di Di Nicole Di Giulio e Antonella Spinelli
ANSA MagazineaMag #62
La nuova frontiera dello sfruttamento

Gli schiavi dell'Agro-Pontino

Lavorano fino a 14 ore al giorno sotto al sole, chinati a raccogliere pomodori e zucchine, dentro serre dove la temperatura può raggiungere i 50 gradi. Non hanno ferie, non hanno diritti

Lavorano fino a 14 ore al giorno sotto al sole, chinati a raccogliere pomodori e zucchine, dentro serre dove la temperatura può raggiungere i 50 gradi.

Non hanno ferie, non hanno diritti. Nelle campagne dell’Agro Pontino vivono e lavorano circa 30mila indiani, provenienti prevalentemente dalla regione del Punjab: sono i nuovi schiavi alle porte di Roma.

Nonostante la paga non superi le 4 euro l’ora, per molti di loro il datore di lavoro è comunque buono, un “padrone” da rispettare sempre e comunque.

Oggi la loro voce inizia però a farsi sentire anche grazie all’attività di associazioni e sindacati.

Il Punjab in Italia


Gurpreet, gli occhi tristi di un ingegnere trasformato in schiavo

Parla lentamente, Singh Gurpreet, soppesa ogni parola. Un turbante blu gli avvolge i capelli, una lunga barba gli copre il viso. Un viso bello, dai tratti somatici definiti e dagli occhi penetranti. Ha 30 anni, Gurpreet; una moglie in India e un figlio di un anno che non ha mai visto. Come tutti gli uomini sikh, il suo nome è preceduto dalla parola Singh che vuol dire leone, mentre i nomi femminili sono accompagnati dal termine Kaur che significa principessa. Il nome Gurpreet è invece di fantasia; ha paura di essere riconosciuto dal padrone che, nel migliore dei casi, potrebbe licenziarlo.
Il tono pacato della voce, i modi eleganti. Tutto in lui è raffinato.

“Io sono andato in scuole private inglesi e poi ho studiato al college in India, dove ho seguito corsi per diventare ingegnere. I miei genitori hanno fatto tanto per mandarmi a studiare, ma un giorno la mia vita è cambiata. È arrivato un parente dall’Italia e mi ha detto di lasciare tutto e di partire. Diceva che qui sarei diventato ricco”. Si ferma e sul suo volto cala un’ombra. “Eravamo riusciti a comprare un trattore, era blu, era bello: lo trattavamo come un bambino. Per comprarlo i miei genitori avevano fatto tanti sacrifici, avevano venduto anche le bufale. Io per comprare il biglietto l’ho dovuto vendere insieme ai gioielli che avevamo. I soldi comunque non sono bastati e ci siamo indebitati. Una volta in Italia il lavoro però non c’era e dopo due anni al nord sono arrivato a Sabaudia, a Bella Farnia. Qui lavoro in una piantagione”.
Prende il cellulare, Gurpreet, e ci mostra una foto che lo ritrae mentre, inginocchiato, raccoglie i ravanelli. “Vedete io lavoro così, tutto il giorno sempre in ginocchio; posso fare solo mezz’ora di pausa. La mia paga dipende da quanti ravanelli riesco a raccogliere. Funziona così: ogni 300 mazzi da 15 ravanelli mi pagano 2 euro e 90. L’anno scorso abbiamo chiesto al padrone di alzarci la paga. Lui prima ci pagava 3 euro e dieci, ma dopo le nostre richieste ha abbassato il compenso a 2 euro e 90”.


Nessuno a casa sua in India conosce la sua situazione, neanche la moglie. Nelle persone come Gurpreet è forte il senso di vergogna. I genitori hanno venduto tutto per dargli una vita migliore, non può deluderli raccontando loro la verità. Così nasce la catena dello sfruttamento: chi viene sfruttato in Italia deve anche incitare i giovani parenti a partire come ha fatto lui. Se non lo facesse desterebbe forti sospetti.
Quando ci racconta la sua storia, Gurpreet non sembra mai arrabbiato. Per lui, alla fine dei conti, il padrone resta comunque buono e sembra giustificare i suoi atteggiamenti da schiavista.
Diversamente da altri braccianti agricoli indiani, in lui però non c’è rassegnazione.


