di Giuseppe Agliastro
ANSA MagazineaMag #85
50 anni fa il 'contratto del secolo'

'Togliattigrad' mon amour

Il 15 agosto del 1966, dopo lunghe trattative, la Fiat e l'Unione Sovietica firmarono l'accordo per la costruzione dell'AvtoVaz. L'impianto dotò l'Urss di un'industria automobilistica e cementò i rapporti fra i due paesi. L'ANSA, alla vigilia dell'anniversario, è andata a Togliatti per capire cosa resta del 'contratto del secolo'.

In Russia, sulle sponde del Volga, c'è una città che all'Italia è legata a doppio filo. Innanzitutto per il nome che porta: Togliatti, in onore del leader storico del Pci Palmiro Togliatti, che tra luci e ombre (come il sostegno alla soppressione della rivolta ungherese del 1956) è stato uno dei personaggi più importanti del Novecento italiano. E poi perché alla nascita di questa città industriale ha dato un grande impulso la Fiat, che esattamente 50 anni fa, nel 1966, siglò un accordo con l'Urss per produrre le 124 in una sorta di Mirafiori in salsa sovietica: la Vaz, Volzhsky Avtomobilny Zavod, ovvero la fabbrica automobilistica del Volga, poi ribattezzata AvtoVaz. Il progetto, che qualcuno definì, in toni forse eccessivamente entusiastici, "l'affare del secolo", consentì di attraversare la cortina di ferro a migliaia di italiani e di sovietici, che per anni andarono rispettivamente a Togliatti e a Torino per lavorare intessendo una fitta rete di rapporti professionali e d'amicizia, e diventando a volte i protagonisti di storie d'amore transnazionali, a lieto fine e non. E tutto questo proprio nel bel mezzo della guerra fredda.

Ma la Togliatti di oggi è una città piuttosto povera, i cui 700.000 abitanti sentono sulla propria pelle i morsi della crisi economica e del crollo del mercato russo dell'auto. Mentre per quanto riguarda il segretario del partito comunista italiano, ha ragione il sindaco Serghiei Andreev: "I giovani - ci dice - non collegano il nome della città a Palmiro Togliatti". Potrebbe sembrare assurdo, ma basta chiedere agli under 30 chi era Togliatti per constatare che le cose in effetti stanno proprio così: qualcuno ipotizza che fosse uno dei costruttori dell'AvtoVaz, per qualcun altro invece era "un grande esploratore italiano", e non manca chi pensa che fosse un generale, russo naturalmente, perché di certo nessuno si sognerebbe mai di dedicare una città della Russia a un generale straniero.

Chi era Togliatti?


Tempi duri a Togliatti

Benvenuto

"Vorrei sposarmi, ma dove prendo i soldi? Bastano appena per me, non sarei in grado di mantenere una famiglia". Igor (nome di fantasia) ha 37 anni e lavora all'AvtoVaz da 15. "Prima lavoravo sei giorni a settimana e guadagnavo 35.000 rubli al mese, adesso sono costretto a lavorare quattro giorni e il mio stipendio è sceso a 25.000 rubli", ci racconta sorseggiando una birra in un pub di Togliatti. Igor, come tutti gli altri dipendenti dell'AvtoVaz, si è visto tagliare settimana lavorativa e retribuzione: una mossa con cui la fabbrica ha voluto frenare i licenziamenti. Ma la riduzione del suo stipendio in realtà è maggiore di quei 10.000 rubli che ci suggerisce la semplice aritmetica: in Russia nel 2015 l'inflazione ha raggiunto il 12,9%, ancora peggio dell'11,4% del 2014, inoltre negli ultimi anni il rublo è letteralmente crollato. Insomma, se l'1 gennaio 2013 i 35.000 rubli al mese di Igor equivalevano a 868 euro, l'1 gennaio del 2016 i suoi 25.000 rubli erano appena 310 euro. "All'inizio - ci spiega - per me è stata una tragedia, ora però sto cercando di guardare al lato positivo di questa faccenda e di sfruttare il fatto che ho più tempo per me stesso". E Igor - è giusto sottolinearlo - è comunque tra i fortunati che non hanno perso il lavoro.

