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Imprese investono in cultura, ma non lo dicono

Civita, 14% spende ma non rendiconta. Franceschini, tanto da fare

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(di Daniela Giammusso)

Le imprese italiane iniziano a capire l'importanza di investire in cultura, dal punto di vista economico, di immagine e anche sociale. Ma ancora pochissime la inseriscono nella rendicontazione di sostenibilità di impresa, al pari, ad esempio, dell'impegno per l'ambiente. È quanto racconta la ricerca 'Dalla CSR alla Corporate Cultural Responsability: come valorizzare gli interventi delle imprese in cultura', realizzata dal Comitato Arte&Impresa dell'Associazione Civita e presentata oggi in un incontro con il ministro di Beni culturali e Turismo Dario Franceschini, il presidente di Civita, Gianni Letta, e i presidenti di Vodafone Italia, Pietro Guindani di Fondazione Ferrovie dello Stato Italiane, Mauro Moretti, e di Philip Morris Italia, Eugenio Sidoli. Obiettivo, fornire indicazioni per l'inclusione della "responsabilità culturale" nella strategia di sostenibilità in modo sistematico e con risultati misurabili.

"La Corporate Cultural Responsability - spiega il vicepresidente vicario dell'Associazione Civita, Nicola Maccanico - è un'evoluzione necessaria della Corporate Social Responsability. È importante stimolare le imprese a investire in cultura e riconoscere il valore di questo tipo di impegno anche dal punto di vista sociale, perché in Italia, oltre alla conoscenza, sviluppare l'universo dei beni culturali vuol dire generare posti di lavoro e opportunità di crescita". E' questa, dice, la direzione "da seguire nel mettere insieme pubblico e privato. Così come è stata una scelta strategica far entrare il turismo nel ministero dei beni culturali, perché è così che il patrimonio viene valorizzato e socializzato. Dobbiamo renderlo popolare, anche con i social network, perché - conclude con una battuta - se in Italia per il calcio siamo 60 milioni di commissari tecnici, non si può dire che siamo altrettanto competenti in cultura". Finora, racconta la ricerca, è il 14% delle imprese italiane sopra i 50 addetti che sceglie di investire in cultura. Lo fa per lo più in progetti regionali (62%), con una spesa media di 82.500 euro e in proporzione non c'è correlazione fra investimento e fatturato. Solo la metà, però, lo rendiconta e comunica all'esterno, mentre, spiega la presidente del Comitato Arte&Impresa di Civita, Simonetta Giordani, "se le aziende potranno far emergere meglio quell'impegno che oggi si perde nelle varie poste di bilancio, le istituzioni troveranno dei veri e propri partner per contribuire al patrimonio come sistema paese".

"La ricerca dimostra come ci siano molti episodi positivi di donazioni e investimenti del settore privato, ma che si può ancora crescere moltissimo", prosegue il ministro Franceschini, citando i "più di 171 milioni donati con l'Art Bonus da 5.057 aziende e singoli cittadini. Bisogna arrivare - dice - a un punto in cui le imprese che non investono in beni culturali si vergognino. Perché se hai vantaggi dall'essere un'impresa in Italia" per l'eredità e il contesto del patrimonio culturale "è anche giusto che tu renda qualcosa indietro". Soprattutto, dice, "bisogna far crescere l'idea che la reputation è una misura anche di quanto quell'impresa fa per il patrimonio del proprio paese". Anche quando si tratta di una donazione e non una sponsorizzazione, quindi senza possibilità di sfruttamento di immagine. Perché, conclude, "alcuni luoghi in Italia sono talmente simbolici, che un investimento in quei campi fa parlare tutto il mondo".

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