Nel video Isis, l'ostaggio britannico Cantlie conduttore show-verità. 'Possibile attacco con Ebola'

La Francia pronta ai raid. Sì del Pentagono alle bombe in Siria

Un 'talk-show' per dire la "verità sull'Isis" presentato da un giornalista britannico in ostaggio: è il nuovo capitolo nella saga mediatica dello Stato islamico, che si è spinto anche a ipotizzare possibili attacchi con il virus Ebola, mentre gli Usa si preparano a raid anche in Siria e la Francia annuncia che metterà in campo i propri caccia. La 'svolta televisiva' dell'Isis è contenuta in un video, intitolato 'Lend me your ears' (Prestatemi attenzione). Il protagonista è il fotogiornalista John Cantlie, scomparso nel novembre del 2012 in Siria. E' in tunica arancione, seduto dietro a una scrivania. Le inquadrature seguono il ritmo della sua voce. Cantlie fa appello al "pubblico" perché si mobiliti, per "impedire un altro conflitto" come quelli "disastrosi" in Iraq e Afghanistan. E poi annuncia altre 'puntate', nelle quali illustrerà cosa è l'Isis: "Seguitemi, rimarrete sorpresi da quello che apprenderete". Non mancano le accuse, in particolare agli Usa e alla Gran Bretagna: "Sono stato abbandonato dal mio governo. Vi dirò cosa è successo dietro le quinte, quando tanti cittadini europei sono stati liberati dallo Stato islamico. Loro (i Paesi europei, ndr) hanno negoziato e hanno riavuto la propria gente a casa". Nel video Cantlie parla con calma e fermezza: "Pensate che dica queste cose perché ho una pistola puntata alla testa? E' vero. Il mio destino è nelle mani dello Stato islamico. Non ho nulla da perdere. Non so se vivrò o morirò, ma voglio cogliere questa occasione per riferirvi fatti che potrete verificare".

Alcuni esperti britannici sottolineano che mentre i video delle decapitazioni o di minaccia dell'Isis sono rivolti ai governi, questo potrebbe essere invece rivolto in particolare ai musulmani britannici. E, intanto, arrivano nuovi timori, se non vere e proprie minacce: attacchi batteriologici con il virus Ebola. A rivelarlo è Site, il sito di monitoraggio dell' integralismo islamico sul web, che riferisce di discussioni online tra gli affiliati dell'Isis sull'ipotesi, per i miliziani e i 'lupi solitari', di diffondere il virus letale nelle altre nazioni coinvolte nella Coalizione anti-Isis. Cantlie era già scampato miracolosamente a un rapimento in Siria nell'agosto del 2012. Era stato catturato da un gruppo jihadista con "almeno 15 combattenti con un forte accento londinese", che diventerà poi una costola dell'Isis. Il giornalista, insieme a un collega olandese, tenta la fuga: viene ferito e poi curato da un medico anche lui britannico, che oggi è considerato una pedina chiave nella caccia al boia di Foley, Sotloff e Haines.

"Il dovere di ogni inglese è fuggire se si viene catturati", raccontò lo stesso Cantlie dopo esser stato liberato dai miliziani dell'Esercito libero. "Ho solo bisogno di comprare una telecamera, poi torno in Siria", raccontò ai media prima di scomparire di nuovo, nel novembre dello stesso anno. Il nuovo video dell'Isis arriva mentre i caccia americani sono tornati a martellare le postazioni dei miliziani nei pressi di Baghdad e Mosul, in quella che viene definita una "escalation" sul campo. Il Pentagono ha deciso di estendere l'azione, approvando un piano per raid anche in Siria. E anche la Francia rompe gli indugi: Francois Hollande ha annunciato che Parigi è pronta a utilizzare i suoi bombardieri in Iraq.