L'AvtoVaz è la più grande fabbrica automobilistica russa. Ed è controllata dalla holding Alliance Rostec Auto B.V., che a sua volta appartiene per due terzi alla Renault-Nissan, e per un terzo alla società statale Rostec, al cui timone c'è Serghiei Chemezov, un fedele alleato di Putin. La fabbrica di Togliatti produce macchine della Lada, della Nissan, della Renault e della Datsun, ha 44.000 dipendenti, e naviga in un mare di guai. L'anno scorso ha registrato una perdita netta di 73,85 miliardi di rubli. Cioè circa un miliardo di euro al cambio attuale. E il motivo è semplice: le vendite di auto in Russia nel 2015 sono calate del 36%, scendendo a 1,6 milioni di veicoli. Dietro ci sono le difficoltà economiche, con la 'guerra' delle sanzioni tra Mosca e Occidente per la crisi ucraina e soprattutto il crollo del prezzo del petrolio, quell'oro nero che è pericolosamente alla base dell'economia russa. Inoltre la svalutazione del rublo ha reso incredibilmente costosa l'importazione di pezzi dall'estero, mentre nella rete dei fornitori locali regnano inefficienza e corruzione.

A pagare le conseguenze di questa situazione non sono solo gli investitori, ma anche (se non soprattutto) i lavoratori. Secondo la Reuters, nel 2014 e nel 2015 l'AvtoVaz ha messo in cassa integrazione 20.000 dei suoi 65.000 impiegati. La fabbrica però getta acqua sul fuoco. Dopo aver fatto saltare all'ultimo momento un'intervista che avevamo fissato con un responsabile dell'ufficio stampa, ha risposto per iscritto ad alcune domande dell'ANSA sostenendo che "alla fine del 2014 la compagnia aveva avvisato il servizio regionale di impiego della manodopera delle future riduzioni del personale per un totale di 1.100 dipendenti, di cui di fatto ne sono stati licenziati meno di 500", mentre "il numero dei licenziati nel quadro della procedura di ridimensionamento nel 2014 è stato pari a circa 1.000 persone".

Piotr Zolotaryov, capo del ramo locale del sindacato Mpra (piuttosto critico nei confronti del governo), enuncia però delle cifre diverse: "Complessivamente - ci dice incontrandoci a Togliatti - durante la seconda crisi, cioè dal 2013, sono stati licenziati circa 16.000 lavoratori, ma - precisa poi - in realtà o sono stati licenziati, o si sono dimessi, o sono stati tagliati per accordo tra le parti, o se ne sono andati per loro scelta".


'Se protesti ti licenziamo'


Good bye Lenin!

Zigulì

Zolotaryov è un uomo robusto sulla cinquantina con una folta barba bianca. Ci accoglie nella sede del sindacato, in quella che dovrebbe essere la sala riunioni visto che ci sono un lungo tavolo e decine di sedie. Alle pareti ci sono invece delle bandiere e su una di queste si legge una parola sola: "Sciopero". Eppure le manifestazioni non vanno come vorrebbe Zolotaryov. "Contavamo sulla protesta dei lavoratori - spiega - ma purtroppo la gente non protesta in massa: sono venute mille persone", racconta deluso riferendosi a una manifestazione recente. E uno dei motivi - denuncia - sono le "intimidazioni" in cui ai lavoratori viene detto: "Se andate alle proteste vi licenziamo, vi filmiamo con la telecamera, vi fotografiamo". Si tratta di vere e proprie "minacce per non far andare le persone alle manifestazioni", dice il sindacalista. "E infatti - conclude - ci riescono: le persone non scendono in piazza per paura di perdere il posto di lavoro".

Ma c'è di più: Zolotaryov sostiene che il sindacato Mpra sia tenuto d'occhio dal Dipartimento E, il centro anti-estremismo del ministero dell'Interno di Mosca. "La cosa assurda - afferma - è che quando chiediamo un aumento dei salari ci bollano come estremisti, ci intercettano, ci perseguitano, ascoltano le nostre conversazioni. E per i comizi che facciamo, chiedendo la cessazione dei licenziamenti di massa all'AvtoVaz, ci accusano di voler fare la rivoluzione". Parole che appaiono tristemente credibili in un paese in cui chi critica il governo è dipinto come un nemico e l'opposizione è descritta dalla tv di Stato come una Quinta colonna finanziata dall'estero.

