Brexit, un milione di firme per il nuovo referendum

Juncker: 'Quello tra l'Ue e il Regno Unito non sarà un divorzio consensuale, ma non è stata neppure una grande storia d'amore'

Redazione ANSA ROMA

Nel Day After del referendum sulla Brexit, i ministri degli Esteri dei sei Paesi fondatori dell'Europa unita si riuniscono a Berlino. "Nessuno ci ruberà la nostra Europa", ha detto il ministro degli esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier prima di incontrare i suoi colleghi. "Sono sicuro che questi Stati invieranno come messaggio che non permetteremo a nessuno di prendersi la nostra Europa, questo progetto di pace e di stabilità", ha detto il ministro tedesco.

Quello tra l'Ue e il Regno Unito "non sarà un divorzio consensuale, ma non è stata neppure una grande storia d'amore", ha detto il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker in una intervista alla tv pubblica tedesca Ard, ribadendo la volontà di iniziare immediatamente i negoziati con Londra in vista della Brexit.

Intanto La petizione per chiedere un nuovo referendum sulla Brexit ha superato il milione di firme, 1.064.727 per la precisione. Lo si legge sul sito del governo britannico dove sono pubblicate tutte le petizioni che poi vengono sottoposte alla commissione incaricata di valutarle per eventualmente sottoporle al parlamento

Una tempesta perfetta, sul Regno Unito e sull'Europa. L'incertezza regna sovrana e montagne di danaro si vaporizzano sui mercati all'indomani del voto con cui la fortezza britannica ha alzato sulla Manica il ponte levatoio e ha annunciato la separazione dall'Ue in nome del popolo. Ed ora la Gran Bretagna è a rischio downgrade. Lo afferma l'agenzia internazionale Moody's, che ha confermato il rating 'Aa1', ma ha portato l'outlook da stabile a negativo.

Sull'isola la bufera investe tutti, salvo la regina. Via il primo ministro, sotto tiro il leader dell'opposizione, in pieno shock la City, in bilico la stessa integrità territoriale del Paese: con Scozia e Irlanda del Nord decise a non seguire la maggioranza inglese nel divorzio da Bruxelles. A dispetto delle affannate rassicurazioni e degli appelli alla responsabilità che riecheggiano dai palazzi della potere di mezzo mondo, l'effetto immediato è stato quello di un colpo da ko.

Per Borse europee peggior calo da Lehman Brothers.

A Londra, David Cameron, travolto dal referendum che egli stesso aveva convocato per un calcolo kamikaze di politica interna, ha annunciato le dimissioni. Resterà in carica giusto tre mesi, da anatra zoppa, in attesa che il Partito Conservatore si dia un nuovo leader: probabilmente l'ex sindaco Boris Johnson, determinante per la vittoria di ieri dei Leave, un istrione fatto apposta - si direbbe - per intendersi con Donald Trump (in visita in un suo hotel di lusso in Scozia proprio oggi e ben disposto verso quella Brexit che invece la sua rivale Hillary Clinton paventa come un macigno). E intanto sulle piazze borsistiche del pianeta, dall'Asia alle Americhe, è un inseguirsi di cattive notizie.

La sterlina va a picco, Wall Street arretra sulla scia dei listini del vecchio continente, dove Milano sprofonda di oltre 12 punti. Mentre l'indice londinese Ftse limita la perdita a un 2,5%, ma in un clima nervoso e popolato d'incognite. Dalle istituzioni finanziarie le prime indicazioni sono quelle rivolte ai due divorziandi, Ue e Gran Bretagna, affinché collaborino almeno "per assicurare una transizione morbida verso nuove relazioni economiche", come afferma la numero uno del Fmi, Christine Lagarde. La priorità del momento è fissare una sorta di road map fra Bruxelles e Londra. La reazione di Ue e Parlamento Europeo è a cavallo fra cautela e irritazione. Strasburgo chiede alla Gran Bretagna di avviare subito il suo iter, senza dilazioni, mentre il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, prova a esorcizzare il timore di un effetto domino dicendosi convinto che non si tratti della fine del progetto europeo e che si andrà avanti in 27.