“Voglio imparare bene la lingua italiana e dopo voglio cambiare lavoro. Intanto cerco di aiutare la mia famiglia in India e soprattutto mio padre che sta male. Quando sono triste e piango penso a una canzone indiana che dice: ricordo tutti coloro che mi hanno fatto del bene”. In questo giovane dallo sguardo triste e intelligente non c’è spazio per il rancore verso il suo parente indiano che lo ha trascinato qui, né astio nei confronti del suo “buon” padrone.


All'ombra del Circeo


Il lato oscuro del Circeo

Il lato oscuro del Circeo

Le dune della spiaggia di Sabaudia sembrano lontane. Il rumore del mare appare qualcosa di impensabile. Qui, nei campi di zucchine di Bella Farnia e Borgo Hermada, nelle piantagioni di cocomeri di Terracina e Fondi, è come stare in un altro paese. A ricordarci che invece siamo proprio nelle terre in cui sostò Ulisse, c’è solo una sagoma, un’ombra: quella del Circeo. Ai suoi piedi ci sono tanti uomini che si asciugano il sudore dopo essere stati piegati per ore; inginocchiati a raccogliere ravanelli, zucchine, insalata. Sono 30mila indiani provenienti dal Punjab, una regione agricola del nord-ovest dell’India. I primi arrivarono già 30 anni fa: oggi rappresentano una comunità radicata. Una comunità numerosa eppure per anni invisibile.

“Qui in Italia pensavamo di trovare la dolce vita – racconta Tallvinder, 26 anni, uno dei tanti lavoratori a tempo pieno – invece è un incubo. Non possiamo uscire, conoscere gli italiani. Io vorrei tanto lavorare per vivere, invece vivo per lavorare”. A Bella Farnia, un complesso residenziale nato come villaggio vacanze per romani e napoletani, è diventato la casa di centinaia di indiani sikh; ne vediamo molti al ritorno dai campi. All’interno del complesso c’è un bar gestito da indiani dove incontriamo un giovane. Le sue braccia sono piene di graffi, il viso stanco. “Mi pagano 3 euro l’ora e lavoro tutti i giorni, 12, 13 ore – dice –, senza pause. Non mi riposo mai”. Quando gli chiediamo del suo padrone si ferma, cambia tono, si copre il volto con una mano e si stacca il microfono agganciato alla maglietta. La paura di perdere il posto è tanta. Harbhajan, custode del tempio sikh di Sabaudia, vive qui da anni e conosce bene la situazione dei suoi connazionali.

“Qui è tutto sfruttamento. Tanti indiani non vengono pagati o gli viene data una busta paga falsa. C’è scritto che riceveranno mille euro al mese, ma ne ricevono cento”. Vicino a lui c’è un ragazzo, sempre indiano. Harbhajan lo indica e riprende il discorso: “Un padrone gli deve 5mila euro, ma non glieli ha mai dati. Tanto c’è sempre qualcun altro disposto a lavorare”. Orari di lavoro estenuanti, assenza totale di diritti, emarginazione. Una nuova schiavitù che sembra non interessare la popolazione dell’Agro Pontino dove gli abitanti convivono con questa comunità senza conoscerla. L’unico contatto, anche se involontario, avviene per strada. È infatti facile vederli pedalare le bici al ritorno dal lavoro.

“Oggi la provincia e diversi comuni gli hanno fornito dei giubbotti catarifrangenti – spiega Marco Omizzolo, sociologo e responsabile dell’Associazione In Migrazione – per proteggerli dalle auto. In passato ci sono stati molti incidenti e tanti indiani sono stati investiti dalle automobili che qui, lungo i rettilinei, corrono tantissimo. Ci sono stati anche casi in cui i braccianti sono stati speronati volontariamente poiché avevano semplicemente chiesto al loro datore di lavoro di essere pagati in modo adeguato o semplicemente di essere pagati”.


In questa terra all’ombra del Circeo, per migliaia di indiani non esiste integrazione. C’è solo uno sfruttamento sistematico che si basa sul rapporto di sudditanza e di reverenza nei confronti del datore di lavoro.
“Parlare con gli indiani significa molto spesso sentire le parole “padrone bravo” – spiega sempre Omizzolo. Padrone perché spesso il datore di lavoro si fa chiamare così, determinando una sorta di esercizio di potere estremo. Bravo perché è colui che ti dà il lavoro ed è colui che mantiene la promessa iniziale: pagarti 3 euro l’ora. E anche quando non la mantiene, il padrone rappresenta l’ultima e unica speranza per continuare ad avere un introito economico”.