Zolotaryov peraltro teme che i licenziamenti, al momento scongiurati dal taglio della settimana lavorativa in vigore per sei mesi, cioè fino ad agosto, possano presto riprendere. Non subito però, solo dopo le elezioni della Duma in programma a settembre, in modo da non minare la popolarità del partito al potere.

Vedremo se il sindacalista avrà ragione su questo punto oppure no. Alcuni analisti, tra cui Vladimir Bespalov, di Vtb Capital, ritengono improbabili nuovi licenziamenti, e pensano che l'AvtoVaz punterà alla riduzione del personale chiudendo le porte a nuove assunzioni. Del resto i licenziamenti non sono ben visti dal Cremlino perché creano tensioni sociali e malcontento. Chemezov, il capo della società statale Rostec, lo ha detto chiaro e tondo lo scorso novembre: "Hanno buttato la gente per strada: questo forse è normale in Europa, ma noi crediamo che non si possa fare e che bisogna agire in modo più flessibile".

Fatto sta che tra cattivi risultati e licenziamenti, lo svedese Bo Andersson a marzo ha dovuto mollare le redini dell'AvtoVaz, che sono state consegnate nelle mani del francese Nicolas Maure, già direttore generale della romena Dacia, uno dei satelliti del gruppo Renault. Dietro il benservito ad Andersson sembra però che ci sia anche il fatto che questi ha sostituito alcuni fornitori locali con imprese straniere, mettendo in ulteriore difficoltà la filiera produttiva della zona di Togliatti e costringendo alcune aziende a licenziare parte del personale.

Eppure, nonostante il pessimo periodo, secondo il presidente dell'AvtoVaz, Carlos Ghosn, le cose sono destinate ad andare meglio. Prima o poi. "Rimaniamo ottimisti sul futuro a lungo termine del mercato russo e sul ruolo dell'AvtoVaz di leader della produzione automobilistica russa", assicura.


La Fiat alla conquista dell'Urss

Serghei con i colleghi traduttori

Ma adesso facciamo un salto indietro di mezzo secolo e andiamo a scoprire le radici dell'AvtoVaz. La scintilla che poi porterà al matrimonio di interesse tra Fiat e Unione sovietica per la realizzazione di un'imponente fabbrica automobilistica sul Volga scatta nel 1962, quando a Mosca si svolge la Mostra delle Realizzazioni delle Industrie italiane. E sembra che sia stato Nikita Krusciov in persona, impressionato dall'esempio di Mirafiori, a voler ripetere il modello di produzione della Fiat per lanciare la motorizzazione di massa nell'Urss, dove ancora nel 1965 circolava appena un'auto ogni 238 abitanti.

I contatti tra l'Urss e l'azienda di Torino in ogni caso c'erano gia' ben prima del 1962, e comunque è solo il 15 agosto del 1966 che la Fiat e i ministeri dell'Industria automobilistica e del Commercio estero dell'Unione sovietica firmano, dopo lunghe trattative, l'accordo per la costruzione dell'AvtoVaz.

La zona prescelta è sulle rive del Volga, in un'area in cui già negli anni '50 è stata messa su un'imponente centrale idroelettrica: l'ideale per fornire energia a un imponente complesso industriale. La città si chiama appunto Togliatti, in onore del leader del Pci morto in Crimea nel 1964, e prima proprio lì sorgeva una cittadina chiamata Stavropol. Adesso per visitare la vecchia città bisogna armarsi di pinne ed occhiali: si trova infatti sott'acqua, sul fondo di un grande bacino idrico creato per realizzare la centrale idroelettrica con la sua brava diga. "Volendo la si può andare a vedere, ma temo che ci siano solo pesci", scherza il sindaco Andreev.

