Parigi, terrorismo minaccia sopravvivenza bistrot

Ce ne erano 18 volte di più. Dopo attentati, chiusure notturne

di Tullio Giannotti

Salviamo il bistrot parigino! Una campagna che un anno fa era già popolare ma che dopo il 13 novembre, con la strage degli avventori ai tavolini sotto le tende rosse, è diventato un grido disperato. Chiudono ormai uno dopo l'altro. E i giganti che resistono, come lo storico Pied de Cochon, sono costretti a tagliare sugli orari e sui giorni di apertura.
    Eccolo il tristissimo corollario degli attentati: i tavolini che sempre più spesso restano vuoti, i bar che alle 10 e mezzo la sera già abbassano le serrande, le insegne che chiudono sono ormai il panorama della Parigi ferita. A poco sono servite le parole d'ordine, gli hashtag per proclamare con orgoglio che i parigini non si arrendono al diktat del terrore. Sera dopo sera, Parigi si è fatta più mesta, e la desertificazione dei bistrot si è aggiunta a una crisi che durava da anni. E che investe le grandi brasserie, i piccoli ristoranti e gli "zinc", i famosi caffè col bancone di zinco che molti trovano tristi e bui ma che per i "parisiens" facevano parte dell'anima della loro città.
    Per i nostalgici incalliti, la loro condanna a morte fu pronunciata con la legge del divieto di fumo nei locali.
    La crisi, resa esplosiva dagli attentati, viene da lontano: negli anni Sessanta, i bar, bistrot, caffè, trattorie, erano 600.000. Ne restano oggi 35.000, praticamente 1 su 18, una vera ecatombe, con la prospettiva dell'estinzione. Inimmaginabile fino a pochi anni fa, i bistrot sopravvivono in 10.0619 comuni, il che significa che 26.045 villaggi di Francia non ne hanno più nemmeno uno dove ritrovarsi la sera davanti a un bicchiere di vino.
    Qualcuno, racconta un'inchiesta di Le Parisien, si è dato da fare come ha potuto: il municipio di Ohnenheim, in Alsazia, si è messo a vendere bibite dopo aver rilevato la licenza dell'ultimo barista del villaggio. Altri hanno fatto collette, qualcuno - soprattutto nell'Ile-de-France - ha riaperto grazie agli sgravi fiscali concessi negli ultimi anni dallo Stato. In tanti fanno autocritica: spesso nei vecchi bistrot non si è innovato ma la qualità del cibo si è abbassata. Insomma, i locali sono diventati via via posti "da anziani". O "da turisti", come il Pied de Cochon, che - nel cuore delle Halles - era invece il luogo preferito dai nottambuli. Dal 1947, anno della sua apertura, non aveva mai chiuso un giorno: 24 ore su 24 per 7 giorni a settimana, questo il suo motto e il suo credo. A qualsiasi ora si poteva trovare la mitica choucroute o la zuppa di cipolle. Insomma, un'istituzione. Dal 13 novembre, la celeberrima brasserie ha visto però crollare le presenze, soprattutto quelle della clientela straniera, spaventata evidentemente più dei parigini dalle sventagliate di kalashnikov dei terroristi contro i tavolini dei ristoranti: meno 20 per cento, tanto che il direttore Josè Dufour è stato costretto ad annunciare che dal lunedì al giovedì si chiude a mezzanotte e mezzo e si riapre alle 7, come un ristorante qualsiasi. La proprietà prova a stemperare la delusione precisando che la decisione vale fino a fine aprile. A maggio la frequentazione dovrebbe riprendere il suo ritmo normale, sperano al Pied de Cochon, chiudendo così la parentesi invernale più triste dalla fondazione del locale, nel dopoguerra.
   

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