A Malta è caccia al tesoro del figlio di Gheddafi

Avvocati di Tripoli tentano di recuperare 90 milioni di dollari

I soldi, quelli, erano frutto di "affari personali". E se si vogliono più dettagli: "Spiacenti, prenotate un viaggio in Paradiso per avere risposte a queste domande". Si è dovuto rifugiare nel sarcasmo, Charilaos Oikonomopoulos, il superavvocato greco nominato dalla vedova del colonnello Gheddafi, Safia Ferkash, nella nuova puntata nella guerra legale in corso da anni nel palazzo di giustizia della Valletta per i fondi (ex) segreti di Muatassim, uno dei figli del dittatore libico. Un caso che si trascina nel pantano di tanti malcelati interessi maltesi sullo sfondo.
    Da una parte ci sono la Libia del governo di Tripoli riconosciuto dalle Nazioni Unite, dall'altra Safia che si è stabilita in Oman ed è anche la madre di Muatassim Gheddafi, il quinto figlio del colonnello Muhammar. Quello che lo affiancò fino alla morte nel deserto della Sirte il 20 ottobre 2011. In gioco, gli oltre 90 milioni di dollari depositati in conti e carte di credito presso la Bank of Valletta (Bov), la principale banca di Malta. E gestiti da due società di diritto maltese (Capital Resources e Mezen International), costituite da Muatassim prima della rivoluzione, quando era noto come "crudele playboy" che incassava decine di milioni di dollari ed era capace di spendere 4.890 euro in una sera nel parigino night L'Arc Paris ed altri 4.500 per la cena al Rival Deluxe sugli Champs Elysée.
    Quando morì gli trovarono in tasca una delle sue Visa platino emesse dalla Bov. Nel 2015 il Procuratore generale nominato dal governo di Tripoli ha chiesto la restituzione dei fondi alla Libia. Entrambe le società erano state affidate da Muatassim al maltese Joe Sammut, un ex tesoriere del partito laburista, controverso avvocato d'affari legato a molti libici, che nei decenni di Gheddafi avevano investito sull'isola (a partire dallo stesso dittatore). E che dopo la rivoluzione vi si sono definitivamente rifugiati

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