 Intanto i leader europei si sentono e lunedì è previsto un vertice a Berlino tra Matteo Renzi, Angela Merkel e Francois Hollande. Il premier Renzi in una conferenza stampa a Palazzo Chigi ha usato parole racssicuranti: "Il governo e l'Ue garantiranno la stabilità finanziaria". Un punto telefonico è stato fatto in una conferenze call tra i ministri delle Finanze del G7.

Un mix di inviti e moniti s'incrocia da parte dei leader globali: dal Papa, a Barack Obama, a Vladimir Putin, che a dar retta al ministro degli Esteri britannico, Philip Hammond, uno dei cameroniani investiti dalla sconfitta referendaria, dovrebbe avere da celebrare per lo strappo imposto dagli euroscettici. Dalla Nato, del resto, arriva l'invito a puntare sul legame atlantico con Londra, visto che quello europeo appare ormai compromesso. O quasi. Dimettendosi, Cameron - che ha avuto colloqui con vari leader fra cui Matteo Renzi - ha assicurato che "la volontà del popolo sarà rispettata".

Ma ne ha affidato l'attuazione al successore. Mentre ha escluso che cambi qualcosa per gli europei che già sono in Gran Bretagna: italiani inclusi, ha fatto eco il ministro Paolo Gentiloni, di fronte alle preoccupazioni di centinaia di migliaia di connazionali d'oltre Manica. Johnson, candidato numero uno a subentrare al numero 10 di Downing Street, ha a sua volta abbassato i toni: rivendicando la vittoria, dopo aver reso l'onore delle armi all'amico-nemico Cameron, ma osservando che la Gran Bretagna "resta parte dell'Europa, una grande potenza europea", sebbene intenda "districarsi" dal legame con Bruxelles. E comunque descrivendo un percorso da completare "senza fretta" e senza ricorrere per ora a quell'articolo 50 del Trattato di Lisbona che l'Ue, per chiarezza, vorrebbe a questo punto veder invece invocato.

A tenere i toni alti provvedono d'altro canto gli euroscettici storici a cominciare da Nigel Farage, leader dell'Ukip
, che esalta "la vittoria della gente comune contro le grandi banche, il grande business e i grandi politici". E contagia d'entusiasmo, in giro per il continente, figure come Marine Le Pen o Matteo Salvini. Mentre dal Labour, alle prese con una faida interna contro il leader anti-austerity Jeremy Corbyn, colpito pure lui in qualche modo dalla sconfitta di Remain, torna a farsi sentire la voce - non troppo popolare, ma mediaticamente influente - di Tony Blair: che azzarda addirittura una sorta di congelamento del risultato referendario. Improbabile, in una Gran Bretagna dove oltre 17 milioni di elettori hanno appena detto 'Leave'.

 
LA MAPPA DEL VOTO

Nove delle 12 macroaree che compongono il Regno Unito hanno votato in favore di Leave e contro l'Ue. Lo certifica un prospetto della Bbc secondo il quale Remain e' prevalso soltanto in Scozia, a Londra e in Irlanda del Nord. Le aree piu' euroscettiche sono state le Midlands, regioni che comprendono grandi centri urbani come Birmingham e vecchi distretti industriali, con le West Midlands contro l'Ue al 59,3% e le East Midlands al 58,8. A ruota il North East e poi lo Yorkshire, proprio la regione in cui giovedi' 16 l'estremista di destra Tommy Mair ha ucciso la deputata laburista Jo Cox, paladina di migranti e integrazione europea. Da notare pure l'inattesa vittoria di Leave, di misura, in Galles La vera roccaforte europeista resta invece la Scozia, pur con un'affluenza inferiore alla media nazionale, che si conferma una realta' a parte nel regno e che ha votato Remain al 62%. Segue Londra, filo-Ue al 59,9% e l'Irlanda del Nord, un po' meno anti-Brexit delle previsioni con il 55,8%

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