"I raid cominceranno in tempi brevi", ha assicurato. Sul terreno però, nonostante le centinaia di perdite che si registrano tra le file dell'Isis, i miliziani hanno di nuovo cambiato strategia, lanciando un'offensiva nel nord della Siria e riuscendo a conquistare almeno 21 villaggi curdi. Nella battaglia hanno utilizzato anche artiglieria e carri armati. Lo Stato islamico ha accumulato "straordinarie risorse economiche", ha riferito una fonte dell'intelligence israeliana: in Iraq e Siria il gruppo controlla zone con 60 pozzi di petrolio dai quali ricava "dai 3 ai 6 milioni di dollari al giorno". Una ricchezza inaudita, un fiume di denaro che rende lo Stato islamico ancora più pericoloso. L'allerta è massima, anche sul fronte della sicurezza nazionale, dopo le ripetute minacce targate Isis - dagli Usa all'Ue fino ai cristiani - e l'invito ai 'lupi solitari', i cosiddetti "terroristi della porta accanto", a colpire.

Mappa degli attacchi aerei Usa da agosto a oggi a postazioni dell'Isis in Iraq

L'ANALISI - Raid e truppe, braccio di ferro Obama-generali
(di Ugo Caltagirone)
I bombardamenti in Siria non saranno una campagna "shock and awe" (colpisci e terrorizza), come avvenne in Iraq nel 2003 con una vera e propria tempesta di fuoco sul Paese. Assomiglieranno invece alle azioni mirate che piu' volte hanno permesso a caccia e droni Usa di colpire i terroristi in Yemen e in Somalia. Barack Obama lo ripete piu' volte ai suoi generali, quelli con cui nella base di MacDill, in Florida, sede dello Us Central Command (Centcom), fa il punto sulla nuova offensiva contro l'Isis. E secondo le indiscrezioni non e' stato un confronto facile per il presidente americano, da tempo impegnato in un braccio di ferro con i vertici militari. Un braccio di ferro che in questa fase riguarda due punti: quanto estesi devono essere i bombardamenti sul territorio siriano e quale ruolo devono avere le truppe Usa sul suolo iracheno. Il Commander in Chief e' stato chiaro sul primo e sul secondo punto: ogni singola missione in Siria dovra' avere la sua personale autorizzazione. E di soldati impegnati in missioni di combattimento - come aveva ipotizzato poche ore prima il capo di stato maggiore delle forze armate Usa, Martin Dempsey - non se ne parla. 

I principali gruppi Jihadisti nel Mondo

La Casa Bianca - racconta il Wall Street Journal - vuole avere "il massimo controllo" sui raid che i caccia americani si accingono a sferrare per colpire i santuari dello stato islamico in Siria. Questo per essere sicuri di limitare al massimo un coinvolgimento degli Stati Uniti nella guerra civile che da oltre due anni insanguina il Paese mediorientale. E anche per avere il meno possibile problemi col regime di Bashar al Assad, che non ha dato alcun via libera all'accesso di caccia Usa nello spazio aereo di Damasco. Spiegando la sua linea al generale Lloyd Austin (capo del Centcom e responsabile della campagna militare anti-Isis) e al generale Ray Odierno (ex "top commander" in Iraq e oggi capo di stato maggiore dell'esercito) Obama ha in mano il decreto segretamente firmato in questi giorni dal capo del Pentagono Chuck Hagel. Decreto che fissa i requisiti per l'azione Usa in Siria.

Paletti stringenti, molto più di quelli posti finora ai bombardamenti in Iraq (ben 174), dove lo Us Command che dirige le operazioni ha avuto maggiore liberta' di azione. C'e' poi il capitolo truppe. Obama vuole che "no boots on the ground" non diventi un tormentone smentito poi dai fatti. Per questo poche ore dopo l'uscita del generale Dempesy in Congresso ha ribadito con convinzione che "le forze americane dispiegate in Iraq non sono e non saranno coinvolte in missioni di combattimento". Lo ha ripetuto piu' volte ai generali Austin e Odierno, anche loro come Dempesy convinti che i raid non potrebbero non bastare, rendendo prima o poi necessario schierare i soldati Usa di stanza a Baghdad (al momento ci sono circa 1.600 uomini) in missioni al fronte al fianco delle forze irachene. Ma il Commander in Chief per ora tiene duro: la nostra deve essere e rimanere una campagna antiterrorismo, non una campagna militare.

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