana) e' inserita dall'Unione internazionale per la conservazione della natura nella categoria di minaccia vulnerabile. Il lupo italiano e' ormai abituato a convivere con alte densita' umane e con le molteplici attivita' antropiche con le quali ha imparato a trovare compromessi. La sua attivita' e' concentrata nelle ore notturne. Di giorno riposa nelle aree meno disturbate del suo territorio, che ha una dimensione media di 150-250 kmq. Il lupo percorre non piu' di una decina di chilometri per notte, mentre i giovani possono percorrere distanze molto piu' lunghe. Anche se mancano buoni dati per l'Italia (un solo caso di 85 km percorsi in una settimana), il lupo ha una capacita' di spostamento e ricolonizzazione sufficiente per comparire sporadicamente quasi in ogni parte della penisola. Nonostante l'espansione geografica e demografica, il lupo italiano continua a essere una specie minacciata per almeno due ragioni: la prima e' l'alto numero di esemplari abbattuti illegalmente in Italia (15-20% della popolazione totale), la seconda e' la forma dell'areale di distribuzione che e' allungato sulla catena appenninica e frammentato da aree di qualita' molto diversa tra loro.
Il bracconaggio resta il principale fattore di controllo della popolazione, con tempi e modi che spesso pongono seri problemi di conservazione delle piccole popolazioni locali. E, in particolare risulta estremamente dannoso l'uso di bocconi avvelenati. Cio' comporta dei vuoti importanti nella continuita' degli areali e pone seri ostacoli al rimescolamento delle popolazioni. Il bracconaggio, dice il Wwf, avviene da parte di allevatori in difesa del bestiame domestico e di cacciatori.
ANIMALI: WWF, POPOLAZIONE ORSO BRUNO ITALIA 40-55 ESEMPLARI
L'orso bruno sopravvive nel parco nazionale d'Abruzzo Lazio e Molise con una popolazione stimabile in circa 40-55 individui. Sulle Alpi, invece, le condizioni ottimali sono venute meno e la popolazione di orso bruno ha fatto registrare una lenta e inesorabile diminuzione numerica. In questo modo il Wwf, sul suo sito, parla di questo animale inserito nella Lista rossa delle specie di mammiferi in pericolo. L'orso bruno (Ursus arctos), dice il Wwf, era ben rappresentato in Europa fino agli inizi del XIX secolo. Oggi gli spazi necessari per mantenere la continuita' ecologica dell' orso bruno sono riscontrabili in Europa, nei Balcani o sui Carpazi. In Italia queste condizioni sono ancora sufficienti in alcuni settori degli Appennini dove, in un'area gravitante attorno al Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise, sopravvive una popolazione di orso bruno stimabile in 40-50 individui. Sulle Alpi oggi sopravvive solo un nucleo di orso bruno nel Trentino occidentale, in un'area compresa per la maggior parte all'interno del parco naturale Adamello-Brenta. Anche questa popolazione si e' comunque numericamente ridotta. Attualmente, si ritiene che la consistenza del nucleo trentino di orso bruno sia di circa 16-18 unita' (di cui 10 immessi grazie a un progetto Life). Il buono stato di conservazione della popolazione balcanica di orso bruno ha come conseguenza l'espansione verso nord-ovest, in Austria e Italia. Allo stato attuale si puo' quindi parlare di una piccola popolazione, stimabile in circa 15-20 animali, che gravita nell'area compresa tra la Foresta di Tarvisio, la Carinzia (Austria) e la Slovenia. Negli ultimi anni alcuni individui di orso bruno si sono spostati in Friuli Venezia-Giulia o Veneto, fino ad arrivare nella Provincie di Pordenone e Belluno dove qualche animale si e' stabilito in modo quasi costante. Sulle Alpi la specie di orso bruno e' strettamente legata al bosco, anche se questo adattamento e' stato probabilmente determinato dalle persecuzioni umane. In questi ambienti frequenta boschi maturi e misti in cui e' presente un abbondante e variato sottobosco; tuttavia, per alimentarsi, puo' visitare coltivazioni marginali di graminacee oppure frutteti. L'orso bruno e' essenzialmente onnivoro, soprattutto vegetariano, anche se non disdegna la carne. Quest'ultima viene rinvenuta soprattutto in primavera quando, grazie al senso dell'olfatto particolarmente sviluppato, riesce a ritrovare carogne di ungulati selvatici travolti dalle valanghe. Nello spettro alimentare dell'orso bruno rivestono notevole importanza gli insetti (formiche, vespe, carabidi); compie anche incursioni negli apiari per cibarsi di api, fuchi, larve e miele. Nel periodo estivo inizia ad alimentarsi abbondantemente cibandosi soprattutto di germogli, erbe e radici. Nella tarda estate e in autunno, quando l'orso bruno deve costituire le riserve di grasso che gli consentiranno di superare un nuovo inverno, la frutta riveste molta importanza nella sua alimentazione. Durante il letargo invernale l'orso bruno puo' essere parzialmente attivo soprattutto quando le giornate sono particolarmente calde, tuttavia questo periodo viene trascorso comunque senza che esso si alimenti. L'orso bruno non e' un animale sociale e, fatto salvo il periodo degli amori, e' sostanzialmente solitario.
