50 anni fa dalla nebbia spuntò la luce dell'Ajax

Era una squadra sconosciuta, 5-1 al Liverpool e nacque leggenda. ALL'INTERNO IL VIDEO DI QUELLA PARTITA

ROMA - In una fredda serata di dicembre, in mezzo a una nebbia che faceva vedere poco o niente, cambiò la storia del calcio. Successe ad Amsterdam mezzo secolo fa, quando quel 5-1 inflitto al Liverpool negli ottavi di Coppa Campioni segnò la nascita del mito dell'Ajax e di Johan Cruijff, all'epoca 19enne e autore di una doppietta al ritorno, quando incantò Anfield e finì 2-2. Mai smentita sul campo fu più amara di quella subìta da Bill Shankly, amatissimo tecnico dei Reds.
    Dopo l'andata, pur avendone presi 5, disse che "l'Ajax non mi ha fatto una grossa impressione, hanno avuto tanta fortuna e la prossima settimana a Liverpool li batteremo per 7-0: potete crederci". Non fu così, anzi, il Profeta del Gol si svelò al mondo e il calcio non fu più lo stesso. Fu un anticipo di '68, con la rottura degli schemi in campo e fuori, e con quel pokerissimo cominciò l'era di un gioco nuovo e delle mogli e fidanzate in ritiro. Quei ragazzi con i capelli lunghi, guidati da Rinus Michels che era più 'rivoluzionario' di loro, volevano cambiare il mondo, quasi fossero una versione 'pallonara' dei Beatles, e ci riuscirono entrando nella storia dello sport più amato.
    Non a caso il 'Fog Game' (così venne ribattezzato) del 7 dicembre 1966, in cui l'allora 15enne Louis Van Gaal fece da raccattapalle, era la partita che a Cruijff piaceva più di ogni altra ricordare, più delle finali vinte. L'aveva vista solo chi stava in campo, ma l'arbitro Antonio Sbardella decise che si doveva giocare lo stesso e fu l'inizio di qualcosa di completamente diverso, di un calcio fatto di passaggi di prima, continue sovrapposizioni senza ruoli di riferimento e con portieri che giocavano anche con i piedi. Insomma, il calcio totale.
    E pensare che il Liverpool, rappresentante di quell'Inghilterra che aveva vinto i Mondiali qualche mese prima, era il principale favorito della Coppa di quella stagione calcistica. Invece i Reds vennero annichiliti dall'Ajax, la 'squadra del ghetto' chiamata così perché 'figlia' della comunità ebraica di Amsterdam uscita quasi annientata dalla seconda guerra mondiale. Si rivelò al mondo e fece capire che si sarebbe presa tutto, anche se in quel torneo venne poi eliminata nei quarti di finale dal Dukla Praga. Irriverenti come sempre, i ragazzi dell'Ajax individuarono la causa di quell'eliminazione nel fatto che, solo quella volta, non avevano mangiato l' 'osseworst', un salsicciotto kosher di carne affumicata che era un po' il loro 'carburante'.
    I tulipani sbocceranno definitivamente a livello internazionale di lì a poco - la prima finale, persa pero', nel '69 col Milan prima del tris vincente 71-73, una volta che si era cementata l'intesa di Cruijff con i vari Keizer, Swart (che si portava gli scarpini da casa dopo averli fatti baciare dalla figlia) e Suurbier, tutti cresciuti a un paio di chilometri dal campo e pieni di quella gioia di giocare che era anche 'joie de vivre', quando si presentavano agli allenamenti con addosso ancora i vestiti della sera precedente. E che quando erano già in prima squadra ma non ancora calciatori a tempo pieno, lavoravano part time per alcuni commercianti di tessuto che erano anche loro dirigenti. Vennero poi Krol, i fratelli Muhren che pregavano sempre prima dei pasti e Rep che stese la Juve a Belgrado. Se n'era invece andato Bennie Muller, uno dei giocatori ebrei del club, che ad Auschwitz aveva perso tutta la famiglia: lui che nel 1945 aveva solo sette anni, si era poi dedicato al calcio ma certe cose non era riuscito a dimenticarle. Solo quella squadra da sogno gli fece tornare il sorriso.

 

IL VIDEO DI QUELL'AJAX-LIVERPOOL
   

 

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