Brexit: la paura degli italiani corre sul filo della radio

Viaggio fra incertezze connazionali di Londra: 'Restare o no?'

Alessandro Carlini

Da uno studio  di Caledonian Road, a due passi da Kings Cross e da St. Pancras, la stazione di partenza per i treni superveloci diretti verso il tunnel della Manica, simbolo moderno di quel legame con l'Europa che qualcuno vorrebbe spezzare, la radio raggiunge molti fra le centinaia di migliaia di italiani sparpagliati per Londra. Ne capta umori e preoccupazioni: e la paura più grande, ora, si chiama Brexit. In giorni di febbrile attesa per il referendum del 23 giugno, LondonOne, la prima emittente che parli italiano nella metropoli, è diventata un punto di riferimento per il dibattito sul divorzio da Bruxelles: un'ombra che getta incognite sul futuro della marea montante di connazionali residenti nel regno e di quanti pensano o pensavano di seguirne le orme.

"Ma non è che ci buttano fuori dall'Inghilterra?" e "Possiamo venire o è meglio aspettare?" sono le due domande più frequenti che rimbalzano nei fili diretti con la redazione. "A porle soprattutto ragazzi del sud che avevano già le valigie pronte e ora per timore della Brexit sono indecisi se partire o meno", spiega all'ANSA il fondatore di questa radio, Philip Baglini. Gli ascoltatori sono in rapida crescita, oltre 85mila sulla piattaforma digitale, e tanti si aggiungono per tendere l'orecchio a una voce amica in una Londra che rischia di non essere più il centro multiculturale così aperto all'immigrazione d'Europa. Gli italiani, come altri, temono una stretta sugli ingressi in caso di trionfo della campagna 'Leave' e perfino di essere costretti ad andarsene laddove mai venisse introdotto il paventato 'sistema a punti' per gli stranieri in stile Australia. Dai giornalisti agli imprenditori, dal trader della City al barista del centro, per tutti l'interrogativo è lo stesso: cosa succederà se la Gran Bretagna dicesse addio all'Ue? Gli ultimi fatti di cronaca potrebbero cambiare tutto. Ma l'allarme c'è e i sondaggi dei giorni scorsi lo hanno alimentato non poco.

"Le preoccupazioni sono comprensibili - dice Barbara Serra, volto noto di Al Jazeera english e italiana trapiantata da 23 anni in riva al Tamigi - dubito che ci caccino fuori, ma potrebbero rendere la vita più difficile a chi vuole venire. Ad esempio con un sistema a punti che introducesse una soglia di reddito molto alta, si è parlato di 35-37 mila sterline all'anno": roba da pochi fortunati. L'incertezza domina anche per gli imprenditori italiani che lavorano nel Paese. Come Maurizio Bragagni, patron di Tratos, società di cavi e fibre ottiche.

"Nessuno ha mai voluto spiegare chiaramente cosa accadrà dopo un'eventuale Brexit - sottolinea - in teoria la nostra azienda che produce in Gran Bretagna potrebbe guadagnare con una sterlina più debole ma a perderci sarebbero i contribuenti, che pagherebbero un prezzo troppo alto". Tira insomma una brutta aria, o almeno un'aria nebulosa, e anche il 'tempio' dell'ottimismo finanziario, la Canary Wharf coi grattacieli delle banche d'affari in stile Manhattan, non è tranquillo. "Una Brexit non farà che rendere più complicata la vita a noi europei residenti nel Regno - pronostica il trader Massimo Ungaro - e si prospetta come un incubo il nuovo modello di sviluppo per questo paese nel caso scegliesse l'isolamento: una sorta di Cayman formato gigante, dominato da servizi finanziari e dall'oligopolio globale". I più inquieti sono però gli ultimi arrivati di quell'esodo di connazionali che ormai assomma a oltre 50mila nuovi 'sbarchi' all'anno e che ha dato vita dentro Londra a una città nella città con mezzo milione d'abitanti italiani.

"Ho appena trovato un impiego - racconta Luca, barista in una catena di caffetterie vicino a Piccadilly - non guadagno molto e con questa Brexit potrebbe veramente succedere di tutto. Anche se spero che non ci siano conseguenze per chi un posto ce l'ha già". Ma non manca chi ha voluto anticipare i tempi ed è già filato via. Certo per il caro affitti, in una città dove i costi delle case sono diventati per molti insostenibili. Ma non solo per quello. "Ho fatto per due anni la commessa in un negozio di Covent Garden - dice Ilaria - ma per molte ragioni sentivo la mia esperienza conclusa: e il timore di una Brexit ha contribuito a farmi prendere la decisione finale di partire". Bye bye London.

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