I piccoli, solitamente da 1 a 3 (raramente 4), nascono in gennaio-febbraio nella tana di svernamento. La femmina con i cuccioli abbandona il ricovero invernale in genere piu' tardi dei maschi e in questo periodo tende a evitare ogni possibile incontro con questi ultimi che potrebbero diventare pericolosi ed uccidere anche i propri figli. Studi teorici hanno dimostrato che una popolazione di orso bruno di meno di 50 unita' ha il 95% di probabilita' di sopravvivere per almeno 100 anni. In Abruzzo abbiamo una buona densita' che si aggira su 1 orso bruno circa ogni 25 kmq. Ma per incrementare la popolazione anche in altre aree, si dovrebbe cercare di eliminare il bracconaggio sulla specie che e' ancora presente e causa il 36% delle morti.
Il parco Adamello-Brenta ha avviato un progetto per l'immissione di 15 orsi bruni per scongiurare la scomparsa della specie dal Trentino. Sembra infatti piuttosto difficile, anche se non e' completamente da escludere, che l'azione di ricolonizzazione spontanea in atto a est possa arrivare, in tempi brevi, fino al Trentino occidentale. Il Wwf Italia ha sviluppato un progetto Life per favorire il ritorno dei grandi carnivori sulle Alpi, che ha permesso di risarcire i danni provocati dalla specie sugli allevamenti, la realizzazione di opere di prevenzione dei danni, interventi volti al miglioramento dell'attivita' venatoria in alcuni ambiti provinciali, l'eliminazione della pratica di caccia agli ungulati con il segugio, azioni di comunicazione e sensibilizzazione dell'opinione pubblica.
ANIMALI: WWF, PER VITA BALENOTTERA TANTO KRILL E POCO RUMORE
Tanto krill (da controllare attraverso un monitoraggio), poco rumore (soprattutto quello di origine umana) e attivita' di tipo commerciale regolamentate. Basterebbe osservare queste regole, dice il Wwf sulle pagine del suo sito, per non mettere in pericolo la balenottera comune, un cetaceo prevalentemente pelagico.
La presenza della balenottera comune (Balaenoptera physalus), regolare in tutti i mari italiani eccetto l'Adriatico, dove e' occasionale (e dove di recente, al largo delle coste del Gargano in Puglia, si sono spiaggiati alcuni capodogli che sono poi morti), e' frequente in estate nel mar Ligure, nel mare di Corsica, nell'alto e nel medio Tirreno, nel mare di Sardegna settentrionale e nello Jonio; i pochi dati disponibili sembrano indicare una distribuzione invernale piu' uniforme. Nel bacino corso-ligure-provenzale la popolazione di balenottera comune fu stimata nel 1992 in 901 esemplari, circa un quarto di quella dell'intero Mediterraneo occidentale. La specie e' inserita dall'Unione per la conservazione della natura nella categoria di minaccia En - Endangered (minacciata). La balenottera comune e' un cetaceo prevalentemente pelagico, che tuttavia spesso si puo' osservare anche in prossimita' delle coste. La popolazione mediterranea di balenottera comune e' geneticamente distinguibile da quella atlantica, e pertanto la si ritiene riproduttivamente isolata e residente. Nel Mediterraneo la sua unica preda conosciuta e' il krill, l'eufausiaceo planctonico Meganyctiphanes norvegica, di cui sembra si alimenti prevalentemente in estate. Frequenti osservazioni estive di neonati lasciano presumere che la stagione riproduttiva non sia strettamente limitata all'inverno come avviene nelle popolazioni oceaniche. I fattori di degrado del Mediterraneo, che sembrerebbero pesare meno sulla balenottera comune che sugli altri cetacei sono: la contaminazione da sostanze xenobiotiche e' piu' bassa per via della collocazione della specie nella catena trofica, le attivita' di pesca, reti derivanti comprese, incidono meno sulla sua mortalita', l'alimento non sembra essere limitante. Tuttavia, le modeste dimensioni della popolazione mediterranea e il suo confinamento in un mare fortemente antropizzato consigliano il monitoraggio dello status del krill, il suo unico alimento, il monitoraggio dei livelli delle fonti di rumore di origine umana (traffico marittimo, attivita' industriali e militari), la regolamentazione di future attivita' di whale watching commerciale e la valutazione d'impatto del disturbo da traffico marittimo e soprattutto della proliferazione della navigazione ad alta velocita'.
