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Giro: si parte da S.Luca, la rampa di lancio è infernale

Il gruppo sulle orme di Gaul, dove soffrirono Magni e Froome

Angeli e demoni inseguono da sempre i corridori verso il santuario di San Luca, salita di lancio del Giro d'Italia numero 102. L'ascesa al Colle della Guardia conclude la prima tappa, che da Bologna apre l'edizione 2019 della corsa: si va verso l'alto solo per due chilometri, su otto della breve cronometro cittadina, ma la strada, e la storia, raccontano di sforzi terribili, vittorie celebri, crolli illustri. La salita è affiancata da un portico, percorso tutto l'anno da migliaia di pellegrini per venerare l'immagine della Vergine protettrice dei bolognesi, attribuita dalla leggenda alla mano dell'evangelista San Luca. Il portico, dal centro storico, anche se la questione è controversa anche nelle sue interpretazioni, conta 666 archi, numero diabolico. E infernale certamente fu questa salita per Fiorenzo Magni, Leone delle Fiandre che contendeva la scena a Coppi e Bartali.

Nel Giro del 1956 la percorse con la clavicola rotta e mordendo una camera d'aria, perché non riusciva più a tenere le mani sul manubrio. Anche quel giorno era una cronometro e trionfò Charly Gaul, il grimpeur lussemburghese che, pochi giorni dopo, sarebbe diventato l'Angelo della Montagna, per la rimonta sotto la bufera, nella tappa del Bondone. La foto in bianco e nero di Magni sofferente mostra la durezza della strada dopo le 'Orfanelle', una curva 'a esse' chiamata così per l'orfanotrofio femminile che, dal 1930 al 1990, ospitò più di 1.500 ragazze.

A questa chicane in salita, un briciolo di respiro prima di un tratto che obbliga all'apnea, ha dedicato un cortometraggio il regista Pupi Avati, per rendere omaggio al Giro del Centenario, nel 2009 (vittoria a Roma del russo Denis Menchov). Dieci anni fa, infatti, la corsa rosa ritornò dopo un po' di tempo - la volta precedente a San Luca vinse Moreno Argentin, nel 1984 - a far tappa a Bologna, con una frazione non lunga, ma che puntava tutto, per lo spettacolo, sul traguardo al santuario. Arrivò e vinse da solo, dopo una fuga, l'australiano Simon Gerrans, uomo da classiche del Nord. Dietro di lui si piazzò al sesto posto un giovane e promettente corridore, pimpante fino alle Orfanelle, poi costretto dalla fatica a salire a zig-zag, come un cicloamatore qualsiasi quando deve difendersi da pendenze estreme e la gamba non risponde più. Il ragazzo, che in futuro il Giro l'avrebbe vinto, così come quattro Tour de France, si chiamava Christopher Froome. Quel giorno, forse, il keniano bianco imparò a gestire i tormenti di uno sport assai crudele.

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