• Venezia ricorda 500 anni di vita del Ghetto, oltre i recinti delle paure

Venezia ricorda 500 anni di vita del Ghetto, oltre i recinti delle paure

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(di Rosanna Codino) Shylock, il più celebre ebreo di Venezia, uscito dalla penna di Shakespeare, è il simbolo del ghetto di ieri e dei 'ghetti' di oggi: pretende l'uguaglianza nella diversità, sottolineando la sua identità universale, quella di uomo. E' suo il volto ideale delle manifestazioni con cui Venezia vuole ricordare i 500 anni di vita del suo ghetto, il più antico del mondo ma anche il più aperto, un unicum nell'universo dei luoghi urbani di costrizione. E non solo per essere quasi sospeso in mezzo alla città, protetto dallo scudo di edifici che hanno sfidato il cielo, potendosi espandere solo in altezza.

"La mia famiglia ha origini ebraiche, ma non ho avuto un'educazione religiosa e ho scoperto queste radici ormai quasi adulto - racconta Vittorio Colombo dal banco della libreria Don Chisciotte -. Ci sono moltissime cose da dire del ghetto; la sua originalità rispetto all'urbanistica lagunare, cosa non da poco in una città che sembra uniformemente storica ma in realtà assai varia. E' uno dei pochi angoli a ricordarci la Venezia di un tempo, ancora viva e vissuta, la città delle donne sedute in campo, intorno a una vera da pozzo". I residenti ebrei del ghetto sono attualmente una trentina (sostituiti nel corso degli anni dai veneziani non ebrei) ma più di 500 risultano gli iscritti alla Comunità ebraica. Claudio Scarpa, direttore dell'Associazione Veneziana Albergatori, si descrive come un "amico dell'ebraismo", avendo una moglie di origini ebraiche e una sorella convertita. "Cosa rende questo luogo così speciale? Il patrimonio intatto delle sue sinagoghe e un Museo - dice - che non ha paragoni nel resto d'Europa. Un ghetto non ghetto verrebbe da dire, luogo di incontro di culture". Al punto che sono centinaia i veneziani e i turisti che stanno contribuendo al restauro delle preziose vetrate della sinagoga spagnola, destinando a questo scopo un euro del biglietto d'ingresso. Per il Rabbino della Comunità ebraica di Venezia, Scialom Bahbout, l'identità del ghetto di Venezia ha curiosamente il sapore e il colore inusuale della polenta.

"La prima volta venni a Venezia nel 1954 - rivela - mia madre lavorava nella Casa di riposo e io e mia sorella arrivavamo da Tripoli per festeggiare la Pasqua. Nel menu c'era la polenta di mais, un piatto che non avevamo mai mangiato nella ricorrenza. Mi fece impressione ma testimoniava quanto anche nella cucina le barriere razziali fossero state infrante". E' un ricordo dolceamaro, invece, quello che testimonia da Israele la scrittrice di origini padovane Manuela Dviri, autrice tra l'altro di "Un mondo senza noi" edito da Piemme.

"Il ghetto di Venezia, nonostante il suo straordinario fascino, mi fa sempre una certa malinconia - rileva -. Adoro l'eleganza delle sue scole e l'incanto misterioso dei suoi dedali e cunicoli, segreti e labirinti, e nello stesso tempo, con quei suoi palazzi di sette piani in cui si viveva ammassati perché altra soluzione non c'era, rimane per me sempre e comunque angosciante, simbolo di repressione e costrizione in cui i miei avi furono costretti per secoli". E' passato mezzo millennio dalla sua creazione, afferma, e sembra che i muri, i ghetti e i reticolati "stiano tornando di moda, anzi molti se li augurano, per potersene chiudersi dentro o per chiuderci dentro altri, quelli che sono diversi da noi e che ci fanno una gran paura". "Ma la paura è una pessima consigliera. Per questo il ghetto deve rimanere ammonimento contro ogni chiusura, fisica o mentale, ogni costrizione e ingiustizia - conclude - un inno alla libertà e all'apertura all'altro, per quanto difficile possa essere".
   

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