ANIMALI: WWF,IN GROTTA O UCCISI DA PESTICIDI;SOS PIPISTRELLI
Elevata frequentazione delle grotte, uso abbondate di pesticidi e errata gestione forestale. Sono questi i motivi, secondo la Lista rossa del Wwf sulle specie di mammiferi in pericolo in Italia, alla base del forte calo numerico di alcuni pipistrelli (chirotteri). Il basso numero di ricerche, spiega il Wwf dal suo sito, limita notevolmente le possibilita' di determinarne con precisione lo status. Ancora oggi, continua, molte aree del nostro Paese non sono state indagate da un punto di vista chirotterologico e, date le difficolta' di rilievo, altre dovrebbero essere sicuramente aggiornate con indagini piu' approfondite. Cio' nonostante, si puo' tentare una prima sintesi su questi mammiferi. Per quanto riguarda il gruppo dei Rinolofi (Rhinolophus ferrumequinum, Rhinolophus hipposideros, Rhinolophus mehelyi, Rhinolophus euryale e Rhinolophus blasii), e' composto da specie legate ad ambienti ipogei come grotte o cavita' artificiali, e anche vecchie case abbandonate. Per la distribuzione, possiamo accorpare Rhinolophus ferrumequinum, Rhinolophus euryale e Rhinolophus hipposideros, specie ad ampia diffusione, presenti in buona parte d'Italia. Rhinolophus mehelyi e' presente in Puglia, Sicilia e Sardegna; proprio in quest'ultima regione troviamo le piu' abbondanti colonie, anche riproduttive.
L'ultima specie, Rhinolophus blasii, potrebbe essere estinta in Italia, data l'assenza di segnalazioni recenti. Per i Vespertili, cioe' le 10 specie appartenenti al genere Myotis (Myotis mystacinus, Myotis brandti, Myotis emarginatus, Myotis capaccinii, Myotis daubentonii, Myotis dasycneme, Myotis nattereri, Myotis bechsteini, Myotis myotis, Myotis blythii), la situazione e' molto piu' complessa, sia per il limitato numero di dati recenti, sia per la difficolta' di individuare colonie. Come rifugi utilizzano ambienti ipogei, forestali oppure vecchi ruderi abbandonati. Molte di queste specie sono in pericolo, e di alcune non si conosce la distribuzione in Italia. Le tre specie di nottole (Nyctalus noctula, Nyctalus leisleri, Nyctalus lasiopterus) sono quasi esclusivamente legate, per i rifugi, agli ambienti forestali maturi. La distribuzione a livello italiano non e' ben conosciuta per il limitato numero di segnalazioni disponibili. Sono sicuramente specie ad alto rischio, minacciate dall'errata gestione dei nostri boschi, troppo spesso costituiti da alberi giovani.
ANIMALI: WWF, FOCA MONACA TRA MAMMIFERI PIU' RARI A MONDO
La foca monaca del Mediterraneo e' il mammifero marino piu' minacciato d'estinzione in Europa e uno dei piu' rari al mondo. Cosi' il Wwf Italia, dalle pagine del suo sito, ricorda questo animale che rientra nella Lista rossa delle specie di mammiferi in pericolo nel nostro Paese. Al genere Monachus appartengono specie distinte: la foca monaca del Mediterraneo (Monachus monachus), la foca monaca delle Hawaii (Monachus schauinslandi) e la foca monaca dei Caraibi (Monachus tropicalis). Le abitudini di vita della foca monaca del Mediterraneo sono ancora in gran parte sconosciute. Un tempo la foca monaca si trovava in tutte le acque costiere del Mediterraneo. Nel tratto di costa compreso tra la Mauritania e il Marocco si raccoglievano nel periodo riproduttivo piu' di 300 individui ridotti oggi a circa 100 individui. I due terzi della popolazione originaria di foca monaca sono morti a causa di epidemie o per l'avvelenamento causato da particolari alghe tossiche. Oggi la foca monaca vive solo in alcune isole e in alcuni tratti di costa ancora intatti. I nuclei piu' consistenti e vitali sono quelli delle isole greche dell'Egeo, delle isole greche dello Ionio meridionale e delle coste meridionali della Turchia. Sopravvivono alcune foche in Adriatico, nelle isole della Croazia meridionale e nel Mediterraneo centrale (sono giunte delle segnalazioni dalla Sardegna, dalla Sicilia e da alcune isole dell'arcipelago toscano). La specie di foca monaca del Mediterraneo e' inserita dall'Unione internazionale per la conservazione della natura nella categoria di minaccia Cr - Critically endangered, cioe' gravemente minacciata. La specie di foca monaca delle Hawaii viene ritenuta En - Endangered (minacciata), mentre la foca monaca dei Caraibi e' ritenuta Ex - Extinct (estinta).
