Nel rifugio del palestinese killer di Tel Aviv

Il sindaco del villaggio, 'società araba ripudia lotta armata'

di Massimo Lomonaco

L'ultimo rifugio è stata una casa umida e tetra in una stradina di campagna ad un passo da un supermercato e da una moschea: qui, nel piccolo villaggio di Arara, nel nord del Paese, è stato scovato Nashat Melhem (29 anni), l'arabo israeliano che - dopo aver ucciso tre persone (2 ebrei e un tassista arabo) e ferito 8 persone in un attentato a Tel Aviv - ha tenuto in scacco la polizia per un'intera settimana e con il fiato sospeso Israele per una serrata caccia all'uomo. Nella casa Melhem si è nascosto fino a quando è stato tradito dal fiuto di un cane segugio della polizia. Innervosito dalla presenza dell'animale gli ha sparato mettendo sull'avviso le forze di sicurezza. All'interno dell'abitazione - la cui porta appare chiaramente forzata - c'è un disordine terribile: letti sfatti, coperte gettate su divani, vestiti alla rinfusa per terra, piatti ancora con il cibo sparsi un po' ovunque, bottiglie di acqua e scatolame. Una accozzaglia di oggetti da uomo braccato nell'estremo tentativo di sfuggire alle migliaia di agenti che lo hanno cercato ovunque in un Paese scosso dall'attentato.
    Il giorno dopo l'uccisione di Melhem, la casa-nascondiglio sembra ferma nel tempo nonostante oggi sia animata dai giornalisti accorsi in questo villaggio arabo - ad un passo da Umm el Fahem, cittadina di 80 mila abitanti - da dove il killer proveniva. Sotto il pergolato che delimita l'ingresso, le finestre sono sprangate e tutto è in evidente stato di abbandono. Dal vialetto che scende dalla casa e che è fiancheggiato da altre abitazioni si arriva ad una strada più frequentata: le auto passano lente, poco più avanti c'è un piccolo supermercato e oltre ancora la moschea da cui - secondo le prime notizie, poi rivelatesi imprecise - si diceva fosse uscito Melhem. La gente del luogo osserva l'andirivieni dei giornalisti e si avvicina alle telecamere: qualcuno ipotizza che l'uomo più ricercato di Israele abbia fatto, camuffato, le provviste proprio al supermercato, ma nessuno sembra averlo riconosciuto e tutti condannano l'attentato. Si e' parlato anche di possibili complici per Melhem: "anche se ci sono stati - dice con forza ai giornalisti l'avvocato Mudar Yunes, presidente del consiglio municipale di Arara - si tratta di erbacce, di casi di eccezione. La società araba è impegnata in una lotta politica ma ripudia la lotta armata. Si tratta di erbacce. Noi non crediamo nella violenza. Se siamo arrivati (nei rapporti fra ebrei e arabi,ndr) dove ci troviamo, la colpa è della discriminazione". La casa-rifugio di Melhem non è l'unica 'scena del crimine': un centinaio di metri oltre l'abitazione c'è il luogo dove è stato ucciso da un'unità delle forze speciali israeliane nel tentativo di sfuggire alla cattura. Una mossa questa - al contrario di quanto fatto dopo aver seminato il terrore a Tel Aviv - che a Melhem non è riuscita, nonostante fosse armato dello stesso mitragliatore di fabbricazione italiana con cui aveva ucciso in città. Il terrorista è stato colpito accanto ad una villetta che sorge in leggera salita: sui muri della finestra dell'edificio si vedono ancora i colpi andati a vuoto delle forze di sicurezza. Di fronte, ad un passo, c'è il pergolato di un'altra casa. Nei momenti finali polizia e forze di sicurezza hanno intimato a tutti di richiudersi dentro le loro abitazioni. Oggi la vita sembra essere ripresa in forma più lenta: forse perché è il giorno di riposo ebraico e la manodopera araba non lavora. Ma la tensione si avverte lo stesso: la stessa che nei giorni della caccia all'uomo - racconta la gente alla stampa - ha convinto non pochi operai arabi a rinunciare ad andare a lavorare. 
   

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