di Mattia Bernardo Bagnoli
ANSA MagazineaMag #106
REPORTAGE

La penisola che non c'è: Crimea

Poco più di tre anni fa la Crimea tornava russa, attraverso un referendum che il mondo non ha mai riconosciuto. Viaggio in una terra sospesa fra sanzioni e voglia di normalità, in cui il Cremlino sta versando una valanga di denaro. Che attira l'attenzione di molti imprenditori, anche italiani.

“Almeno non ci bombardano, è già qualcosa”. Natalia porta a spasso la sua nipotina, bella infagottata come si conviene in un fine aprile uggioso. La Crimea per la Russia è sempre stata la riviera per eccellenza, sia al tempo degli zar che in epoca sovietica. Ma l’inverno non se ne vuole andare e a Sebastopoli tira un vento insidioso. Meglio dunque non correre rischi. Natalia rimbocca le coperte nella culla: il mercato centrale è semivuoto, le bancarelle di verdura espongono quel che hanno, cioè poco, e i gatti si godono gli intervalli di sole. All’improvviso un’immagine sembra passarle davanti agli occhi. “La gente era pronta a tornare sotto Mosca… ricordo che una mia amica, anche lei pensionata, mi chiamò il giorno prima del referendum: se serve, diceva, ci mettiamo davanti ai carri armati, tanto ormai siamo vecchie”.

Sono passati poco più di tre anni da quando gli “omini verdi” - militari russi senza mostrine - sono comparsi in Crimea, sull’onda della rivoluzione ucraina, e hanno occupato le aree chiave della penisola, rendendo possibile il contestatissimo referendum sulla “riunificazione” con la Russia. I sì alla fine superarono la soglia del 96%. Per Vladimir Putin, un plebiscito. Una rapina a mano armata, per Kiev. Che non ha mai riconosciuto la validità di quel voto, sostenuta a spada tratta dalla comunità internazionale. Agli occhi del mondo la “riunificazione” della Crimea con la Russia non è altro che “un’annessione”, il primo cambio di confine manu militari di un territorio europeo sin dalla fine della Seconda Guerra mondiale. Lo scontro fra Russia e Occidente inizia qui, quel 18 marzo del 2014, quando il presidente russo e le autorità locali - ovvero il premier Serghei Aksyonov, il presidente del Parlamento Vladimir Konstantinov e il sindaco di Sebastopoli Aleksei Chalyi - firmano il trattato d’ingresso della Repubblica di Crimea nella Federazione Russa: la tragedia del Donbass, infatti, viene dopo. Quel che segue, come si dice in questi casi, è storia.

Usa e Ue reagirono con le sanzioni, Putin con le contro-sanzioni e da allora i rapporti fra Russia e Occidente sono al minimo sindacale, tant’è vero che Mosca resta esclusa dal club del G8 - tornato G7 alla bisogna - e l’interscambio commerciale tra i maggiori paesi europei e la Russia continua a soffrire. L’azzardo di Putin - molte fonti concordano nel dire che sia stato lo zar in persona a dare luce verde all’operazione, senza tenere conto della contrarietà quasi totale della sua ‘corte’ - ha pagato in termini di consenso, facendo schizzare la sua popolarità fra i russi stabilmente oltre l’80%. Cosa fatta, dunque, capo ha. “La Crimea è Russia, fine della questione”, ripete non a caso il ministro degli Esteri Serghei Lavrov ogni volta che gli chiedono come pensa di risolvere la disputa con l’Ucraina.

Vinta la guerra (per così dire), per Putin ora la sfida è di vincere la pace. Il Cremlino, infatti, ha versato una valanga di rubli sulla Crimea per promuoverne lo sviluppo e l’integrazione. Il senso è chiaro: a scegliere la Russia ci si guadagna.

O no?

Una strada del centro di Sebastopoli


La Crimea oggi

“Le tasse salgono, gli stipendi non crescono: le cose non sono molto diverse da quando a comandare era Kiev”. Ekaterina ha i capelli biondi e gli occhi azzurri, lavora come contabile in una piccola azienda. E forse è per questo che risponde alle domande - la vostra vita è cambiata in meglio o in peggio dalla “riunificazione”? - senza esitazione. Accanto a lei c’è suo marito, Dimitri. Lui, invece, ha la carnagione olivastra, i capelli neri come il petrolio, occhi verdi smeraldo e un sorriso gentile illuminato da denti bianchissimi. Crimea, crogiuolo di popoli. Fa il pescatore e come Natalia sono venuti al mercato centrale di Sebastopoli per fare la spesa. “Abbiamo votato per tornare a far parte della Russia - spiega - ma non è cambiato molto da allora: le autorità continuano a non combinare nulla, solo interventi cosmetici”. Che il risultato al referendum sarebbe stato diverso se, per esempio, fosse stato concesso più tempo non ci credono. Ma neppure che senza l’intervento di Mosca in Crimea sarebbe scoppiata una guerra come nel Donbass, così come sostengono i fan più sfegatati del Cremlino. “Di certo c’è che i prezzi sono saliti”. E questo, al mercato, lo dicono tutti.