Tutt'attorno invece ci sono le verdi colline Zhigulì, che hanno dato il nome alle prime automobili uscite dalla fabbrica AvtoVaz. Il primo modello prodotto a Togliatti è infatti chiamato 'Zhigulì', ed è la Vaz-2101, in pratica una Fiat 124 adattata con qualche accorgimento per resistere alle strade e alle temperature russe. Un'auto che ancora oggi non è poi così raro veder scorrazzare da Kaliningrad a Vladivostok.

La fabbrica di Togliatti era capace di sfornare 600.000 auto l'anno, ed ebbe un ruolo da protagonista nel boom della produzione sovietica di autoveicoli, che passò da 200.000 a 1.200.000 unità in appena sette anni, dal 1965 al 1972. L'intesa nacque, non a caso, in un momento storico in cui si puntava al rilancio delle relazioni economiche tra Unione sovietica e Italia, con quest'ultima interessata tra le altre cose a stipulare un contratto con Mosca per far affluire il gas russo nel Bel Paese. L'Urss da parte sua puntava invece a mettere le mani non solo su tecnologie e know-how italiani, ma anche su macchinari americani servendosi della Fiat. "Una parte significativa del macchinario per il Vaz fu acquistato o direttamente negli Stati Uniti o dalle loro filiali o concessionarie europee", scrive Valentina Fava nel suo paper 'La Fiat e la AutoVaz di Togliatti. Alla ricerca del fordismo perduto', aggiungendo che "per aggirare i controlli americani, il macchinario americano fu acquistato dalla Fiat e rifatturato al governo sovietico".

Alla costruzione degli stabilimenti dell'AvtoVaz parteciparono anche soldati, studenti, volontari e carcerati. La città che si andò modellando attorno alla fabbrica era una città giovane, con un'età media di appena 26 anni.

Serghiei Litoshko partì per Togliatti il 14 settembre del 1970, cioè proprio nel giorno del suo ventesimo compleanno. Studiava italiano all'università linguistica di Mosca e aveva completato solo il primo anno di studi quando fu chiamato all'AvtoVaz per fare da interprete tra i tecnici italiani e quelli russi. "Io lavoravo nell'officina Motori - ci racconta offrendoci tè e pasticcini nella sua dacia fuori Mosca - alcuni lavoravano in fucina, altri nella sezione presse, e per noi era una cosa assolutamente nuovissima. Non si capiva nulla, anche perché avevamo studiato l'italiano solo per un anno, quindi non è che eravamo poi tanto bravi. Ma gli interpreti mancavano e lo Stato raccolse gli studenti di italiano da tutta l'Unione sovietica". La paga era "simbolica": 95 rubli al mese, una somma che consentiva comunque agli studenti di mangiare e di prendere ogni tanto l'aereo per andare a casa. "Allora - ricorda Serghiei - si andava in negozio, si prendevano i prodotti alimentari italiani, un po' di pasta, un po' di vino, un po' di olio d'oliva, tutte cose che allora a Mosca non si potevano trovare, e li si portava a casa. E tutti erano felicissimi".

Serghiei fu costretto a rimanere a Togliatti per dieci mesi, da settembre a luglio, e così perdette un intero anno accademico. In compenso fece un'importante esperienza, professionale e di vita.

Tra i lavoratori italiani più anziani ce n'era uno che in Russia c'era già stato, ma trent'anni prima, durante la guerra, nella fallimentare quanto tragica campagna di Russia. "C'era una fame bestiale, l'inverno era freddissimo, si moriva di fame, e lui riuscì a sopravvivere grazie a una donna russa che lo allattava, letteralmente lo allattava, come un cucciolo", dice Serghiei riferendo quello che tanti anni fa gli raccontò quell'uomo. Poi il discorso cade inevitabilmente sulle storie d'amore tra italiani e russe: "Gli italiani - ricorda - si innamoravano spesso, e giù sono nati tanti Giuseppevich, Pietrovich, Antoniovich. Alcuni di quelli che non erano sposati portavano in Italia la fidanzata e magari il figlio o la figlia, e nessuno naturalmente lo impediva, altri, che invece erano sposati, cercavano di divorziare, ma a quei tempi in Italia non esisteva ancora la legge sul divorzio".


