di Manuela Tulli e Francesco Gerace
ANSA MagazineaMag #103
La storia di padre Ernesto Monteleone, eremita

In Aspromonte tra n'drangheta e preghiera

Vivere nel silenzio, da soli. Una scelta fuori dal tempo quella degli eremiti. Padre Ernesto Monteleone, 78 anni, è uno di loro. Da 22 anni ha scelto il piccolo santuario di San Nicodemo, nel cuore dell’Aspromonte, in Calabria, per la sua ‘seconda’ vita. Fatta di un saio bianco e una chiesa da custodire.

Un lungo passato di parroco, circa 25 anni, e poi la svolta: vivere da solo nel silenzio e nella preghiera. Padre Ernesto è uno dei circa duecento consacrati in Italia che ha fatto la scelta più radicale che ci possa essere nella Chiesa, quella di vivere completamente da soli. Figure importanti nei primi secoli del cristianesimo, e in alcuni casi ‘sorgente’ delle prime comunità monastiche, oggi gli eremiti vivono una nuova stagione grazie alla riscoperta di questa vocazione con il Concilio Vaticano II.

Padre Ernesto ha una sua ‘Regola’, approvata dalla Chiesa, nella persona del vescovo che lo consacrò, appunto come eremita, nel 2000: monsignor Giancarlo Maria Bregantini, in quegli anni a capo della diocesi di Locri-Gerace, e oggi vescovo di Campobasso.

Lontani dal mondo ma non troppo


Il sorriso di Padre Ernesto

Soli, in luoghi lontani dal frastuono delle città, gli eremiti oggi sanno però anche accogliere chi ha bisogno di loro. Per una parola o un consiglio. Per pregare o confessarsi. Padre Ernesto accoglie tutti con un sorriso nel suo rifugio sull’Aspromonte. Parla piano, quasi sussurra per non rompere quel silenzio da lui tanto ricercato. Del mondo fuori manca niente? “Niente! Io ho di più di quello che c’è là fuori, sono felice”, risponde.


Nel cuore dell'Aspromonte

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Per arrivare all’eremo di padre Ernesto bisogna prendere la superstrada che in Calabria collega il mar Tirreno con lo Ionio. L’insegna per l’altopiano della Limina e poi le indicazioni, tra boschi e campi pieni di bestiame, portano al santuario di San Nicodemo. Territorio di Mammola, provincia di Reggio Calabria, diocesi di Locri-Gerace.

Lo scenario naturale è di una bellezza mozzafiato ma a volte anche ostile, quando il freddo e il vento sferzano la piccola oasi di pace e a riscaldare c’è solo una piccola stufa.
Nei giorni di festa è un via vai e lui ha una parola per tutti “ma ci sono interi periodi, soprattutto d’inverno, durante i quali quassù non viene nessuno”.


Terra di 'ndrangheta


Quei latitanti

L’Aspromonte è terra di ‘ndrangheta e per anni (e forse ancora oggi) ha nascosto nelle sue pieghe inaccessibili diversi latitanti. Il sacerdote lo sa. E sa che magari sono in odore di mafia anche alcuni tra i tanti che lo vanno a cercare per parlare o confessarsi. “Ma se la Chiesa non è aperta al peccatore a chi porta la salvezza?”, risponde padre Ernesto con un sorriso candido come il suo saio.


Ora et labora

eremita

La sveglia suona prima dell’alba, quando fuori è ancora tutto buio, e comincia con l’ufficio delle letture. Poi la Messa tutti i giorni: “la celebro anche quando sono solo”. E poi ancora preghiera.
Ma c’è anche il terreno intorno da tenere pulito, la spesa da fare, e le piccole manutenzioni a quella chiesetta. E con un po’ di disappunto mostra le pareti scrostate e l’umidità che sale e rischia di rovinare gli affreschi. “Invece di mettere manifesti e nuovi quadri di San Nicodemo potrebbero dare un aiuto e fare in modo che la chiesa non finisca in rovina”, dice riferendosi alle attività di una associazione locale un po’ ‘invadente’ che prende iniziative senza consultarlo.
E poi vorrebbe un po’ più di serietà nel considerare quel san Nicodemo, monaco basiliano del X secolo vissuto in Calabria, senza accontentarsi delle leggende, come quella dell’amicizia con il cinghiale. Un po’ come san Francesco con il lupo. “Ma è una leggenda, non c’è scritto da nessuna parte che sia accaduto davvero”, dice padre Monteleone che dedica parte della sua giornata anche allo studio e alla ricostruzione delle fonti su quel periodo della Chiesa. Ma è difficile parlare di polemica di fronte ad una flebile lamentazione di quest’uomo che fa della mitezza la cifra principale della sua persona.
Nella stanza un letto, un tavolo, una stufa, una piccola cucina per prepararsi da mangiare. E poi i libri di preghiera che accompagnano la giornata.

 


Il respiro di Dio

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Eremita 2.0

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Nel 2017 un consacrato che non ha tagliato i ponti con l’umanità è in parte anche ‘2.0’. Padre Ernesto allora possiede anche un cellulare che accende un’ora al giorno (dalle 20 alle 21) e una casella mail che consulta due volte al giorno.
Nelle feste di Natale e Pasqua raggiunge i monaci di Serra San Bruno, mentre a fine agosto si reca al Santuario della Madonna di Polsi dove per la festa si ritrovano ogni anno moltissimi pellegrini. “Il vescovo mi ha chiesto un aiuto per le confessioni e ogni anno vado lì”. Sorride, saluta: “Ora sapete dove trovarmi”.