L’Ucraina, d’altra parte, ha di fatto chiuso la sua parte di frontiera e ogni cosa in Crimea oggi viene dalla Russia, o via aereo, con gli alti costi che ne conseguono, o via nave attraverso il porto di Kerch, dove è in corso di costruzione il gigantesco - e costosissimo - ponte che dovrà definitivamente legare la penisola alla madrepatria attraverso un collegamento stradale e ferroviario. Mosca, si diceva, ha varato un imponente piano di investimenti per rivitalizzare l’economia crimeana dopo i 20 anni di cronici sottoinvestimenti patiti negli anni dell’indipendenza ucraina (a cui vanno sommati gli anni della stagnazione di Breznev). Vediamo allora un po’ di numeri. L’ultimo piano d’investimento disponibile del governo ucraino contemplava circa 120 milioni di dollari annui fino al 2020. Poi è arrivata l’annessione. Così, solo nel 2014, da Mosca sono piovuti 124 miliardi di rubli in “sovvenzioni federali” e denari utili a inserire la repubblica crimeana nell’alveo amministrativo russo - assorbendo, ad esempio, i dipendenti pubblici nella struttura federale. Le conversioni in valuta ‘pregiata’ - diciamo euro, per comodità - da qui in poi si fanno più complicate per l’alta volatilità del rublo ma se si fa la media del 2014, in base ai dati forniti dalla Bce, si arriva a circa 2,5 miliardi di euro. Il programma governativo di sviluppo per la Crimea - 2015-2020 - prevede poi una cifra monstre: 736 miliardi di rubli. Per il 2016 si parla di 148 miliardi di rubli che, ancora, stando alla media di cambio Bce fanno quasi 2,1 miliardi di euro.

Il Cremlino ha quindi messo il turbo e, suscitando non pochi brontolii in altre zone depresse del paese che dipendono dalla munificità del governo centrale, ha trasformato l’intera repubblica crimeana in Zona Economica Libera. Ci sarebbe di che essere felici, visti i tempi. Eppure i quattrini evidentemente non hanno iniziato a girare abbastanza velocemente, se non altro per chi come Ekaterina e Dimitri deve campare con uno stipendio fisso e non ‘fa’ il prezzo. Oksana, che al mercato ha una bancarella di frutta e verdura, invece un miglioramento lo vede eccome. “Ci sono più soldi, abbiamo compiuto passi avanti”, racconta elettrizzata. “Certo, ci sono dei problemi ma non si può avere tutto subito”. Che Oksana sia di parte non lo nasconde e anzi ne va fiera. “Io mi sento russa al 100% e la mattina del referendum mi sono presentata al seggio alle 8 di mattina: il risultato non poteva essere diverso”. La Commissione di Venezia, organo consultivo del Consiglio d’Europa, ha ad ogni modo dichiarato il referendum “illegale” sia in base alla Costituzione ucraina che a quella crimeana e la mancanza di osservatori internazionali indipendenti - Osce o Onu - non ha giocato a favore della Russia. Putin, dal canto suo, ha sempre citato il caso del Kosovo come il precedente principe e ha sostenuto che il referendum in Crimea ha seguito “quelle stesse procedure”.

Ma il diritto internazionale a un certo punto si ferma - di norma davanti ai carri armati - e inizia la vita delle persone, checché ne dicano le cancellerie. “Una mia conoscente lavora in una scuola materna, fa le pulizie: quando c’era l’Ucraina prendeva 140 dollari al mese, ora 4mila rubli (circa 80 euro, ndr). Ma come si fa a vivere con 4mila rubli?”. Grigory nella vita invece fa il tassista e per una corsa da Sebastopoli a Yalta, 70 chilometri più a est lungo la costa rispetto a Sebastopoli, di rubli ne chiede 2mila. Per lui i nomi di Putin e Aksyonov non hanno un gran significato, sono entità astratte, simili ai numina degli antichi romani, così come le loro promesse. Che davvero si stesse meglio quando si stava peggio, però, non se la sente di metterlo nero su bianco. “Le strade fanno un po’ meno schifo”, concede. I dati raccolti e analizzati dall’agenzia RBK sembrano in effetti dargli ragione: a tre anni dalla ‘riunificazione’ la qualità della vita resta inferiore alla media russa, con redditi medi più bassi della metà rispetto al resto della Federazione. L’inflazione poi è senza pietà: +26% nel 2015, +7% nel 2016 (soprattutto a causa del blocco energetico, del traffico merci e delle forniture di acqua dolce, che copre l’87% del fabbisogno locale). Detto questo, stando all’istituto di statistica Crimstat, nel 2016 il reddito mensile procapite è pur salito del 21%, toccando quota 19mila rubli (ovvero circa 300 euro).

Quindi chi ha ragione, la gente o gli specialisti? “Non ci sono dati utili per le analisi comparative perché i dati economici ucraini non possono essere convertiti in quelli russi”, dice Natalia Zubarevic, direttrice del programma regionale per l’Istituto Indipendente di Politica Sociale. “L’economia, stando ai numeri ufficiali, cresce ma è così anche in Daghestan e Cecenia, e questo mette in dubbio la qualità dei dati”. In un quadro del genere tocca ingegnarsi. RBK allora ha composto un paniere di generi alimentari di base dai prezzi comparabili e ha notato che se nel 2013, con uno stipendio medio, si aveva un potere di acquisto pari di 7,5 punti rispetto al paniere stesso, nel 2016 il coefficiente è salito a 9/10 punti.