La foca monaca non frequenta esclusivamente i bassi fondali in prossimita' della costa ma e' in grado di compiere per nutrirsi grandi spostamenti lunghi anche decine di chilometri. Inoltre, si immerge continuamente raggiungendo una profondita' di 90 metri. I maschi adulti per alcuni mesi all'anno sono territoriali, difendendo tratti di scogliera e non tollerando la presenza di altri maschi. Le femmine adulte, con un ciclo riproduttivo di poco superiore ai 12 mesi, generano in media un cucciolo all'anno. La foca monaca puo' dormire in aperto lasciandosi cullare in superficie. Quando il mare e' agitato si immerge e si adagia sul fondo. La creazione di nuove aree protette e una rigida regolamentazione delle attivita' di pesca in quelle zone dove vivono anche poche foche sta dando ottimi risultati.
Nel parco marino delle Sporadi settentrionali in Grecia, in quello delle isole Desertas in Portogallo e in varie localita' della Turchia e' stato riscontrato un aumento nel numero di individui e del loro tasso riproduttivo. Tuttavia, osserva il Wwf, tanto resta ancora da fare; in Italia, per esempio, vi sono localita' abitate da questa specie che meriterebbero interventi decisi da un punto di vista amministrativo, una maggiore sensibilizzazione e un controllo costante sul territorio. Un tempo molto diffusa in tutto il Mediterraneo, come testimoniano antichi testi greci e latini, la specie e' oggi uno degli animali piu' rari e minacciati di estinzione al mondo. Attualmente la stima e' di 300 esemplari, prevalentemente tra le isole greche e turche. Nuotatrice instancabile e' capace di spostarsi per decine di chilometri anche in un solo giorno. Difficile osservarla in superficie poiche' preferisce nuotare a lungo completamente immersa sfruttando la spinta propulsiva delle pinne posteriori. In Italia e' stata avvistata anche quest'estate intorno alle coste dell'isola del Giglio e a quelle di Ponza e Zannone.
ANIMALI: LISTA ROSSA WWF, IN ITALIA A RISCHIO 70 MAMMIFERI
Delle 110 specie di mammiferi che vivono in Italia, 70 rientrano nella Lista rossa curata dal Wwf Italia. Oltre a quelli piu' noti come l'orso bruno alpino, la lontra, la foca monaca e il delfino, ci sono anche specie rare, e importanti, tra cui due lepri come il quercino di Lipari e il ferro di cavallo di Blasius (un pipistrello segnalato solo per l'Italia nord-orientale) e il cervo sardo. Si capisce cosi' l'importanza che riveste il nostro Paese, ritenuto un hot spot, nella lotta alla perdita di biodiversita', di cui si celebra nel 2010 l'anno internazionale.
La fauna italiana, dice il Wwf sul suo sito italiano, include 110 specie di mammiferi, prendendo in considerazione solo le specie autoctone, e non quelle immesse, per vari motivi, nel corso di questi ultimi secoli. Ben 70 specie di mammiferi, pero', ovvero circa il 64% del totale, sono in pericolo e di queste il 44%, cioe' 48 specie, risultano minacciate. Tra questa schiera di specie di mammiferi a rischio, 30 sono chirotteri, noti (piu' semplicemente) come pipistrelli, 8 sono cetacei e il resto sono mammiferi terrestri; 7 specie e sottospecie sono considerate in pericolo critico. Le specie in pericolo sono 15 e tra queste rientrano mammiferi come l'orso bruno marsicano, il cervo sardo, il capriolo italiano, il capodoglio, il delfino e il camoscio appenninico. Mentre tra i mammiferi considerati vulnerabili ci sono specie molto note come il lupo, il gatto selvatico, la balenottera comune e una lunga lista di pipistrelli.