Il sistema a catena della nuova schiavitù alle porte di Roma

Il sistema a catena della nuova schiavitù alle porte di Roma

Nella casa di Singh Parminder ci accoglie sua figlia, una bambina vestita come una ballerina. Sorride e ci guarda con curiosità. C’è sua mamma e la zia con un bimbo di un anno in braccio. Si siedono sul divano tutti insieme, sono le otto e mezzo di sera ed è quasi ora di cena. Singh Parminder inizia a parlare, con un accento che è un misto fra indiano e dialetto locale. “Mio fratello è ancora al lavoro. Ha iniziato alle 5 questa mattina, ma ancora sta sui campi, sta caricando i camion con i cetrioli. Stacca quando finisce, alle 9, le 10. Dobbiamo paga’ l’affitto, la scuola per i bambini. Non ce la facciamo più. Noi lavoriamo tutti i giorni 11-12 ore. Nel contratto di mio fratello la paga è per 10 giorni, anche se noi lavoriamo 30 giorni al mese, compresa la domenica mattina. Dicono che pagheranno 7 euro e cinquanta l’ora, invece pagano 3-4 euro. È tutta una truffa”. Singh Parminder, diversamente da suo fratello, il contratto di lavoro però non ce l’ha proprio.

“Io sto qui dal 2003, dal 2007 con lavoro regolare. Quest’anno il padrone non mi ha rinnovato il contratto perché non ci sono soldi, c’è la crisi. Così dal 30 maggio sono senza permesso di soggiorno. Lavoro c’è, ma io non ho contratto”. La sua storia è simile a quella di tanti altri. Per capirla bisogna partire da lontano, arrivare nelle valli del Punjab, perché è lì che tutto ha inizio. “In questa regione agricola, simile proprio all’Agro Pontino, molti indiani entrano in contatto con connazionali che promettono loro una vita migliore in Italia – dice Omizzolo –, parliamo di intermediari che fanno entrare gente disperata in una vera e propria trappola”.

Gli intermediari indiani sono in contatto con i proprietari di cooperative agricole italiane che ogni anno chiedono un certo numero di lavoratori da mandare a lavorare nei campi. Sulla base di queste richieste, quelli che possiamo definire caporali intascano dei soldi e cercano nuovi schiavi da portare in Italia. Attirati nella rete, in molti vendono tutto e si indebitano per pagare il servizio “dovuto” al caporale. Un servizio che consiste in un biglietto aereo il cui costo viene gonfiato e nella promessa di una vita da sogno. Per questo gli indiani entrano nel nostro Paese regolarmente e non ci sono clandestini. “Molti di loro diventano però clandestini una volta in Italia – spiega Omizzolo – perché i padroni non gli rinnovano il contratto e così perdono il permesso di soggiorno”.

Le garanzie per questi lavoratori si assottigliano così sempre di più. “Vedi – Singh Parminder si alza la maglia – porto questa cintura per lavorare 12 ore nei campi e se sto male non mi pagano. Io non uso sostanze, ma molti indiani prendono oppio e altre droghe per sostenere tante ore di lavoro. Circa il 30% di quelli che conosco fa uso di stupefacenti”. Come spiega Nanda, indiano che lavora per la Cgil di Latina, “la situazione è insostenibile e la droga diventa l’unico mezzo per sopportare la fatica, il caldo delle serre e le ore inginocchiati”. Ormai il sistema dello sfruttamento è collaudato. I braccianti sono tenuti rigidamente sotto controllo sia dal padrone italiano sia dal caporale indiano.

Tutte le volte che con l’auto ci avviciniamo ai campi arriva infatti qualcuno a chiederci, con tono minaccioso, che cosa stiamo facendo. A Latina entriamo in un’azienda agricola dove scorgiamo dei compound di eternit e una piccola bicicletta. Ci viene incontro un ragazzo indiano che sta dando l’acqua alle piante; gli chiediamo dove vive. “Vivo lì – risponde, indicando uno dei container – nell’altro abita una famiglia con dei bambini”. Non fa in tempo a finire la frase che dall’interno dell’azienda arriva, correndo, un’auto che viene dritta verso di noi. È quella del padrone.