Le cose, dunque, sembrano andare meglio per davvero. Sebastopoli, va detto, giuridicamente fa parte della Federazione Russa, in quanto città d’importanza federale, e non della Repubblica di Crimea. Paradossalmente, quindi, potrebbe beneficiare di minori investimenti pubblici rispetto al resto della penisola, benché sul suo pedigree patriottico non ci siano dubbi. Anzi. Le sue strade traboccano storia, i palazzi in stile neoclassico dei ‘quartieri alti’ trasmettono un’aura di antica ricchezza e il lungo mare, intervallato da insenature e profondi fiordi, ha un suo fascino decadente. Con tanti soldi e un masterplan firmato da un archistar di grido Sebastopoli potrebbe dire la sua anche nel XXI secolo. Ma le sanzioni rendono il futuro incerto, nonostante le buone intenzioni: meglio dunque rifugiarsi nel passato.

“Io ho studiato a Kiev - racconta ancora Natalia - e ho sempre gonfiato il petto quando dicevo che ero di Sebastopoli: è una delle città ‘eroiche’ della Russia”. Qui, d’altra parte, sin dalla sua ri-fondazione in epoca moderna, nel 1784, per iniziativa del principe Potiomkin e con decreto di Caterina la Grande, ha trovato casa la flotta del Mar Nero - sarà forse per questo che nelle strade si ode un russo purissimo, senza uno strascico di accento ucraino. Poi i due terribili assedi: il primo nel corso della guerra di Crimea (1853-1856) e il secondo durante la Seconda Guerra mondiale, quando venne conquistata dai nazisti dopo feroci scontri e poi liberata dalle truppe sovietiche. Insomma, Sebastopoli ha sempre lottato con fierezza per essere russa. Quando Nikita Krusciov trasferì di sua iniziativa, nel 1954, la Crimea sotto la sovranità amministrativa dell’Ucraina - per celebrare i 300 anni del trattato di unione tra Kiev e Mosca - si trattò in fondo di un dettaglio. Che assunse però caratteristiche ben diverse con il crollo dell’Unione Sovietica e la dichiarazione d’indipendenza dell’Ucraina. Sebastopoli divenne non a caso una città a statuto speciale e l’intera Crimea una regione autonoma, così da rimarcare quella differenza che pure l’ha sempre distinta.

“Il popolo crimeano è diverso sia da quello ucraino che da quello russo: ha la sua identità”. Anche Anatoli fa l’autista ma lui è di Kursk, a 600 chilometri da Mosca, e in Crimea, a Simferopoli per la precisione, ci è venuto a lavorare dopo l’annessione-riunificazione, attirato dalle nuove opportunità. “Le leggi russe sono più dure rispetto a quelle che c’erano al tempo dell’Ucraina e al tipo di mentalità che c’è qui”, spiega. A soffrire in particolare sarebbero i piccoli commercianti, che ormai si erano abituati al ‘lassez-faire’ di Kiev e alla corruzione, che a detta di tutti era rampante. “Non so se la Russia ce la farà mai a integrare la Crimea” confida pensoso mentre affronta il traffico caotico di Simferopoli. Anatoli intanto si è portato avanti. “Il clima non è male”, ridacchia. Infatti la Crimea è da sempre la riviera dell’impero - prima russo e poi sovietico - e il Cremlino ora ha tutte le intenzioni di riportare la penisola agli antichi fasti, sviluppando il settore turistico e quello vitivinicolo.

Gli asset della Crimea, ad ogni modo, non finiscono qui. Mosca ad esempio ha intenzione di sviluppare il gioco d’azzardo, facendo della penisola una sorta di Las Vegas del Mar Nero e c’è chi punta addirittura a trasformarla in un paradiso fiscale. La Crimea oggi è insomma (anche) un grande affare, per quanto rischioso. Ma si sa, chi non risica non rosica. Ecco perché da mezza Europa stanno piovendo manifestazioni d’interesse per intercettare i finanziamenti russi e sfruttare le ghiotte condizioni garantite dalla Zona Economica Libera - in barba alle sanzioni, naturalmente.


Il resort Mryia


I corsari della Crimea

“Capirai, un investimento del genere in Italia varrebbe 250-300 milioni di euro”. I corridoi e i bar del Mriya - futuristico resort a 5 stelle disegnato da Norman Foster - traboccano di politici, uomini d’affari, intermediari, esperti, curiosi. L’hotel ospita il terzo Forum Economico di Yalta, uno dei quattro grandi appuntamenti annuali russi dedicati al mondo dell'impresa insieme al Forum di San Pietroburgo, Vladivostok e Sochi; l'evento è sponsorizzato dal governo della Repubblica di Crimea e ha il sostegno dell'Amministrazione Presidenziale russa. Cioè il Cremlino. Stando ai dati forniti dagli organizzatori oltre 130 imprenditori da 40 paesi del mondo, statisti, politici e personaggi pubblici hanno aderito all’iniziativa, propagandata come "l'evento internazionale più rilevante della Crimea moderna". All'Italia è stato riservato il posto d'onore, forte di una delegazione che conta circa 50 membri (ovvero la più numerosa).

