'L'Iran lascia l'intesa nucleare solo se lo fa la Ue'

Dareini, autore 'Legitimate Deterrence': 'Ma non cercherà bomba'

   "Anche se gli Usa abbandonassero l'accordo del luglio 2015 sul nucleare iraniano, l'Iran non necessariamente farebbe lo stesso. Finché il resto del mondo - le altre cinque potenze - restano fedeli all'accordo e l'Iran può esportare petrolio e godere dei benefici dell'intesa, Teheran non ne uscirà. Ma se anche l'Europa dovesse unirsi agli Usa nell'imporre nuove sanzioni, allora l'Iran non si sentirà più impegnato da un accordo ormai morto". A parlare è Ali Akbar Dareini, per 17 anni corrispondente capo dell'Associated Press (Ap) da Teheran, e ora autore di "Legittimate Deterrence. A thrilling story of Iran's Nuclear Program", edito dal canadese Tellwell e dall'indiano Motilal Banarsidass e appena uscito sugli scaffali iraniani e internazionali.
    L'Iran non sarà dunque il primo a lasciare", prosegue Dareini parlando con l'ANSA. Ma se l'accordo dovesse cadere, a Teheran "servirebbe comunque un anno di tempo per accumulare abbastanza uranio a basso arricchimento per costruire un ordigno nucleare" - cioè 1.500 kg di uranio arricchito a un massimo del 5%, contro i soli 300 kg che ora ha accettato di avere come riserva.
    Ma anche in quel caso, aggiunge Dareini, servirebbe "una decisione politica per andare verso un'arma. E credo che l'Iran non percorrerà mai quella strada, a meno che non venga militarmente attaccato". "Legitimate Deterrence" è un poderoso lavoro di 1.600 pagine sulla storia del programma nucleare di Teheran, narrata da un giornalista iraniano che fino all'aprile scorso era attivo per la grande agenzia di stampa Usa. E contiene già nel titolo una tesi: la strategia nucleare dell'Iran puntava a creare una "breakout capability", ossia la capacità di giungere a un passo dall'ordigno, che gli servisse come "un deterrente credibile - spiega l'autore nella prefazione - senza costruire una bomba atomica". Potenziando però la sua posizione internazionale e "la sua sicurezza nazionale, senza violare i suoi impegni con il Trattato di non proliferazione nucleare". L'Iran, insomma, ha lavorato per fare del nucleare "una leva non per far detonare una bomba", sintetizza Dareini.
    Una storia, quella ripercorsa da Dareini, che comincia nel 1957 con lo Scià e che, proprio per i tanti ostacoli posti dall'Occidente dopo la Rivoluzione islamica del 1979, divenne "una fonte di orgoglio nazionale e un simbolo dell'identità moderna dell'Iran". E nella quale hanno potuto esercitarsi "la saggezza politica e il pragmatismo" di Teheran, che, "dopo un decennio di stallo negoziale e solo dopo che l'Iran ha perfezionato la sua tecnologia per l'arricchimento" ha "sottratto ai suoi nemici la scusa" per continuare con le sanzioni. E ha "sbigottito" Israele e Arabia Saudita con lo storico accordo con le potenze del 5+1. Un risultato ora minacciato dalla nuova presidenza Usa di Donald Trump, che il 13 ottobre ha annunciato che non avrebbe certificato il rispetto dell'accordo da parte dell'Iran, chiedendo al Congresso di trovare un modo per poterlo modificare.
    Ma - sottolinea Dareini - il compito di monitorare l'accordo spetta non a Trump ma all'Aiea, "che ha ripetutamente chiarito che Teheran è rimasto fedele ai suoi obblighi". Quindi, l'unica novità è "la strategia sull'Iran" di Trump. "Lui però non vuole pagarne il prezzo ponendo fine all'accordo unilateralmente.
    Vuole dei complici. Per questo ha gettato la palla al Congresso". Del resto, sottolinea l'autore, non vi sono prove di una volontà politica dell'Iran di compiere una svolta militare per il suo nucleare, come confermato anche dalla Cia. E così continuerà a essere, "qualunque sia la politica che vogliano adottare Arabia Saudita, Israele o gli Usa", afferma.
    Eppure Trump ha più volte associato l'Iran alla Corea del Nord: "Non vi è alcuna affinità tra i due programmi", conclude Dareini, e gli Usa lo sanno bene. (ANSA).
   

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