L'esperienza di una vita - Serghiei Litoshko


Un amore sbocciato in fabbrica

Tatiana e Domenico

Uno dei tanti amori sbocciati in fabbrica è quello tra Domenico Usilla e Tatiana Bolchakova. A parlarcene è la stessa Tatiana, che andò a lavorare all'AvtoVaz non appena finita la scuola, nel 1971, prima nell'ufficio contabilità e poi come segretaria. Domenico invece era un elettricista della Fiat, ed era di Torino, ma i suoi genitori erano istriani fuggiti dalla Jugoslavia di Tito, e siccome aveva frequentato le scuole jugoslave parlava benissimo il russo.

"Ovunque andavo incontravo sempre questa persona, che veniva da me e mi salutava", rammenta sorridendo Tatiana. Ma nonostante i frequenti saluti di Domenico, Tatiana, che allora non era neanche ventenne, all'inizio non sapeva neanche come si chiamasse quel giovane uomo di 12 anni più grande che nutriva un'evidente simpatia per lei. Fu la festa della Repubblica a fargli rompere il ghiaccio. Quel 2 giugno lei era assieme a un'amica, e incontrò per caso Domenico, che non si lasciò sfuggire l'occasione e la invitò a un rinfresco organizzato all'hotel Zhigulì, l'albergo in cui alloggiavano molti degli operai e dei tecnici della Fiat in trasferta a Togliatti. "E' stato proprio come la favola di Cenerentola - racconta - non ero mai andata al ristorante prima, anche perché ero giovanissima, e in quell'albergo così affascinante c'era un buffet dove c'era di tutto e di più". Tatiana ricorda anche l'eleganza degli italiani "in giacca e cravatta" e i begli abiti a fiori delle loro mogli. E soprattutto l'amore per il suo Domenico, per il quale fu capace di aspettare un autobus per tre ore sotto la pioggia scrosciante pur di andare a un appuntamento dall'altra parte della città. Pazienza e tenacia pienamente ripagate, visto che anche Domenico la stava aspettando da tre ore standosene sotto la pioggia con l'ombrello in mano alla fermata dell'autobus.

Domenico e Tatiana si sono sposati nel gennaio del 1972. Ma non senza difficoltà. "Prima di sposarmi ho avuto dei problemi, per esempio mi hanno espulsa dal Komsomol, il ramo giovanile del partito comunista sovietico, perché avere un fidanzato proveniente da un paese capitalista non era conforme all'ideologia comunista", racconta ancora Tatiana. "Poi - prosegue - mi hanno convocata a una riunione della direzione, dove c'era una tavolata lunga e il tappeto rosso. Io ero in piedi, tutti gli altri erano seduti, e mi chiedevano perché avevo scelto un fidanzato straniero e non avevo trovato un ragazzo russo. Mi dicevano che andando all'estero non avrei più visto le betulle. Insomma, volevano che pensassi che facevo qualcosa di sbagliato. Ma io ho risposto che mi ero innamorata e che non m'importava nulla della nazionalità della persona che amavo".

Domenico è morto nel 1977 in un incidente stradale in Brasile, dove si trovava da alcuni anni per lavoro assieme a tutta la famiglia. Dopo la morte del marito, Tatiana è tornata in Italia con la figlia Elena e la Fiat l'ha assunta nell'ufficio contabilità. Da allora ha continuato a vivere a Torino, dove, dopo qualche anno, si è rifatta una vita con un altro uomo, Umberto, da cui ha avuto un secondo figlio, Alessio, che ha 13 anni in meno di sua sorella Elena.


La storia di Tatiana: 'perché ami un italiano?'


Un italiano in Russia

Non sempre però quelle tra ragazzi italiani e ragazze russe erano vere storie d'amore, a volte si trattava di scappatelle o semplici avventure. "Gran parte di questi operai arrivavano con calze di nylon, con cose del genere, che regalavano alle ragazzine, e loro in cambio davano altro, insomma": a parlare è Franco Bacchini, un perito elettrotecnico della Fiat ormai in pensione che a Togliatti ha vissuto per due anni e mezzo, dal giugno del 1970 alla fine di dicembre del 1972.