Un imprenditore italiano - che ha chiesto di restare anonimo per ovvie ragioni - tira le somme della tre giorni di meeting, tavole rotonde e ‘stringimani’ a pochi chilometri dalla Nizza del Mar Nero. “E’ più di un anno che sono in ballo, ora bisogna chiudere”. Sul piatto c’è una concessione statale di 49 anni per due mega-cantine con decine di ettari di vigneti annessi. La Crimea ha una tradizione vinicola secolare e gli specialisti degli zar erano arrivati a catalogare ben 13mila tipi diversi di vite: un patrimonio di conoscenza dissipato al tempo dell’Unione Sovietica e poi dell’indipendenza. In fondo c’è chi dice che la vite, come pianta, nasca proprio qui, nell’antica Tauride di Cherson - come la chiamavano i greci - e che la penisola abbia oggi tutto quel che serve a produrre vini coi fiocchi. Tutto tranne il know-how e la tecnologia. E qui viene il bello. In virtù dell’embargo decretato dall’Ue in Crimea, infatti, enti e società europee (in teoria) non potrebbero investire nemmeno un euro: in realtà nella penisola è già in atto una guerra di corsa tra diverse aziende del Vecchio Mondo (ma non solo) per accaparrarsi i ghiotti incentivi offerti dal governo. Le autorità russe e crimeane non ne fanno mistero e anzi ci marciano, con l'intenzione di dimostrare che la Crimea è ‘open for business’ nonostante la voce grossa di Bruxelles e Washington.

Il premier Serghei Aksyonov non ha peli sulla lingua. “Le sanzioni - spiega all’ANSA in un’intervista (in alto a destra la versione integrale) - non funzionano, non servono. La prova? Ci sono molte aziende europee che investono, incluse le vostre. E stiamo parlando di progetti concreti, in corso di realizzazione: esatto, le tecnologie italiane da noi ci sono già”. Non sono le sole. Anche società francesi, tedesche, svizzere, portoghesi e austriache hanno scelto di puntare sulla Crimea aggirando i divieti imposti da Washington e Bruxelles. "Basta aprire una filiale a Krasnodar: nominalmente sarà russa ma servirà il mercato crimeano", racconta candidamente Aksyonov. E’ una ragnatela costruita nel tempo e con pazienza. Già lo scorso ottobre in Crimea si era recata in visita una delegazione d’imprenditori e politici italiani, a trazione veneta e leghista, invitata dal governo locale e dagli organizzatori del Forum di Yalta; a guidare il manipolo di ‘pionieri coraggiosi’ - tra cui Attilio Carlesso, presidente delle Cantine di Soave, e Marcello Veronesi, proprietario dell’omonimo gruppo a cui fanno capo marchi come Aia e Negroni - il presidente del Consiglio della regione Veneto Roberto Ciambetti e il consigliere Stefano Valdegamberi.

Al di là del dividendo politico (il tour degli italiani, al quale l’ANSA ha preso parte, ha aperto per giorni i tg russi ed è stato funzionale alla contro-narrativa del Cremlino, secondo cui l’isolamento della Russia è pura mistificazione dei media occidentali) la visita è servita per “intessere rapporti”, ribadire che le sanzioni sono “controproducenti” e “invise” ai popoli europei e firmare “protocolli” d’intesa (spot), come il gemellaggio fra Padova e la capitale Simferopoli. Sul fronte delle imprese, invece, si è registrata ben altra concretezza tanto che l’obiettivo dichiarato - dai russi - era quello di ‘andare a punti’, proprio nel corso della cornice del Forum di Yalta 2017, passando dai memorandum ai fatti. L'Italia - sostengono diverse fonti - ha risposto positivamente. “Tornate fra tre anni e vedrete che ci sarà un fila di aziende francesi e tedesche, tutte invidiose degli italiani”, confida Valeriy Serov, ex vice premier ai tempi di Eltsin. “I primi ad arrivare sono quelli che si prendono i premi più ambiti”. Aksyonov, nel fare gli onori di casa, ha ringraziato gli “amici italiani” e ha elogiato il loro “coraggio”. “Grazie al lavoro svolto nei consigli regionali - ha detto partecipando alla tavola rotonda Italia-Russia - la fine delle sanzioni è più vicina”.

A Yalta, oltre ai già citati Stefano Valdegamberi e Roberto Ciambetti, veterani della distensione e 'pontieri' per le imprese, sono venuti anche il senatore Sergio Divina (sempre Lega), il senatore di Forza Italia Bartolomeo Amidei - che ha portato “i saluti di Silvio Berlusconi” - nonché un'agguerrita pattuglia di consiglieri di varie regioni, tra cui Liguria e Toscana. La particolarità dei forum economici russi d'altronde è quella di mescolare politica e business, con il chiaro obiettivo di favorire accordi. Stando a una fonte della delegazione italiana, sul piatto ci sarebbero già diversi progetti come la creazione di una clinica, nella zona di Yalta, dedicata al “benessere femminile” - specializzata soprattutto in “fecondazione eterologa” - e partnership per sviluppare “il gioco d'azzardo” nei punti turistici della Crimea, ispirandosi al modello italiano delle “concessioni statali”. Saperne di più è complicato. Se i politici infatti parlano gli imprenditori tacciono: pubblicità in questo caso meglio non averne. Kiev è furente per le fughe in avanti dei leghisti e c'è chi ha paura di “ritorsioni”. La Russia invece ringrazia e mette a disposizione tutto il suo armamentario simbolico: nel palazzo zarista della Livadia, sede della celebre conferenza che ha ridisegnato i confini dell'Europa al termine della guerra, si è discusso di “cooperazione internazionale”, sempre nell’ambito del Forum di Yalta. Al tavolo dove oltre 70 anni fa sedettero Roosevelt, Churchill e Stalin, oggi si è parlato di come “sviluppare la penisola crimeana” pur nel “difficile contesto odierno” - tu chiamale se vuoi, evoluzioni.

A domanda diretta i ‘pontieri’ leghisti non si tirano indietro. “Sì, è vero, io ho organizzato degli incontri per un gruppo di imprenditori che mi ha chiesto di visitare la Crimea e avere dei contatti per fare degli investimenti importanti”, dice Valdegamberi, sottolineando che al momento è necessario procedere “con dei raggiri”. “E’ una situazione veramente brutta: in Veneto a causa delle sanzioni abbiamo subìto dei danni pesantissimi alla nostra economia”. Ma non è solo una questione di quattrini. I ‘putiniani d’Italia’ a Yalta sposano volentieri la linea del Cremlino - in Crimea è avvenuta una libera scelta - e battono sul tasto dell’autodeterminazione dei popoli, in verità vero e proprio cavallo di battaglia della Lega Nord sin da tempi non sospetti. “Per noi la Crimea è un esempio da studiare”, nota Roberto Ciambetti. “L'Occidente non può imporre i propri stili di vita, soprattutto alla Russia che ha un suo percorso e non può diventare qualcosa che il suo popolo non vuole”. Affermazioni che svelano un eco della filosofia neo-euroasiatica di Alexander Dugin, il filosofo-ideologo di Vladimir Putin, forse finito in disgrazia (o forse no?) dopo le dichiarazioni estremiste rivolte ai ribelli - “uccidete!” - allo scoppio della crisi nel Donbass. In Crimea, infatti, gli affari si mischiano alla geopolitica e al progetto ‘sovranista’ del Cremlino, che di fatto aspira a mutare la natura della globalizzazione. “In Italia la Russia ha tanti amici: più di quanto immaginate”, argomenta dunque il senatore Divina nel corso del Forum. “Ma il governo italiano è legato alla comunità europea, è prigioniero in un binario dal quale non riesce a uscire. Il centro-destra invece ha un’idea diversa e non condivide la visione americana ed europea: faremo il possibile per darvi una mano ad uscire da questa situazione. Devo però farvi i complimenti: queste scelte si pagano ma se un popolo sa andare a testa alta alla fine riesce a spuntarla”.

Musica per Mosca. Non a caso i relatori stranieri del Forum di Yalta hanno avuto un’esposizione strabiliante sui media nazionali. Ma non c’erano solo gli italiani ad andare controcorrente. “L’Europa senza Russia non è Europa perché facciamo parte dello stesso continente. E la Crimea ora è parte della Russia, questione chiusa: adesso dobbiamo pensare come andare avanti”. Parole di Jean-Pierre Thomas, ex collaboratore di Nicolas Sarkozy quando era inquilino dell’Eliseo. “Sarkozy e Merkel - racconta - si sono incontrati con l’allora presidente Dmitri Medvedev e l’obiettivo era costruire un mercato unico Russia-Europa, cosa che ne farebbe una vera potenza commerciale. Il futuro vedrà contrapposti gli Usa a un blocco asiatico e per l’Europa restare sola sarebbe una pessima idea. Ora però è tutto diverso, viviamo nell’epoca delle sanzioni. Peccato però che la bilancia commerciale fra Russia e Usa sia 10 volte inferiore a quella tra Francia e Russia. Ecco chi ne ha beneficiato veramente”. Thomas ha quindi proposto di creare un’associazione “amici della Crimea” composta da “storici, politici ed economisti” per aiutare la Crimea “ad aprirsi al mondo”. Idea naturalmente raccolta con entusiasmo a Yalta.

A un primo sguardo la Crimea di oggi sembra insomma l’eldorado per chi ha energia - e capitali - da impiegare e da rischiare. Eppure, al di là della retorica e della propaganda, il panorama è meno roseo di quanto non appaia sulla carta. “Gli investitori hanno bisogno di capitale internazionale: le sanzioni impediscono alle grandi banche di operare in Crimea e nessuno ha voglia di lottare contro la politica”. Tocca all'imprenditore svizzero Thomas Kemmerer, benché uno dei relatori del Forum, svelare che il re è nudo. “Ora non si può far altro che sondare il territorio e aspettare. I grandi investitori infatti non vanno mai contro il vento e il vento è generato dalla politica. E’ un peccato che non si possa iniziare subito a partecipare allo sviluppo della Crimea ma questa è la situazione. Basterebbe un segnale (che le sanzioni verranno tolte) e gli investimenti arriverebbero: ma quel segnale deve essere dato”. La corsa all’oro, stando così le cose, rischia di trasformarsi in una campestre da dilettanti, non certo quella convergenza di denari che servirebbe per far della Crimea la Dubai del Mar Nero.