Vita nei campi


Cinque simboli

Cinque simboli

Colori, profumo di spezie, una musica leggera e travolgente. Siamo al Gurdwara, il tempio sikh di Sabaudia, punto di riferimento e di ritrovo per migliaia di sikh che vivono qui. Uno scorcio di India che rompe tutti gli schemi della rigida architettura fascista della città. Ogni domenica è una festa, “una festa aperta a tutti – dice fiero e sorridente Harbhajan, il custode del tempio – qui preghiamo e mangiamo, uomini, donne e bambini. Tutti insieme e anche voi siete nostre ospiti!”. La religione sikh, sorta in India nel XV secolo, si differenza dall’Induismo e dall’Islam anche se è stata influenzata da entrambe.

“Il Gurdwara è per noi il simbolo della fine delle caste, qui un ricco e un povero mangiano insieme, seduti uno accanto all’altro” spiega sempre Harbhajan. Qui si mangiano verdure fritte, dolci fatti di miele, un pane friabile e molto fino. Tutti sono vegetariani perché la religione vieta di mangiare carne, bere alcool e fumare. Combattere il male è la regola sui cui si basa la vita dei sikh che indossano sempre cinque simboli – le cinque K – che aiutano il fedele nel suo cammino verso il bene. Il kharna, un braccialetto di ferro che i sikh portano sul polso destro, è uno di questi.

“Vedete questo bracciale – dice Singh Gurpreet, il giovane che aveva il sogno di diventare ingegnere e si è ritrovato a fare lo schiavo a Sabaudia –, noi sikh lo portiamo perché così Dio ci ricorda che con queste mani non si devono commettere atti ingiusti”. La fedeltà coniugale è un altro valore basilare e gli uomini indossano delle calze – kashera – che servono a rammentare loro il vincolo esclusivo che hanno con le spose. Persino il pugnale – kirpan – non ha nulla a che fare con la guerra. È un pugnale che ha un solo significato: essere sempre pronti a combattere il male. Questa comunità, forse per questo, sembra convivere in modo naturale con la rassegnazione a una vita di soprusi e vessazioni. Così, nonostante siano passati anni da quando vivono in Italia, i lavoratori indiani difficilmente denunciano i padroni e i caporali.

“Oltre alla religione c’è però anche la paura. Paura che prende il sopravvento anche quando il lavoratore denuncia il padrone – spiega Omizzolo –, per questo in molti casi le denunce vengono ritirate”.


Qualche spiraglio rompe il muro di silenzio

Qualche spiraglio rompe il muro di silenzio

A Borgo Vodice, tra Sabaudia e Pontinia, sul ciglio della strada ci sono due donne e un bambino. Sono la moglie e i figli di un bracciante agricolo. La donna più anziana non parla italiano, la ragazza invece mastica benissimo la nostra lingua, anzi parla con l’accento del basso Lazio.

“Mio padre è al lavoro, lo pagano troppo poco. Solo 4 euro l’ora. Non è giusto, è sfruttamento. Non ce la faccio più a vedere mio padre trattato così”. Il futuro che questa giovane, carica di grinta, si sta costruendo è ben diverso da quello di suo padre: “Ora studio all’alberghiero, voglio diventare una cuoca”.

Le nuove generazioni, i figli degli schiavi, vanno a scuola e parlano bene l’italiano. Conoscere la lingua costituisce infatti il primo passo verso la libertà. Una libertà che molti indiani stanno riscoprendo anche grazie all’attività di associazioni come In Migrazione, che ogni sabato offre alle famiglie sikh corsi gratuiti di italiano. Il muro di silenzio che cela privazioni e sfruttamento si sta così gradualmente sgretolando. Lo dimostra la manifestazione che nel 2010 ha visto scendere in strada centinaia di indiani a Latina. Lo prova l’attenzione da parte di magistrati e forze dell’ordine.

“La nostra associazione si è costituita parte civile nel primo processo a carico di un datore di lavoro accusato di falso documentale – dice Omizzolo della Onlus In Migrazione –, si faceva pagare dai lavoratori indiani per fornire documenti falsi, carta straccia. Il processo si terrà a metà luglio al Tribunale di Latina”.

Questo cammino verso la dignità per migliaia di indiani è però abilmente ostacolato da un sistema articolato e organizzato. Ormai i datori di lavoro hanno formato dei cartelli, per cui il compenso per ogni ora di lavoro è fisso e non supera le 4 euro l’ora. “Se un bracciante denuncia il padrone, nessun altro gli darà un posto perché i datori di lavoro si conoscono, parlano tra loro” spiega Nanda della Cgil.

Il padrone “buono” non ha ancora paura.