L'amara resa di Bolt: "non volevo finire così"

Dopo ko scuse ai tifosi, ma ministro Giamaica: 'Sempre campione"

di Alessandro Castellani ROMA

Un crampo al quadricipite della gamba sinistra, che gli ha fatto scagliare il testimone per aria mentre urlava di dolore. Così, nella 4X100 dei mondiali di Londra, è finita la leggendaria carriera di Usain Bolt, icona della Giamaica e uomo che ha riscritto la storia della velocità. Non avrebbe potuto esserci conclusione più amara, per Bolt stesso e per tutti coloro che in questi anni, da Pechino 2008 in poi, lo hanno amato e seguito, a cominciare dai 110mila spettatori che, tra batterie della mattina e finali della sera, ieri sono andati allo stadio quasi solo per lui. Il primo a rendersene conto è stato lui, che in un video sui social ha voluto scusarsi con i suoi tifosi. "Non era certo questo il modo col quale avrei voluto dirvi addio - ha ammesso Bolt -. Ho dato tutto, in pista. Ho dato tutto me stesso, come sempre. Mi spiace non essere nemmeno riuscito salutarvi, ma sarò allo stadio e mi farò vedere". Poco dopo un tweet che è diventato anche un post su Facebook, con tanto di foto di se stesso con i compagni della staffetta: "grazie amici miei, affetto infinito per tutti voi".

Di queste scuse non ce n'era bisogno, come ha sottolineato il Ministro dello Sport e della Cultura della Giamaica, Olivia Grange: "hai dato tutto, e in questi anni hai elevato l'immagine della Giamaica nel mondo e fatto aumentare la pratica sportiva nel nostro paese: siamo noi ad esserti grati". Però ha fatto male vederlo steso a terra invece che vincitore, o almeno con un'altra medaglia al collo. E meno male che almeno ha voluto rialzarsi e uscire sulle proprie gambe, rifiutando la sedia a rotelle. Scortato dai compagni McLeod, Blake e Forte, si è rialzato e, distrutto dalla delusione, ha raggiunto il bordo pista sulle proprie gambe. Bolt, che avrebbe voluto ritirarsi dopo la tripletta di Rio 2016, la sua terza ai Giochi anche se poi una medaglia di staffetta gli è stata revocata (non per colpe sue), ha obbedito agli sponsor che gli hanno chiesto di correre un anno in più, ma non era convinto. A Londra si è visto, perché nel corso di quest'anno probabilmente non si è allenato come ai bei tempi, e soprattutto non aveva la giusta forma mentale, leggi gli stimoli giusti. Lo aveva fatto capire lui stesso prima che i mondiali cominciassero, e ieri è stato il primo a rendersi conto che una fine di carriera così non ci voleva.

Finisce qui la Leggenda, si consuma sulla stessa pista dove cinque anni fa aveva vinto tre medaglie d'oro ai Giochi 2012, realizzando, già allora, il sogno di "diventare famoso in Giamaica come Bob Marley". Che poi sarebbe il suo idolo, e del quale aveva portato l'immagine ricamata sulla giacca con cui aveva sfilato da portabandiera della Giamaica nella cerimonia d'apertura di quell'Olimpiade. Adesso farà l'uomo immagine dell'atletica e dello sponsor tecnico suo personale e della Giamaica, potrà mangiare quel cibo da fast food che gli piace così tanto e magari darà una mano al suo ormai ex allenatore Glen Mills per scoprire nuovi talenti, che in Giamaica nell'atletica non mancano mai. Basta solo saperli 'sgrezzare' e costruirli, un po' come Mills ha fatto con lui, quando dicevano che quel ragazzino così alto nello sprint non avrebbe potuto raggiungere livelli d'eccellenza. Sarà stata colpa dell'emozione che lo ha tradito o, come ha detto Blake, dell'attesa troppo lunga nella 'call room', perché la gara di staffetta è cominciata in ritardo, fatto sta che ha chiuso da perdente nella notte della caduta degli dei, in cui anche l'addio alla pista di Mo Farah è stato amaro (ma Bolt, a differenza dell'inglese, non ha pianto). "Il dolore? Usain ne ha sentito tanto, non per i crampi ma per la delusione di aver finito in quel modo", ha detto il medico della Giamaica Kevin Jones. Insomma una fine malinconica per un fenomeno che con le sue imprese ha trasmesso allegria. Per questo, come dice la Ministra Grange, la gente lo amerà per sempre.

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