Come si fa a fare business, d’altra parte, in una terra dove non funzionano nemmeno le carte di credito?


Stefano Valdegamberi: su sanzioni il governo passi ai fatti


Esistere o non esistere

“Mi dispiace, il terminale non accetta pagamenti con carte straniere. Non ha una carta russa?”. La cameriera è gentile: di turisti ‘occidentali’ non è che se ne vedano un granchè di questi tempi. La valuta ufficiale della Crimea ora ovviamente è il rublo e chi decide di recarsi nella penisola farebbe bene a procurarsene un bel po’ prima di varcare il confine. Visa e Mastercard, dopo un iniziale stop totale, hanno ripreso a funzionare ma solo se legate a un conto bancario russo - grazie a un complicato escamotage che ha trasferito il funzionamento delle carte sul Sistema Nazionale di Pagamento Interno elaborato delle autorità russe. Stessa solfa per la telefonia mobile. Gli operatori russi non sono presenti in Crimea e così ci si deve appoggiare su quelli locali, entrando di fatto in roaming. E’ bizzarro ma persino i grandi gruppi russi, che operano a livello internazionale, se possono preferiscono non lavorare in Crimea, per evitare grane. La penisola è insomma diventata una terra di nessuno. I crimeani stessi - o perlomeno chi ha optato per il passaporto russo, ovvero la stragrande maggioranza - non possono ottenere visti per l’estero con i loro documenti e devono aggirare le sanzioni fingendo di essere registrati in una regione della Russia continentale. E questo proprio mentre l’Ue ha dato il via libera all’abolizione dei visti per i cittadini ucraini. Oltre al danno la beffa.

Ma non è l’unico paradosso. La ricerca della normalità in Crimea è ormai un servizio che si paga con tariffe premium. Non a caso per le strade di Sebastopoli capita di incocciare nelle reclame di negozi che utilizzano il logo Ikea per segnalare di avere in catalogo prodotti del colosso svedese ‘come se’. Ikea infatti non è presente in Crimea. Altri colossi invece ci sono. Come la francese Auchan o la tedesca Metro. Che, va detto, hanno investito quando la penisola era ancora ucraina e si sono trovate a dover gestire una difficile transizione. I negozi, salvo per un breve periodo, non hanno però chiuso e attraverso un trasferimento di proprietà - a una società terza, la Retail Property 5, nel caso di Metro, e alla filiale russa, nel caso di Auchan - hanno continuato a operare. L’operazione però ricade in una ‘zona grigia’ del pacchetto sanzionatorio, come peraltro ha dimostrato una recente inchiesta della Reuters. L’altro aspetto spinoso sta infatti nel modo utilizzato dai due colossi per approvvigionare i negozi, visto che in teoria non potrebbero usare il porto di Kerch per la movimentazione delle merci. Dunque anche le multinazionali aggirano le sanzioni? I due colossi sostengono di essere “compliant” con le regole e d’altra parte non è difficile operare con subcontractor e aggirare gli ostacoli. Inoltre, se è vero che le sanzioni vengono imposte da Bruxelles, a vigilare sono - o sarebbero - gli stati membri. Auchan d’altro canto non ne fa mistero e sul suo sito russo mostra chiaramente di avere un negozio in Crimea, apparentemente riconoscendo la legittimità della riunificazione (vedere immagine qui sotto).



Un ‘errore’ - se così si può definire - che i tedeschi della Metro evitano. Di più. Se ne lavano proprio le mani, visto che i due negozi crimeani - Simferopoli e Sebastopoli - non appaiono nemmeno nella mappa del sito ucraino. Non esistono (benché il video qui a destra naturalmente certifichi il contrario). Un po’ come la penisola stessa, insomma: c’è ma non c’è.



Kiev, da parte sua, non ha gradito il giochino. I pm ucraini hanno dunque avviato un'indagine contro Auchan (ma anche Peugeot) colpevoli di aver riconosciuto la Crimea come parte della Russia attraverso l'articolazione della loro rete commerciale. Un deputato ucraino, Alexei Goncharenko, si è rivolto al procuratore generale sottolineando che i siti internet delle società indicano la Crimea come russa. Ora un pre-processo dovrà stabilire se “la consegna delle merci in Crimea è avvenuta in linea con la legislazione vigente”. Ovvero attraverso il 'confine' con l'Ucraina.

La situazione è quindi caotica e rischia che s’instauri una sorta di legge della giungla, il più forte vince. E in un certo senso viene anche meno la possibile tirata etica per chi va a investire in un territorio sanzionato: o tutti o nessuno. La verità però è che, sia come sia, oltre due milioni di persone in Crimea ci vivono e in qualche modo devono pur continuare a vivere, fare la spesa, comprare auto, andare in vacanza… A dare una lettura pragmatica è di nuovo Kemmerer. “Un conto è avere già un’attività in Russia e poi allargarla in un’altra regione”. Ovvero la Crimea. “Un singolo imprenditore che crede in un progetto, passi. Ma se si vogliono fare grossi investimenti nel campo delle infrastrutture o del turismo non si scappa: bisogna cooperare con le grandi banche”. E qui si ritorna al punto di partenza. Ecco perché c’è chi che, stanco di aspettare una soluzione politica al momento inimmaginabile, propone il grande passo: facciamo della Crimea un centro finanziario offshore e non se ne parli più. Alexei Cepa è un deputato di Russia Giusta e ha pronto un disegno di legge che va proprio in questa direzione. Non l’ha ancora portato alla Duma, il Parlamento russo, ma l’ha sottoposto al Cremlino per avere il feedback dell’amministrazione presidenziale. La risposta, per sua stessa ammissione, per adesso è stata tiepida perché l’idea andrebbe contro una serie d’impegni presi da Mosca contro i paradisi fiscali in sede Ocse e G20.

