Percorso:ANSA > Ambiente&Energia > Consumo & Risparmio > In Italia 10 edifici in aree a rischio e da abbattere

In Italia 10 edifici in aree a rischio e da abbattere

Report 'Effetto bomba' di Legambiente, esposti a frane e alluvioni

18 giugno, 19:38
Alluvione a Peschici del 2 settembre 2014 Alluvione a Peschici del 2 settembre 2014

Dal tribunale di Borgo Berga di Vicenza, costruito tra due fiumi, alla Casa dello studente di Reggio Calabria, edificata all'interno di una fiumara. La mappa degli edifici a "effetto bomba" stilata nell'omonimo dossier di Legambiente chiede interventi urgenti: sono almeno 10 secondo l'associazione le strutture in Italia che si trovano in aree a rischio idrogeologico e che per questo andrebbero demolite o delocalizzate al più presto.

Si tratta, spiega Legambiente, di edifici - o di aree edificate italiane - che amplificherebbero i danni di eventi climatici estremi. Oltre al tribunale vicentino e allo studentato di Reggio Calabria, la mappa annovera altri 8 siti da bollino rosso: il Centro multisala cinema di Zumpano (Cosenza), edificato su una scarpata vicino al fiume Crati; la Scuola di Aulla (Massa e Carrara), realizzata sul letto del fiume Magra; un centro commerciale in provincia di Chieti, realizzato a 150 metri dall'argine del fiume Pescara; l'edificazione sul torrente Coriglianeto (Cosenza); le segherie di Carrara; l'area artigianale di Genova; il deposito di materiali radioattivi di Saluggia (Vercelli); la frazione di Isola Sacra a Fiumicino (Roma).

I comuni italiani in cui sono presenti aree a rischio idrogeologico, sottolinea Legambiente, sono 6.633, per un totale di oltre 6 milioni di cittadini esposti a pericolo di frane e alluvioni. Dal 2000 al 2015, nota il dossier "Effetto bomba", si sono verificati circa 2mila eventi atmosferici estremi con frane e allagamenti che hanno causato la morte di più di 300 persone e richiesto uno stanziamento economico di oltre un miliardo di euro solo negli ultimi cinque anni.

“Per questo occorre cambiare le forme di intervento nel territorio e ripensare la pianificazione urbanistica attraverso la chiave dell'adattamento al clima – ha dichiarato il vice presidente di Legambiente Edoardo Zanchini -. Ce lo chiede da tempo la commissione europea e ce lo consentirebbero anche i fondi strutturali 2014-2020. Si tratta però di un grande cambiamento culturale. I cambiamenti climatici ci obbligano a guardare in modo diverso al territorio, perché proprio la gestione sciagurata del territorio può contribuire ad aggravare i rischi per le persone e le cose. Di fronte a questo scenario servono scelte nuove e radicali: in caso di edifici che mettono a rischio le persone che vi abitano o vi lavorano e anche chi sta intorno, l'unica scelta possibile è quella della demolizione e delocalizzazione delle attività. Per questo ci aspettiamo un impegno in tal senso e un segnale di discontinuità da parte del Governo, a partire dall’appuntamento degli Stati generali sul clima di lunedì prossimo”.

Una soluzione apparentemente difficile da percorrere ma che, in molti casi, risulterebbe più conveniente e sostenibile a lungo termine. Oggi tali pratiche non sono minimamente considerate anche nel caso di edifici, infrastrutture e opere costruite palesemente in posti sbagliati ad elevato rischio - e quindi periodicamente soggetti ad interventi per la loro manutenzione o per la ricostruzione delle opere che li difendono – continuando a preferire la strategia di mantenerli dove sono e di proteggerli strenuamente.

Legambiente in questo dossier ha individuato le autentiche situazioni di emergenza dove occorre intervenire subito per mettere in campo questo cambiamento, vere e proprie bombe a orologeria in attesa del prossimo evento meteorologico, che mettono in pericolo vite umane e richiedono notevoli spese per riparare i danni, di anno in anno più elevate. Dieci casi simbolo con edifici collocati in aree R3 e R4 di rischio idrogeologico, dove esondazioni, alluvioni e situazioni di pericolo si ripetono con cadenza regolare e dove la prossima emergenza può essere solo questione di tempo.

“Occorre ragionare seriamente sulle possibili soluzioni e sulla necessità di rimuovere questi edifici pericolosi – ha dichiarato il responsabile scientifico di Legambiente Giorgio Zampetti -. Tutti i soggetti coinvolti (Ministeri, Regioni, Autorità di bacino, uffici tecnici comunali, ordini professionali, associazioni di categoria, commercianti, artigiani, comitati e cittadini), dovrebbero avviare una concertazione con l'obiettivo di rivedere la programmazione degli interventi e predisporre opportuni vincoli sulle aree oggetto degli interventi di delocalizzazione, individuando soluzioni procedurali e economiche per realizzare gli interventi di demolizione e delocalizzazione. Occorre poi inserire gli interventi di delocalizzazione all'interno della pianificazione di bacino (a partire dai Piani di gestione del rischio alluvioni), e in un programma più ampio di politiche di adattamento ai cambiamenti climatici e riqualificazione urbana, con l'obiettivo di aumentare la capacità di risposta della città ai sempre più frequenti eventi meteorici intensi, ristabilendo il delicato equilibrio tra la città e i corsi d'acqua e riducendo il carico delle attività antropiche nelle aree a maggior rischio”.

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA