di Livia Parisi
ANSA MagazineaMag #122
Da bulimia ad abusi, aiuta dove le parole non arrivano

Gioco con la sabbia diventa terapia

Da bulimia ad abusi, aiuta dove le parole non arrivano. E ne beneficiano soprattutto i bimbi

Gioco e sabbia, manipolazione e creatività, sono questi gli strumenti della SandPlay Therapy, un ‘viaggio dentro se stessi’ che permette di mettere in scena anche gli eventi e le emozioni che fanno più male. Introdotto in Italia circa 40 anni fa e utilizzato anche in alcuni ospedali pediatrici e nei servizi pubblici per l’infanzia, questo metodo permette di far apparire in poche sedute anche le ferite più profonde, che è possibile poi elaborare attraverso le parole.

Gioco e creatività, anche la sabbia aiuta a superare i traumi

sabbia

 Dai ragazzi con disturbi dell'alimentazione alle donne e ai bambini che hanno subito abusi, ai figli che si trovano che affrontano con difficoltà la separazione dei genitori: sono momenti in cui le parole fanno difficoltà a esprimere stati d'animo. E' in questi momenti che la sabbia e il gioco possono venire in aiuto. Perché come diceva lo psicologo analista Carl Gustav Jung, “spesso accade che le mani sappiano svelare un segreto intorno a cui l’intelletto si affanna inutilmente”.


'Le mani svelano segreti incomprensibili alla ragione'

GUARDA LA PHOTOSTORY Fotoracconto

Con le mani si dà forma alle emozioni

La SandPlay Therapy non ha niente a che vedere con la paletta e il secchiello, o con i castelli costruiti sulla spiaggia. Si basa, invece, sulla realizzazione di “quadri” con miniature tridimensionali disposte in modo libero in una sabbiera. L’obiettivo è osservarle e leggerle per aiutare le persone a ritrovare il benessere psicologico. Può quindi essere uno strumento particolarmente utile con i pazienti che hanno difficoltà comunicative. “E’ l’intuizione – chiarisce Marco Garzonio, saggista, psicoterapeuta, past president del Centro Italiano di Psicologia analitica (Cipa) - di unire la psicanalisi di impostazione junghiana con la possibilità di mettere le mani nella sabbia. Perché ‘giocare’ e manipolare con questo materiale fa sperimentare come ognuno sia artefice della propria vita e come il nostro destino sia nelle nostre mani”. La sabbia, infatti, non è solo uno dei materiali più affascinanti per i bimbi, che ne vengono attratti istintivamente già da piccolissimi, ma ha un valore simbolico molto importante: “è facilmente trasformabile e plasmabile, rappresenta l’atto della creazione e la restituzione della responsabilità all’individuo”, spiega Garzonio. Ed è proprio sulla sabbia che, grazie a un armamentario fatto da piccoli oggetti e personaggi, viene rappresentato un ‘universo in miniatura’ e diventa ‘visibile l'inconscio’.


Il destino e' nelle nostre mani, come la sabbia


Sabbia e figure per trovare le parole che sfuggono (alla razionalità)

Carla di Francesco

La sabbia messa disposizione è contenuta in una cassetta blu, che rappresenta l’acqua, e che ha precise dimensioni. Questa sabbiera, che costituisce la cornice del quadro, viene definito uno spazio libero e protetto.

"E' libero - spiega Carla di Francesco, psicoterapeuta e membro della Associazione Italiana per la SandPlay Therapy (AISPT) - perché al suo interno la fantasia può creare quello che vuole, senza giudizio e senza i limiti della razionalità, spesso associati all'utilizzo della parola. Allo stesso tempo protetto, perché ha confini ben definiti, che costituiscono un limite a quella libertà ma allo stesso tempo la condizione stessa per goderne". I limiti, sottolinea, "sono una frustrazione’sana’ che si oppone alla realizzazione di tendenze onnipotenti, delimitano lo spazio che serve a contenere le parti di sé affinché possano congiungersi fra loro, dando così luogo alla rielaborazione del trauma".

In questi confini, viene disposta della sabbia, che viene manipolata, sfiorata, impastata o anche solo osservata. Sarà il paziente, adulto o bimbo che sia, a popolarla con la propria fantasia, scegliendo quali personaggi e oggetti tridimensionali inserirvi da uno scaffale in cui sono disposti, ordinati per tipologia: elementi del paesaggio, come alberi o case più o meno grandi, animali di ogni tipo e personaggi di ogni tipo, come soldatini, cavalieri, mezzi di trasporto ma anche creature immaginarie dei miti, delle favole e dei cartoni animati. “In questo contesto ogni cosa ha un senso serve a comprendere il mondo interiore del paziente: in che modo ci si dispone di fronte alla sabbiera, quali oggetti vengono scelti e dove vengono posizionati”, spiega l’esperta. Ma, “un ruolo lo ha anche come si manipola la sabbia e se si scegli quella umida o quella asciutta”. Così come le parole che si scelgono per descriverla: lo stesso materiale può infatti essere caldo per qualcuno e freddo per altri, morbido o ruvido. Ne nasce un quadro, per ognuno diverso e diverso in ogni momento della vita, che il terapeuta osserva, analizza e fotografa. Si vede, “nel corso nel tempo, l'evoluzione di questi quadri verso rappresentazioni armonica e fluide, che corrispondono anche a una evoluzione interiore”.


Nella sabbiera un luogo 'libero e protetto'


Dai bimbi agli adulti, l’intuizione dell’allieva di Jung

Ad intuire l’importanza terapeutica del gioco per la mente fu la psicanalista svizzera Dora Kalff (1904-1989), allieva di Jung e della pediatra inglese Margaret Lowenfeld. Tra gli anni '50 e '60 sviluppò infatti la Sandplay Theraphy, con l'intento di trovare un modo per accedere ai contenuti inconsci dei pazienti, facendo sì che fossero loro stessi a rappresentarli nelle “sabbie”. Iniziò ad applicare il metodo sui bambini, in particolare quelli con nevrosi. Ma ben presto, utilizzandolo con i genitori dei piccoli pazienti, ne comprese le potenzialità anche per gli adulti.


Dora Kalff, 'Madre della sandplay therapy'


Da bulimia ad abusi, la terapia che aiuta i bimbi

E’ sui bimbi che la Terapia del Gioco con la sabbia mostra ancora più chiaramente le sue potenzialità, perché sono loro che più di chiunque altro utilizzano spontaneamente il gioco per esprimere le loro difficoltà e le loro angosce molto più della parola. E, d’altronde, i bimbi sono anche quelli con i quali risulta più difficile portare avanti la psicoterapia, per la minore capacità di verbalizzare. Consapevole di questo, fu la stessa fondatrice del metodo Dora Kalff, che lo applicò fin dall'inizio sui più piccoli. In Italia fu proprio in un ospedale Pediatrico, nell’ambito del servizio sanitario pubblico, che ebbe il primo utilizzo sui pazienti. “Grazie a un primario illuminato, per 40 anni l'abbiamo utilizzata presso il reparto di Neuropsichiatria infantile dell'Ospedale Bambino Gesù di Roma”, racconta Daniela Tortolani, psicoterapeuta, docente dell’AISPT e già dirigente del Servizio di psichiatria e psicoterapia dell’ospedale della Santa Sede. “I bambini che vedevamo avevano varie patologie. Ma ci siamo soprattutto specializzati nel trattamento dell'anoressia e degli abusi e con loro abbiamo applicato il metodo. Abbiamo visto situazioni in cui l’abuso viene rappresentato per la prima volta sulla sabbia, perché il bambino non riesce a dirlo. Prima lo rappresenta e poi riesce a parlarne”.


Il progetto dell'Ospedale Bambino Gesù


'I quadri di sabbia' evolvono nel tempo

I 'quadri di sabbia' vengono proposti al paziente appena arriva in studio, come modalità di diagnosi, ovvero di conoscenza del suo mondo interiore. Poi diventano uno strumento terapeutico e possono essere ripetuti nel tempo per vedere l'evoluzione della problematica. Ad esempio un quadro desolato e angosciato, come quello realizzato da una ragazza che soffre di anoressia si trasforma piano piano in un luogo pieno di vita.

La terapia può essere utilizzata sui bimbi a partire da cinque o sei anni e spesso vengono coinvolti anche i genitori. A utilizzarlo per gli adolescenti particolarmente problematici è stata Maria Claudia Loreti, psicologo analista e già dirigente del Servizio Materno Infantile per la Tutela della Salute Mentale in età evolutiva della ASL RMD di Roma. “Negli ultimi 10 anni alla guida del servizio – spiega - introdussi la sabbiera nella prassi terapeutica per famiglie e ragazzi con problemi. Mi aiutò moltissimo a entrare in contatto profondo ed empatico con loro. Si è rivelata un’esperienza utile anche per quanto riguarda l’elaborazione di traumi per lutti o per le separazioni particolarmente conflittuali, che sono una realtà spesso molto dolorosa per i figli. I ragazzi mettevano in scena questi traumi, prima ancora di verbalizzarli, con scene in cui appariva nettamente la scissione a cui loro stessi erano sottoposti. L’obiettivo in quel caso ricomporre la spaccatura”.


Giocando appaiono le ferite da elaborare insieme


Può apparire semplice ma richiede precisa formazione

Il metodo “può apparire semplice - spiega Chiara Ripamonti, presidente dell'Associazione Italiana per la SandPlay Therapy (AISPT), psicoterapeuta e analista - ma si tratta di qualcosa di ben diverso dal gioco spontaneo che si fa con la sabbia. E' a tutti gli effetti una tecnica psicoterapeutica”. Obiettivo dell'Aispt è “quello di diffondere un utilizzo consapevole della SandPlay Therapy, questo significa assicurare che venga utilizzata da psicoterapeuti che abbiano seguito una adeguata formazione, presso l’unica scuola di formazione riconosciuta dal Miur, in Italia, l'Aispt, che può contare su una scuola di specializzazione, su un master e su un corso di formazione in psicoterapia infantile”.

Risale al 1975, il primo percorso diagnostico col Sand Play in Italia. Attualmente, prosegue Ripamonti, che è professore aggregato e ricercatrice all'Università di Milano-Bicocca, “viene usata su adulti, adolescenti e bambini, per curare disturbi di vario tipo tra cui stati d'ansia, depressioni, i disturbi del comportamento e quelli dell’alimentazione, le dipendenze”. Se ne può usufruire essenzialmente in studi privati e nel privato sociale (nelle associazioni onlus Insieme Noi, La Cura del Girasole, Psyché), mentre nel pubblico, conclude, “è utilizzata presso la Asl città di Torino e presso l’Unità di neuropsichiatra e riabilitazione dell'età evolutiva dell'Istituto Don Gnocchi di Milano”.