Brexit, May scommette su accordo ma è appesa a un filo

'Pochi ostacoli seri, ma niente no deal'. Ue rassegnata a rinvio

Separati dall'obiettivo d'un confine aperto, quello che dopo la Brexit occorrerà salvaguardare fra Irlanda e Irlanda del Nord. E' il paradosso che continua a frenare l'accordo di divorzio fra Regno Unito e Ue a due giorni da un Consiglio Europeo a questo punto destinato a restare, nel migliore degli scenari, interlocutorio. Un accordo che la premier britannica Theresa May ha insistito a evocare oggi come "raggiungibile" di fronte a una Camera dei Comuni dove appare di giorno in giorno più sola: aggrappata alla mancanza di alternative immediate, ma incapace di raccogliere il consenso 'senza se e senza ma' di quasi nessuno. Nel suo aggiornamento sulla situazione negoziale, tornata apparentemente allo stallo dopo i sussurri e le grida di ieri su una fantomatica intesa, la premier Tory non ha detto granché di nuovo. Ha ripetuto - a beneficio dei falchi brexiteers di casa sua e dei vitali alleati della destra unionista nordirlandese del Dup - che il governo non firmerà nulla che "minacci l'integrità" del Regno o allenti il legame con l'Ulster. E che il backstop preteso da Bruxelles come meccanismo di garanzia per assicurare ove necessario l'intangibilità di una frontiera senza barriere in Irlanda anche dopo la fase di transizione post Brexit già delineata fino al 31 dicembre 2020 potrà essere accettato solo come un'ipotesi a termine. Non certo "a tempo indefinito".

Un paletto che tuttavia i 27 non mostrano al momento d'essere intenzionati a digerire, a dispetto della convinzione di May che la quadratura del cerchio resti a portata di mano, che ci siano stati "progressi importanti" (al di là di "poche, ma serie" questioni da risolvere), che "nessuno voglia un no deal" e che occorra mantenere "calma e sangue freddo". Nessuno, va detto, pratica in queste ore il linguaggio della rottura. Anche se il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, oscilla fra richiami alla "fiducia" e moniti a prepararsi "responsabilmente a un no deal" vicino come mai prima. Il capo negoziatore europeo Michel Barnier predica in ogni modo "pazienza", al pari della cancelliera tedesca Angela Merkel e degli altri leader che contano nel continente. A Bruxelles si mormora che la premier britannica potrebbe persino disertare mercoledì sera la cena di lavoro introduttiva del prossimo vertice, per evitare di dover sancire un'ennesima, pressoché scontata, fumata nera.

Ma si lascia aperta in effetti la porta alla prospettiva dei tempi supplementari: di quel vertice straordinario già previsto come soluzione di riserva per metà novembre; senza escludere di tenere la baracca del negoziato in piedi anche più in là, "fino a dicembre", come suggerisce esplicitamente da Dublino il premier irlandese Leo Varadkar, interessato come nessuno a trovare una soluzione purchessia. Soluzione destinata d'altronde a passare per il governo May sotto le forche caudine di un passaggio parlamentare che la seduta odierna alla Camera dei Comuni ha confermato potersi trasformare in un calvario.

Fra le paure furiose degli unionisti nordirlandesi; l'opposizione di un Labour che sente profumo di elezioni anticipate e si dice pronto per bocca di Jeremy Corbyn a chiudere anche domani un'intesa con l'Ue sulla permanenza nell'unione doganale sia dell'Irlanda del Nord sia del resto del Regno; e soprattutto fra i veti incrociati interni alla parrocchia Tory: da un lato la robusta corrente euroscettica di Boris Johnson e soci, che bolla come "vergognoso tradimento" del mandato referendario del 2016 ogni ipotetico cedimento; dall'altro quelli del pugno di conservatori 'eurofili', unitisi ormai alle file di chi chiede un secondo referendum (escluso ancora una volta categoricamente dalla premier). Veti contrapposti che solo portando a casa uno straccio di accordo lady Theresa potrà sfidare alla prova del bluff.

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