Pietro Grasso

Allo scranno che fu di Enrico De Nicola e Giovanni Spadolini, l'ex procuratore Antimafia ci arriva quasi per caso, lui che se il Pd avesse vinto davvero le elezioni sarebbe stato il nuovo Guardasigilli, con l'obiettivo di realizzare quella "rivoluzione democratica della Giustizia" che aveva in testa. La sua vita ha pero' preso un'altra strada che segna davvero, 43 anni dopo aver varcato il portone della pretura di Barrafranca in provincia di Enna, l'addio alla magistratura. Che non significa la fine della sua guerra alla mafia. "Ci sono momenti in cui pensi, 'chi me lo fa fare?' - racconto' anni fa parlando del maxiprocesso - Allora mi venne in mente il colloquio con Antonino Caponnetto prima di iniziare il dibattimento, quando mi diede un buffetto sulla guancia e mi disse: 'vai avanti ragazzo, a testa alta e schiena dritta. E segui sempre la voce della tua coscienza'".

Le stesse parole utilizzate al Senato per chiudere il primo discorso. Da Barrafranca Grasso arriva a Palermo negli anni settanta e si occupa di indagini sulla pubblica amministrazione. Ed e'' cosi' che nel 1980 si trova davanti all'auto crivellata di colpi del presidente della Regione Piersanti Mattarella. La svolta nella sua vita arriva nel 1985 quando viene scelto come giudice a latere del maxiprocesso istruito da Giovanni Falcone. "Quando ebbi l'incarico mi presentai nel suo bunker. Mi squadro' e con il suo sorrisetto ironico e sornione, mi disse: 'vieni, ti presento il maxiprocesso'.

Mi porto in una stanza blindata dove c'erano gli scaffali pieni fino al soffitto di faldoni. Provai sgomento e turbamento ma non volli deluderlo e gli dissi 'dove e' il primo volume?'". I due si erano conosciuti 6 anni prima. "Era il 1979, lui era un giovane giudice istruttore e io un giovane pm. Ci trovammo a seguire la stessa indagine su un motorino rubato e lui indago' come se si indagasse su un omicidio. Fu un grande esempio di professionalita'. Era un uomo straordinario, un fuoriclasse e subito nacque un rapporto di stima e amicizia".

Anche Paolo Borsellino fu un "amico vero". "Lo ricordo come un fratello maggiore. Ad un certo punto, mentre studiavo i fascicoli, passo' e, vedendomi in difficolta', mi diede le sue famose rubriche, quelle dove aveva annotato tutti gli omicidi. Mi sentii quasi coccolato, fu sempre prodigo di consigli". Il processo si chiuse il 16 dicembre del 1987 con 19 ergastoli e 2.665 anni di carcere: Grasso scrisse le motivazioni della sentenza, oltre 7 mila pagine racchiuse in 37 volumi. Finito l'impegno nell'aula bunker di Palermo, l'ex procuratore antimafia fu consulente della Commissione Antimafia sia con Chiaromonte sia con Violante e nel 1991 approdo' con funzioni di consigliere in via Arenula, con Martelli ministro e Falcone, che nel frattempo aveva lasciato Palermo. "Li volevano fuori - disse una volta raccontando quel periodo - li vedevano come dei disturbatori". Al ministero pero' "si mise all'opera una vera e propria squadra, c'erano Livia Pomodoro, Liliana Ferraro, D'Ambrosio. Si incomincio' a costruire quella che sara' l'odierna legislazione antimafia. Un monumento giuridico, per altro contrastato da parecchie forze politiche". Poi arrivarono il sangue e le stragi, Capaci prima, via D'Amelio poi; gli attentanti di Firenze, Roma e Milano del 1993 su cui Grasso indago' dalla procura nazionale antimafia.

A Palermo torno' nel 1999, da procuratore capo, al posto di quel Giancarlo Caselli che sara' per molti il suo grande nemico. Nel 2004 i 2 sono i candidati per il ruolo di procuratore nazionale antimafia ma l'emendamento presentato in extremis dal governo Berlusconi alla riforma della Giustizia, escluse Castelli dalla competizione per limiti di eta'. "Il modo usato per escludermi a partita aperta e violando principi fondamentali - disse quest'ultimo - e' forse la prima e clamorosa prova generale di come il potere politico vorrebbe condizionare la magistratura".

Le toghe di sinistra si astennero dal votarlo anche se poi, nel 2010, anche Md diede il consenso per la sua rielezione. Berlusconi, d'altronde, l'ha sempre apprezzato, anche se oggi gli ha candidato contro Schifani. "Lo stimo - disse il Cavaliere quando Grasso ha annunciato la sua entrata in politica - e' un tipo di magistrato ben diverso dagli Ingroia, dai Di Pietro, dai Caselli". Lui dal canto suo, riconoscendo l'anno scorso all'ex premier di aver fatto qualcosa di buono contro la mafia, si attiro' contro le ire di mezza sinistra e fu costretto a rettificare. E ribadire quel concetto che e' alla base del suo ultimo libro, 'Liberi tutti': "la legalita' e' la forza dei deboli, e' il baluardo che possiamo opporre ai soprusi, alla prevaricazione e alla corruzione. Un'utopia? Puo' darsi, ma voglio ricordare che sono le utopie che fanno la storia".

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