Desolazione Rigopiano, tra macerie e ricordi

Familiari delle vittime, no ai politici. Per Google Maps l'hotel è ancora lì

dell'inviato Matteo Guidelli. Foto di Alessandro Di Meo

Franco guarda fisso davanti a lui, verso la parete dove ha sistemato un quadro: al centro c'è la parola 'neve'; tutt'attorno i 29 nomi scritti in modo da formare un cuore. "Era iniziata così anche un anno fa. Prima un nevischio pesante e bagnato, poi i fiocchi sempre più grossi, morbidi. In meno di un'ora la neve ha sommerso ogni cosa, è diventato tutto bianco. E non smetteva. Ne è venuta già quanta non ne avevo mai vista in tutta la mia vita. E' andata avanti così tutta la notte e il 18 gennaio ci siamo svegliati che nevicava ancora. Sempre più forte. Vedi lì, dove c'è la finestra? C'erano due metri e mezzo di neve. Eravamo completamente isolati. Poi sono arrivate quelle maledette scosse. E nessuno mi leverà mai dalla testa che se non ci fosse stato il terremoto quella valanga non sarebbe mai venuta giù. Ma sono discorsi inutili, il terremoto c'è stato e la valanga ha fatto quello che ha fatto".

Per tornare a Rigopiano, un anno dopo, si parte da qui. Dalla trattoria 'Lu Strego', 8 chilometri dall'albergo, il luogo dove si incontrano i familiari delle vittime dell'hotel. E' l'unico posto della zona per quei genitori e figli dove poter parlare, abbracciarsi, ricordare, piangere senza avere davanti agli occhi l'orrore in cui sono rimaste sepolte le vite e i sogni delle persone che amavano. Franco, il titolare, li ha visti decine di volte. "E ogni volta è sempre uguale. Non capiscono, non riescono a farsene una ragione". Gianluca Tanda è il presidente. Sotto la valanga è rimasto suo fratello Marco, pilota Ryanair. "Ci sentiamo soli e profondamente amareggiati - ripete da mesi - sarà impossibile fare pace con le istituzioni, perché sappiamo tutti come è andata".

Alessio Feniello ha ancora la rabbia dentro. L'albergo si è portato via suo figlio Stefano, che era a Rigopiano con la fidanzata per festeggiare il suo compleanno. A questo padre hanno prima detto che il suo ragazzo era tra gli 11 sopravvissuti e poi che no, si erano sbagliati, non era così. "I politici stiano fuori dalle commemorazioni, non li vogliamo, non vogliamo che qualcuno faccia campagna elettorale sulla nostra pelle. Non devono venire quassù". Per ora sulla strada che porta all'hotel non c'è nessuno, né politici né gente comune: quel serpentone di mezzi di soccorso bloccati nella neve è solo l'immagine che ha fatto il giro del mondo e che oggi affiora nella memoria tornante dopo tornante. Ad un chilometro dall'albergo, dove la strada si apre sul piano e il cartello segnala l'hotel che non c'è più, la pioggia si fa neve. Scende pesante mentre le nuvole basse coprono la vetta del monte Siella. E' da lassù che è partita la valanga e se uno cerca solo di immaginare quel che è stato, il dolore e la paura li senti ancora oggi sulla pelle. Poi guardi verso l'hotel e la devastazione ti entra dentro come il gelo di quel giorno. Tutto è rimasto come allora, immobile e silenzioso. Solo che allora c'erano quattro metri di neve e oggi a stento 40 centimetri: si vede molto meglio la distruzione e lo scempio. Le macerie e i ricordi abbandonati. Una valigia vuota, dei cuscini, pezzi di divano, un materasso, un vassoio d'argento. E poi migliaia di alberi divelti, una sequenza infinita di rami e tronchi larghi anche un metro, accatastati uno sull'altro a formare un tappeto senza fine che parte cento metri a monte del punto in cui era l'albergo e finisce 400 metri più in basso. Con la neve che scende sembra un mondo in bianco e nero, senza vita, senza colori. Ad interromperlo solo la recinzione arancione che delimita tutta l'area sotto sequestro e il quadro con le foto delle 29 vittime sotto l'insegna dell'hotel.

Sorridono tutti, dipendenti e clienti, attorno alla parola 'Mai più'. Anche la sala biliardo dove hanno salvato Ludovica, Samuel ed Edoardo, è rimasta come era alle 16.48 del 18 gennaio: ci sono le decorazioni di Natale appese al soffitto e i quadri alle pareti, le lampade senza un graffio e i giochi da tavolo impilati su una sedia, le bottiglie di birra sul tavolo e quelle dei superalcolici nella vetrinetta. Qui la valanga non è mai esistita ed è devastante rendersi conto che tra la vita e la morte c'è meno di un metro. Un niente.

La distruzione che ha travolto Rigopiano l'hanno vista in tutto il mondo ma non nel quartier generale di Google, in California. Su Maps si vede la distruzione dell'hotel, che però nell'applicazione street view è ancora al suo posto; si vede la Spa, il campo da tennis, l'intero edificio di quattro piani scintillante in una giornata di sole autunnale. Forse qualcuno a Mountain View farebbe bene ad intervenire, se c'è ancora qualcuno capace di decidere al posto di un algoritmo. Si poteva evitare, Rigopiano? Si potevano salvare, quelle persone? Di chi è la colpa? Regione, Provincia, Prefettura, Comune? Oppure è stata una tragedia in cui si sono sommate così tante sciagure che neanche i vigili del fuoco, nelle esercitazioni in cui simulano i diversi scenari d'intervento, avevano mai ipotizzato? La procura di Pescara ha già iscritto sul registro degli indagati i nomi di 23 tra funzionari pubblici e tecnici, con accuse che vanno dall'omicidio alle lesioni dolose plurime, dal falso all'abuso edilizio. E non è finita qui.

Saranno i magistrati a dire se quell'albergo era dove non doveva stare, se la strada poteva essere pulita prima della valanga, se ci sono stati ritardi nei soccorsi. Ma non va dimenticato che quel 18 gennaio l'Abruzzo - mezza regione, non solo il comune di Farindola - era sotto una nevicata che nessuno da queste parti ricorda: c'era un metro di neve a Chieti, interi paesi isolati, migliaia di persone senza riscaldamento, 300mila senza luce, dializzati che dovevano essere trasferiti d'urgenza in elicottero per poter proseguire le terapie. Rigopiano, fino alle telefonate disperate di Giampiero Parete, era solo una delle tante situazioni dove c'erano difficoltà. E neanche la peggiore. Bisogna ricordare anche questo, per dire mai più.

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