• Baresi e rivoluzione Berlusconi, suo Milan mai normale

Baresi e rivoluzione Berlusconi, suo Milan mai normale

Grande motivatore, con lui un gioco mai visto prima in Italia

"Era diventato impossibile essere normali: non potevamo essere una squadra come le altre". Franco Baresi se ne accorse non appena Silvio Berlusconi sbarcò nel mondo Milan nel 1986, e ne ebbe certezza quando il nuovo patron fece atterrare i giocatori in elicottero all'Arena per la prima presentazione. "Non si era mai visto, eravamo sbalorditi ed entusiasti. Tanti ironizzavano, ma lui voleva dare un segnale immediato" racconta all'Ansa l'ex difensore, una carriera intera in rossonero sin dalle giovanili, che vide nascere il dna della squadra campione di tutto nei successivi trent'anni: "Un ciclo ineguagliabile. Puoi vincere due o tre anni di fila ma centrare in 30 anni 8 finali di Champions, 8 scudetti e tutto il resto, con una continuità incredibile fino al 2011, vuol dire avere valori che durano, permettendo di vincere e rivincere"

L'ex proprietario, Giussy Farina, nel 1986 voleva vendere Baresi alla Samp per sanare i debiti ed evitare di cedere il club. "Per fortuna ho deciso di rimanere", sorride lo storico capitano rossonero, "peccato aver giocato solo dieci dei miei vent'anni di carriera nel Milan di Berlusconi".
E' bastato per assistere a una rivoluzione a Milanello. "Il presidente - spiega - è stato un innovatore, dall'organizzazione in società ai dietologi, dalle regole di comportamento all'immagine, passando per la routine pre e post partita. E' unico, per quanto e come ha vinto. Voleva una squadra di personalità, padrona del campo, che giocasse per lo spettacolo: bisognava vincere divertendo la gente, diceva. E funzionava. Nel 1988, due ore dopo aver vinto il primo scudetto a Como, a San Siro ci festeggiarono 80mila persone".
Sacchi trasformò teoria in pratica. "Un'intuizione. Berlusconi capì che quell'allenatore quasi sconosciuto poteva dare l'input - ricorda Baresi, oggi testimonial del club -. Sembravamo più bravi e più veloci perché c'era organizzazione. Prima era tutto più lento, il nostro calcio non si era mai visto in Italia". Dietro tutto ciò c'erano stelle e grandi risorse. "Gli investimenti erano importanti, senza giocatori di livello non si vince. Ma non è semplice. Anche Real e Barcellona spendevano tanto e per anni non hanno vinto", dice l'ex nazionale, che non ha dubbi sulla competenza calcistica del patron: "A un torneo a Barcellona vide per la prima volta Gullit nel Psv, e decise di prenderlo".
Baresi racconta anche di un Berlusconi "grande motivatore". "Solo il suo arrivo a Milanello bastava a cambiare l'atmosfera, trasmetteva positività. Con lui ci si confidava, voleva sentire anche delle nostre famiglie, era attento a ognuno di noi. Se un giocatore aveva bisogno era sempre disponibile".
Nel trentennio non sono mancati momenti controversi come la notte di Marsiglia ("A volte a caldo si prendono decisioni che si prenderebbero mai") e una svolta nel '94, quando il Cavaliere scese in politica. "Era uno stimolo in più, rappresentavamo la squadra del premier" spiega Baresi, che tante volte ha ascoltato da Berlusconi i racconti di quando andava allo stadio col padre: "Credo che anche lui abbia realizzato qualche suo sogno".

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