Moralità e legalità, una dicotomia?

Un nuovo contributo per la rubrica #Vistodaimillennial che ospita articoli di giovani lettori di Ansa.it

Davide Sali*

È opinione comune che le leggi che vengono redatte dal Parlamento debbano essere moralmente accettabili o, per lo meno, essere espressione dell’idea di moralità della maggior parte della popolazione. Ma, alla luce dell’analisi di alcuni problemi presenti nel dibattito politico contemporaneo, emerge che l’idea per la quale ciò che è legale debba essere morale esige di essere ripensata e che ci sono altre ragioni, oltre la moralità e a volte in contrasto con essa, per cui una legge merita di esistere.

Il primo esempio riguarda il dibattito sulla legalizzazione delle droghe leggere. Far uso di droghe è comunemente ritenuto immorale, in quanto provocano dipendenza e danni irreparabili al fisico; sarebbe dunque impensabile che lo Stato si mostri d’accordo a far sì che i suoi cittadini abbiano la possibilità di far del male a se stessi attraverso la legalizzazione delle droghe leggere. Questa visione dev’essere capovolta, perché, a parte il fatto che alcolici e sigarette sono perfettamente legali, c’è un altro motivo con il quale intendere la parola “legalizzazione”: anzitutto non si tratta di moralizzare, cioè far passare il messaggio che lo Stato, appunto, “è d’accordo” col consumo di droghe; né si tratta di liberalizzare, cioè di far in modo che il libero mercato possa lucrare sulla salute altrui; si tratta invece di regolamentare, cioè di sottoporre al controllo dello Stato la vendita delle droghe leggere e quindi di togliere il monopolio di questo mercato alle mafie.

Un discorso analogo si potrebbe fare per la legge sull’aborto, tuttavia a questo tema se ne aggancia un altro che complica il discorso ed è la causa per cui non lo tratto, cioè se e in che misura il feto possa essere considerato un essere umano.

Il secondo esempio riguarda la vicenda Riace. Anche in questo caso si vede la discrepanza tra moralità e legalità. Il sindaco Domenico Lucano è andato consapevolmente al di sopra della legge per una questione morale e di umanità, cioè la necessità di aiutare ed integrare i migranti e far fronte all’emigrazione dei cittadini di Riace. La sua azione è stata lecita (anche se non legale), poiché il problema dell’immigrazione è relativamente nuovo, per cui capita (e questo è il caso) che la legge, nel rapportarsi a un fenomeno nuovo, si perda in cavilli burocratici, e perda il senso della realtà. Inoltre, è altrettanto frequente che, proprio perché il fenomeno è nuovo, ci sia grande abbondanza di situazioni che necessitano di un intervento e con le quali la legge non si è ancora confrontata.

Si può dire, in conclusione, che è normale e quasi un dovere, nei casi in cui la legge non riesce a dar conto fino in fondo della realtà, far in modo che sia non la legge dello Stato, ma la legge morale (per dirla con Kant) ad indicare l’agire. Chiaramente si pone ora la domanda se esista una legge morale universale e cosa voglia dire agire secondo coscienza e umanità, ma questa è un’altra questione.

 

- CHI E' L'AUTORE - 

*Davide Sali nasce a Monza il 21/04/1998. Dopo essersi diplomato al liceo scientifico Grassi di Lecco, è ora studente del secondo anno di Filosofia all’università degli Studi di Milano. I suoi interessi sono molto ampi: dalla scienza alla letteratura, dalla filosofia alla politica, dallo sport alla musica.

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