Schiaffo da Scozia, referendum bis entro 2 anni

Mozione approvata a maggioranza da Parlamento Edimburgo

Lo schiaffo di Edimburgo arriva alle 5 della sera del 28 marzo, il giorno della vigilia della Brexit. La Gran Bretagna s'incammina verso la Brexit, ma la Scozia - gioiello del nord caro alla corona e alla regina Elisabetta - non ci sta e il suo parlamento lancia il guanto della sfida, invocando un nuovo referendum sulla secessione da Londra "entro due anni": vale a dire prima che si concludano i negoziati per l'uscita del Regno dall'Ue. Nicola Sturgeon, first minister scozzese e leader indipendentista dell'Snp, ruba cosi' di nuovo la scena a Theresa May alla vigilia del giorno che la premier britannica saluta nelle stesse ore da Birmingham come "un momento storico".

E sebbene lady Theresa si affretti a rispondere picche ("nessun negoziato" e nessun referendum bis, almeno per ora e per una mezza dozzina di anni, ribadisce a stretto giro) il dado, oltre il Vallo di Adriano, è comunque tratto. La Scozia, per quanto divisa nei sondaggi, torna a sventolare le sue bandiere. E come minimo a porre un problema politico a un regno che si appresta a dire addio a Bruxelles, ma rischia d'abbandonare i 27 lasciandosi dietro un nuovo contenzioso interno.

La mozione, ripresa dal parlamento di Holyrood, a Edimburgo, dopo l'interruzione shock della settimana scorsa imposta dall'attacco terroristico di Westminster, è stata approvata alla fine senza sorprese: 69 voti contro 59. Lo Scottish National Party (Snp) di Nicola Sturgeon, promotrice dell'iniziativa, ha potuto contare sul sostegno fondamentale dei Verdi. Contrari invece i partiti delle opposizioni nazionali: conservatori, laburisti e libdem. Mentre fuori dal palazzo caroselli di automobili di attivisti dell'Snp si rimettevano in moto in un trionfo di vessilli con la croce di Sant'Andrea. Il documento parla chiaro: chiede d'indire una nuova consultazione popolare sul distacco dal Regno Unito entro marzo 2019, ossia esattamente entro la scadenza dell'iter negoziale per la Brexit prevista da quell'articolo 50 del Trattato di Lisbona che May notificherà domani a Bruxelles. "Il nostro voto di oggi - ha tuonato Sturgeon fra gli applausi dei suoi - deve essere rispettato, il mandato per il referendum è fuori questione". Per la 'first minister', il no di Londra alla "volontà democratica" dai rappresentanti scozzesi è "insostenibile" e non potrà reggere. Rispetto al 2014, quando gli indipendentisti persero la loro battaglia referendaria col 45% contro il 55, i sondaggi mostrano in effetti scostamenti limitati. I sì alla separazione sembra siano saliti al 46%, ma restano in minoranza.

Sturgeon può tuttavia far leva sull'opposizione alla Brexit di ben il 62% dei cittadini del nord, registrato nel referendum sull'Ue del 23 giugno scorso: in controtendenza con il risultato complessivo dell'isola e con quello dei 'fratelli coltelli' d'Inghilterra. Ha però un problema davanti a sè: la necessità costituzionale di passare attraverso il placet del parlamento britannico di Westminster - dopo aver giurato meno di tre anni fa che il voto sulla secessione sarebbe stato "una volta in una generazione" - dove l'attende a piè fermo l'altrettanto coriacea Theresa May.

L'ultimo faccia a faccia fra le due, ieri a Glasgow, è stato garbatamente glaciale, raccontano. La signora di Downing Street pare abbia aperto uno spiraglio ad ampliare i poteri d'Edimburgo di fronte all'Europa nei limiti della devolution. Ma Sturgeon ha tirato diritto. E la premier britannica è stata perentoria. "Non apriremo i negoziati sulla proposta della Scozia" fino a quando la Brexit non sarà consolidata, ha fatto dire a un portavoce: "ora non è il momento giusto".

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