Diario da Gaza - 21 LUGLIO - "A Sajaya abbiamo visto l'inferno"

Le testimonianze di sopravvissuti e soccorritori

21 LUGLIO - "A Sajaya abbiamo visto l'inferno" - "Senza corrente elettrica, senza acqua, 70 persone schiacciate al primo piano di una casa, lontani dalle finestre, sotto bombardamenti continui, con schegge di granate che volavano dappertutto. C'erano esplosioni ovunque. Sono state le sette ore peggiori della nostra vita. Pensavamo che alla fine saremmo morti tutti. Abbiamo implorato Dio che almeno avesse pietà di noi". All'indomani della strage di Sajaya (oltre 60 morti, centinaia di feriti) uno degli scampati, Mahmud Shallah, 27 anni, racconta all'ANSA la tragica notte del 19 luglio, quando l'esercito israeliano ha fatto ingresso nella strada dove abita, la via Manzura. La sua famiglia adesso si trova in una scuola dell'Unrwa, l'ente delle Nazioni Unite per i profughi, nel rione Rimal, dove meno si avverte il conflitto in corso. Qua Mahmud e i suoi congiunti sono arrivati senza niente, dopo aver lasciato la propria abitazione alle sei di mattina di domenica per una marcia forzata ai bordi delle zone dei combattimenti. Un'ora e mezzo di tensione, trascinando bambini storditi dalla paura, fino a raggiungere nel centro di Gaza la piazza del Milite Ignoto. Là persone di cuore li hanno raccolti dalla strada e portati a Rimal, dove adesso cercano di riaversi. Anche Ahed Hajaj, 35 anni, è originario dello stesso sobborgo e anche lui è riparato a Rimal. Il suo segreto non può essere svelato ai familiari, ma egualmente lo condivide con il suo interlocutore occasionale. Sopravvissuti alla strage, due suoi fratelli sono morti oggi (lunedì) a Sajaya, dove si combatte ancora. Shehade, 30 anni, e Yussef, 25, stamane sono partiti da Rimal nell'intenzione di tornare nella loro casa per prelevare vestiti ed altri oggetti per i familiari. Ma sono stati sorpresi da una nuova fiammata di combattimenti. Tre case delle famiglia Hajaj sono state colpite, e sono crollate. I suoi fratelli sono sotto le macerie, senza che nessuno osi avvicinarsi e scavare. "Chissà se sarà mai possibile celebrare per loro un funerale", si angoscia Ahed, che assolutamente non vuole dare la notizia né a sua madre né alla moglie di Shehade, incinta del loro settimo figlio. Nasconde il suo strazio appartandosi in un angolo del cortile della scuola dell'Unrwa. Mahmud Shallah dubita che la sua casa sia ancora in piedi. Erano tre piani, abitati dal padre, dai cugini, dai fratelli, con una stanza appena per ogni famiglia. Quando la battaglia è iniziata, si sono sentiti abbandonati al loro destino. Non c'era polizia, non c'erano servizi di emergenza, non c'erano aiuti medici. Si sono ammucchiati in un angolo del piano terra che reputavano meno esposto al fuoco. L'atmosfera era soffocante. Oltre la parete esterna, l'inferno. Solo alle sei di mattina si sono accorti che i loro vicini, sfidando la sorte, si erano buttati in strada per cercare la fuga. D'istinto li hanno seguiti. Tramortiti, sono giunti in città. Oggi Sajaya è difficilmente riconoscibile. Nell'aria un'atmosfera di morte. Dopo le distruzioni dei giorni scorsi (necessarie, secondo l'esercito israeliano, perché Hamas "l'aveva trasformata in una fortezza", con tunnel offensivi, depositi di razzi e centri di comando per il lancio di razzi) oggi l'esercito israeliano morde metodicamente il suo interno, demolendo uno dopo l'altro gli edifici che reputa pericolosi. Domenica, durante la tregua umanitaria seguita alla battaglia, si udivano le grida dei feriti rimasti prigionieri nelle case, che imploravano aiuto. Oggi quegli edifici sono invece rimasti muti.

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