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Corea del Nord: Trump alla Cina, pronti agire soli

'Pechino aumenti pressioni o Usa pronti ad azioni unilaterali'

Donald Trump ha accolto il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi, oggi per la prima volta alla Casa Bianca. I due leader si sono stretti la mano, ripetendo il gesto anche nell'incontro nello studio Ovale, cosa che non era capitata con la Merkel. "Usa ed Egitto combatteranno il terrorismo insieme", ha detto il presidente Usa, sottolineando che gli Stati Uniti sostengono al Sisi e che personalmente gli è stato vicino sin dal loro primo incontro. Al Sisi, dal canto suo, ha detto a Trump di apprezzare profondamente la sua personalità, unica, in particolare per il suo forte sostegno alla lotta al terrorismo.

Evitare uno scontro sui dazi con gli Usa che porterebbe inevitabilmente a una guerra commerciale tra le due principali potenze mondiali. Con conseguenze imprevedibili per l'intero pianeta. E' l'obiettivo numero uno del presidente cinese Xi Jinping, che giovedì e venerdì avrà il suo primo faccia a faccia con Donald Trump, dopo un inizio tempestoso dei rapporti tra Pechino e la nuova amministrazione statunitense. Intanto il presidente americano mette in guardia la Cina anche sul fronte della Corea del Nord: "Se non ci aiuteranno e non aumenteranno le loro pressioni sul regime di Pyongyang gli Stati Uniti agiranno da soli", ha detto in un'intervista al Financial Times, sottolineando come l'America e' pronta a decidere "azioni unilaterali" per eliminare la minaccia nucleare nordcoreana.

Da indiscrezioni si sa che tutte le opzioni sono sulla scrivania dello Studio Ovale, compresa quella estrema dei raid aerei. Del resto la costa occidentale Usa si sente minacciata, e lo stesso Barack Obama prima del passaggio di consegne ha avvertito Trump su come Pyongyang sia al momento il pericolo numero uno per la sicurezza nazionale. Tra i due leader che si incontreranno a giorni, comunque, chi ha le idee più chiare sembra al momento Xi, che arriverebbe a Palm Beach, nella 'Casa Bianca d'Inverno' di Mar-a-Lago, con un piano ben preciso: mettere sul piatto nuovi investimenti cinesi in Usa. Investimenti per parecchi miliardi di dollari, soprattutto su quei progetti infrastrutturali che Trump vuole rilanciare per creare posti di lavoro e ammodernare il Paese.

Un piano da mille miliardi di dollari in dieci anni che il presidente americano dovrebbe presentare entro la fine dell'anno. L'offerta di Pechino avrebbe un sicuro vantaggio: quello di permettere a Trump di mostrare agli americani un risultato concreto e immediato delle sue ripetute pressioni e minacce sul fronte dei dazi. Anche perché - concordano quasi tutti gli osservatori americani - il tycoon non ha ancora individuato la strategia da seguire nei confronti della Cina, prigioniero anche delle divisioni esistenti all'interno del suo staff. Ma assicurare altri investimenti cinesi in Usa (solo lo scorso anno sono ammontati a 45 miliardi di dollari) per Xi è solo la seconda mossa di un piano ben più complesso, avviato ancor prima dell'insediamento del tycoon alla Casa Bianca e che prevede una manovra avvolgente sulla famiglia Trump. Puntando sulle persone più vicine al presidente: la figlia Ivanka, che fa affari in Cina con la sua linea di moda, e il genero Jared Kushner.

E' a quest'ultimo che il presidente ha dato l'incarico di tessere le fila dei rapporti con Pechino, marginalizzando di fatto il segretario di Stato Rex Tillerson. Ed è proprio Kushner che l'establishment cinese considera la chiave per entrare nel cuore della Casa Bianca, nello Studio Ovale. E se Tillerson è stato a Pechino per preparare il terreno alla visita di Xi, in realtà dietro le quinte sarebbero proprio Kushner e l'ambasciatore cinese a Washington Cui Tiankai al lavoro sulla dichiarazione finale del meeting in Florida. Con i due che hanno cominciato a lavorare a stretto contatto di gomito fin dalla telefonata Trump-Xi dello scorso febbraio. Chiamata organizzata per ricucire lo strappo provocato dal tycoon che, accettando una telefonata dal leader di Taiwan, aveva messo in discussione la policy statunitense di riconoscere una sola Cina, seguita fin dai tempi di Kissinger.

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