Il fascino perduto della 'Primavera di Praga'

Il sogno del 'socialismo dal volto umano' di Dubcek stroncato dai tank sovietici

(di Eloisa Gallinaro)

ROMA - Mezzo secolo dopo sono i libri di storia a custodire la 'Primavera di Praga' e il suo fascino di di esperimento coraggioso e tragico ormai definitivamente archiviato, se non del tutto rimosso, dalla memoria politica della Repubblica ceca. E a prevalere è semmai il ricordo dell'invasione nell'agosto 1968 di centinaia di migliaia di soldati e di migliaia di carri armati del Patto di Varsavia più che il tentativo di 'socialismo dal volto umano' che Alexander Dubcek cercò inutilmente di pilotare.

Lo slovacco, eletto nel gennaio 1968 segretario generale del Partito Comunista (Pcc) e premier dell'allora Cecoslovacchia, fu il protagonista di un tentativo tanto audace quanto difficoltoso: introdurre elementi di democrazia in uno dei sistemi più duri del Patto di Varsavia. Con l'elezione, in marzo, dell'ex generale Ludvik Svoboda alla presidenza, si aprì ufficialmente la strada a una serie di riforme sociali. La censura fu parzialmente abolita, la libertà di parola e opinione venne ripristinata, aperte le frontiere. Nel progetto c'era anche la creazione di una Cecoslovacchia federata. Nessuno pensò mai né di rovesciare il sistema né di prendere le distanze dall'Unione sovietica, anzi l'idea guida era quella dei piccoli passi, tanto che i prigionieri politici non furono liberati e non passò la legalizzazione del Partito democratico sociale.

Ma l'Urss di Leonid Breznev era in allarme, anche perché in anni di guerra fredda, con la Cecoslovacchia in posizione chiave per lo schieramento difensivo del Patto di Varsavia, non poteva nemmeno pensare di perdere pezzi o di assistere ad un eventuale indebolimento che avrebbe messo a rischio il blocco monolitico dell'alleanza. I cecoslovacchi però alle riforme ci credevano, e di fronte a qualche timidezza di troppo di Dubcek, in giugno il giornalista e scrittore Ludvik Vaculik pubblicò il 'Manifesto delle duemila parole': una dichiarazione di aperto dissenso nei confronti del partito - ma non eversiva - e un invito all'ala progressista a lavorare per una svolta più decisa. Dubcek e altri riformisti non condivisero il Manifesto, che fu sottoscritto in breve tempo da centomila persone, e la repressione si abbatté su migliaia di firmatari mentre il leader del Pcc condannava pubblicamente il documento.

La Primavera era di fatto finita. E il 3 agosto a Bratislava Dubcek incontrò Breznev per rassicurarlo sulla fedeltà sua, del Partito e del Paese. Ma l'allarme era ormai scattato al Cremlino e la 'dottrina Breznev' della sovranità limitata forniva la giustificazione teorica all'intervento. Nella notte tra il 20 e il 21 agosto le truppe di cinque Paesi del Patto di Varsavia invasero la Cecoslovacchia tra l'incredulità della gente che non riusciva a considerare nemici i soldati e circondava i carri armati cercando di dialogare in russo con gli occupanti come raccontò - da testimone oculare - Umberto Eco sulle pagine dell'Espresso del primo settembre 1968. Dubcek invitò a non opporre resistenza ma alla fine il bagno di sangue ci fu. E lasciò sul terreno 200 morti.

Le immagini dei tank sovietici in piazza San Venceslao fecero il giro del mondo. A nulla erano valsi i buoni uffici dei partiti fratelli, neppure quelli del più forte Partito comunista dell'Occidente, il Pci. "Non solo non abbiamo taciuto, ma abbiamo agito e cercato di pesare, e di fronte all'intervento militare dei cinque Paesi del patto di Varsavia abbiamo espresso il nostro grave dissenso", affermava Pietro Ingrao alla Camera il 29 agosto. La Primavera di Praga, anche ufficialmente, era una pagina chiusa. Si apriva quella della normalizzazione.

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