Franco Bacchini ha 85 anni, una moglie, tre figli, sei nipoti, e una memoria di ferro. E tra le tante vicende che ricorda c'è quella di una giovane che faceva la cameriera all'hotel Zhigulì, dove vivevano molti italiani, e che proprio con un italiano aveva una relazione, nonostante fosse sposata: "Questa donna - racconta - ha lasciato il marito, e poi deve aver chiesto al suo nuovo compagno, 'Allora, cosa facciamo?' Lui gentilmente ha risposto 'Io mi faccio i fatti miei, tu fatti i tuoi'. Ebbene, questa ragazza ha tentato il suicidio". Franco si interrompe un attimo. "Certe cose non mi son piaciute sotto l'aspetto morale", aggiunge poi corrugando le sopracciglia folte e brizzolate.

Franco Bacchini ha grande stima dei cittadini sovietici che hanno costruito Togliatti "lavorando giorno e notte". "Togliatti è stato un miracolo del lavoro", ci dice ricevendoci nel suo appartamento nella periferia torinese, non lontano da Mirafiori. Poi sottolinea subito che allora in città c'erano ben "600 gru" all'opera "per costruire case". Insomma, Togliatti era in piena espansione e si stava trasformando, rapidamente, nel grande centro industriale che è ancora adesso.

Questa corsa al progresso tecnologico però non sempre era fatta nel rispetto delle regole e dei diritti basilari dei lavoratori. "Da dove avevo io la baracca - ci spiega - si vedevano le capriate, e una volta ho visto un russo che passava di là tenendosi come poteva per attraversarle. E proprio qualche giorno prima c'era stato un incidente: un operaio era caduto". Franco si era giustamente preoccupato, perché questi operai rischiavano di rompersi l'osso del collo, e così aveva chiesto e ottenuto di parlare col capo della polizia locale. E ad aiutarlo venne un giovane interprete di Leningrado. Quando Franco chiese dove fossero le cinghie di protezione, il capo della polizia rispose attraverso l'interprete che sarebbero state comprate "il più presto possibile". Una risposta insufficiente, a cui il tecnico italiano ha subito controbattuto: "E nel frattempo? Vanno in giro così rischiando di morire cadendo?" Questa volta è il giovane interprete a rispondere con una frase impregnata di retorica: "Per la gloria del partito certi sacrifici sono indispensabili". "L'ho zittito - racconta Franco -. Gli ho detto: 'Vergognati'. Ma perché non chiedi di venire qui a lavorare? Vai con quelli lì che passeggiano per le capriate".

Un'altra cosa rimasta ben impressa nella mente di Franco è la disciplina che vigeva nelle scuole sovietiche. Lui ha avuto la possibilità di visitarne una assieme a un amico italiano e a un'interprete. "Arriviamo, davanti all'ingresso della scuola c'è una scalinata con un mare di ragazzini, le bambine con le gonne nere, i maschietti con i pantaloncini blu, la maglietta bianca, il fazzoletto rosso attorno al collo, la bustina in testa. Passiamo e scattano sugli attenti come tanti soldatini", ricorda sorridendo sotto i baffi ormai bianchi. "C'erano 135 insegnanti che ci aspettavano, 135 insegnanti solo per noi due". Franco e il suo amico sono anche entrati in una classe, e li', rammenta, "stavano facendo lezione di matematica. L'insegnante ha fatto un gesto e tutti i ragazzini si sono subito alzati in piedi. Uno era alla lavagna e stava cercando di risolvere un sistema di secondo grado: tentennava e non sapeva cosa fare, e allora l'insegnante l'ha rimandato al suo posto. Ma in piedi".

Vivere in Russia? "Mi è piaciuto", dice, ma "è stata dura, soprattutto nel primo anno, senza famiglia". Le cose sono andate meglio quando la moglie Giovanna e i figli Renzo, Dario e Sandro lo hanno raggiunto a Togliatti. "Siamo andati nei boschi tante volte - ricorda - e d'inverno si andava a sciare. D'estate, la domenica mattina arrivava un pullman, e chi voleva poteva andare nella cosiddetta spiaggia degli italiani, dove si poteva fare il bagno, entrare nel bosco, oppure prendere un battello e fare un giro sul Volga".


E' stato un miracolo del lavoro'