“Ma noi non vogliamo creare un paradiso fiscale”, si difende Cepa. “Vogliamo lottare contro le sanzioni che frenano lo sviluppo della Crimea”. Il disegno di legge prevede di rendere la penisola una Zona di Transito Internazionale attraverso l’introduzione dei ‘trust’ come strumento giuridico: i beneficiari del trust sarebbero invisibili così da garantire l’anonimato e agevolare gli investimenti stranieri in Crimea. Per allettare l’arrivo dei capitali il ddl propone anche di esentare dall’iva, dall’irpef e dalle imposte immobiliari i trust in cambio di un pagamento unico da 1500 euro annui. Non solo. La legge permetterebbe a banche, assicurazioni, fondi pensione e broker stranieri di operare in Crimea senza dover ottenere una licenza russa, purché la si detenga nel proprio paese di origine. Il vice premier crimeano Georgy Muradov - rappresentante presso il Cremlino - ha detto di aver “stimolato” la proposta e di sperare di vederla attuata “quanto prima”. “Aiuterebbe anche le nostre grandi compagnie, per esempio le banche, che hanno soggezione ad operare in Crimea”.


La marina di Sebastopoli


The dark side of Crimea

“Tre anni dopo l’illegale annessione della penisola da parte della Russia, la situazione dei diritti umani in Crimea sta peggiorando velocemente”. L’ultimo bollettino di Amnesty International è una condanna senza appello alle autorità russe e a quelle crimeane, colpevoli di “reprimere ogni traccia di dissenso, soprattutto tra le minoranze tatare”. Il difficile rapporto fra Mosca e i tatari, etnia
musulmana di origine turca che ammonta oggi al 12% della popolazione della Crimea, risale ai tremendi giorni della deportazione voluta nel 1944 da Stalin, che accusava i tatari di aver collaborato coi nazisti. Tutti i 240mila tatari crimeani vennero portati forzatamente in Uzbekistan e solo nel 1967 l’Unione Sovietica condannò quella decisione - e solo con la Perestroika ai tatari crimeani fu permesso di rientrare nella loro terra. E’ facile dunque capire perché, nei giorni in cui in Crimea comparivano gli omini verdi di Putin e la repubblica autonoma virava verso la riunificazione, indotta o spontanea che fosse, i tatari non reagivano di buon grado ed erano senz’altro la parte di popolazione più restia a tornare sotto l’egida di Mosca.

La questione dei tatari resta dunque molto delicata, con le organizzazioni internazionali come Amnesty e Human Rights Watch che continuano ad accusare la Russia di “discriminazione, persecuzioni, arresti e processi sommari” e le autorità locali che invece negano e sbandierano la raggiunta “concordia fra i popoli”. Il tataro in effetti è stato promosso a linguaggio ufficiale - insieme al russo e all’ucraino - della Crimea e la popolazione può contare su una quota del 20% al livello dei funzionari ministeriali (non eletti ma burocrati, dunque). Il Mejlis, lo storico organo rappresentativo dei tatari crimeani, è stato però dichiarato nel 2016 “un’organizzazione estremista” - peccato originale l’essersi opposto al referendum e averlo definito illegittimo - e come tale bandito dal suolo della Federazione Russa. Il Mejlis sta contestando la decisione della Corte Suprema russa alla Corte dei Diritti Umani di Strasburgo ma intanto molti dei suoi membri sono scappati in esilio e 10 di loro hanno avuto guai con le autorità crimeane. E’ per questo (ma non solo) che Amnesty accusa la Russia di “repressioni”.

Umer Ibragimov vive ad esempio a Bakhchysarai, nella Crimea centrale. Il figlio Ervin era membro del Congresso Mondiale dei Tatari crimeani e, stando alla BBC, che ha intervistato Umer, nel maggio del 2016 è stato “rapito” da un gruppo di uomini. “Ho scritto a tutti per avere notizie di mio figlio, dai bassi gradi fino al presidente: ma nessuno ha saputo dirmi niente”, racconta. “Non c’è giustizia”. Nel corso dell’intervista al premier Serghei Aksyonov gli abbiamo chiesto se fosse a conoscenza del caso e quali misure il suo governo avesse intrapreso per garantire i diritti dei tatari.

Aksyonov non ha voluto commentare nello specifico ma ha sottolineato che sono solo “tre i casi” di tatari scomparsi “dalla riunificazione ad oggi”; il Comitato Investigativo ha creato un gruppo di lavoro, “al quale io ho partecipato”, arrivando alla conclusione che queste persone sono “andate a combattere in Siria per l’Isis”. “Non in tutti i casi ma in alcuni di essi abbiamo forti indicazioni e in una circostanza sono stati gli stessi genitori a dirmi che non hanno potuto fare nulla per fermare loro figlio”. “Il problema delle persecuzioni ai danni dei tatari non esiste, è stato inventato dai politici stranieri per avere un pretesto contro la Crimea”, tuona Aksyonov. “Quando si parla di persecuzioni di norma ci si riferisce all’arresto di quattro tatari che hanno organizzato delle proteste in cui sono morte due persone: c’è un processo in corso e sono in carcere per una ragione precisa”. L’altro tassello è l’immancabile lotta al radicalismo islamico. “Non vi è un grave problema in questo senso”, nota Aksyonov, “ma ci sono individui che diffondono letteratura estremista e qui i servizi di sicurezza fanno il loro dovere, così come nella lotta all’Hizb ut-Tahrir”. Ovvero il movimento sunnita fondato a Gerusalemme nel 1953 dal chierico palestinese Taqiuddin al-Nabhani. In Russia l’organizzazione è stata bandita nel 2003 e con la riunificazione-annessione i suoi membri sono stati trattati di conseguenza e, sempre secondo gli attivisti per i diritti umani, 19 persone sono state arrestate. Aksyonov però non si scompone: “Non si tratta di persecuzioni per etnie, ma solo operazioni di sicurezza”.

“Gli oppositori non perdono un’occasione per fare polemica”, aggiunge. “Tempo fa una bambina tatara di 5 anni è scomparsa in un bosco e subito sono partite le accuse di rapimento. Poi dopo due giorni per fortuna è stata ritrovata. La verità è che tra i popoli della Crimea c’è pace, rispetto e amicizia: il Mejlis si spaccia per il rappresentante dei tatari crimeani e il difensore della sua libertà ma non ha il sostegno della maggioranza della popolazione come vuol far credere”.

Verità? Menzogna? Propaganda? “Il Mejlis è un organo elettivo e la sua messa al bando è una palese violazione del diritto internazionale”. Nariman Jelialov è un attivista del movimento etnico tataro e ha accettato di parlare ‘in chiaro’ con l’ANSA, mettendoci nome e cognome. “Il rappresentante del presidente Putin in Crimea mi ha detto personalmente di considerare il Mejlis come l’organizzazione più autorevole dei tatari crimeani, quindi chi dice il contrario sta cercando d’influenzare l’opinione pubblica”. “La verità - precisa - è che il Mejlis è odiato perché la bollato le azioni della Russia come un’aggressione militare”. Che poi, per estensione, è l’origine di tutti i problemi dei tatari. Nariman parla spedito e affronta tutte le questioni senza reticenza. “Una discriminazione aperta, palese, da parte delle autorità non c’è in Crimea, non sono stupidi”, ci tiene a sottolineare. “Esiste semmai una latente persecuzione, favorita dal sistema normativo russo che permette di dichiarare come estremista chiunque per qualunque motivo: proprio oggi ho ricevuto, insieme ad altre persone, un avviso dalla procura di essere stati individuati come organizzatori di una manifestazione non autorizzata. ‘E su che base?’ abbiamo chiesto noi. ‘Abbiamo ricevuto informazioni’ hanno detto loro: tanto basta”.

Detto questo, secondo Nariman le diffidenze tra russi e tatari hanno ragioni storiche che affondano le radici fin dal Medioevo, e non solo per i giorni odiosi della deportazione, il cui anniversario cade ogni 18 maggio. I tatari - originariamente di etnia turca - hanno infatti vissuto una vera e propria diaspora e oggi sono quasi cinque milioni i tatari che vivono in Turchia e nonostante tutto dichiarano un’identità crimeana. “I tatari di Crimea - argomenta ancora Nariman - rivendicano sostanzialmente il diritto ad avere la loro patria storica, in cui cioè si sono formati come popolo e questa nostra richiesta non si iscrive in nessun modo nello schema voluto dalla Russia per annettere la penisola, propagandando l’autodeterminazione di un popolo, quello crimeano, che nei fatti non esiste”. Il passaggio è cruciale e a suo modo illuminante: l’integrazione è un concetto bellissimo ma solo se lo vogliono entrambe le parti, altrimenti diviene coercizione. E stando a Nariman oggi, in Crimea, non sono molti i tatari che hanno abbracciato con convinzione la narrazione del Cremlino e se si integrano - lavorando per l’amministrazione pubblica o accettando di partecipare ai programmi d’inclusione del governo - lo fanno più per quieto vivere e necessità materiali che altro. Ecco allora che la maggioranza della popolazione - di origine russa e ‘d’immigrazione’ sostanzialmente recente - reagisce in alcuni casi con impazienza e insofferenza, scivolando nella xenofobia. “Sui social sono comparse richieste di deportare nuovamente i tatari, visto che non si adattano alla situazione”, spiega Jelialov

Insomma, la combinazione fra la propensione al “dissenso politico” di matrice nazionalista e il rischio di una maggiore permeabilità alla dottrina estremista islamica - in virtù naturalmente della loro fede musulmana - rende i tatari un obiettivo privilegiato delle autorità russe. Che, come lamentava Nariman, hanno a disposizione un arsenale infinito di strumenti giuridici per stroncare gli oppositori del sistema.

Non solo in Crimea.