di Diego Antonelli
ANSA MagazineaMag #61
I 50 anni dalla tournée nel nostro Paese

Quando l'Italia snobbò i Beatles

Il 24 giugno del 1965 la band di Liverpool arrivò a Milano per un breve tour che toccò anche Genova e Roma. Loro erano già famosissimi, ma furono accolti in maniera tiepida

Sono passati 50 anni dalla prima e unica tournée italiana dei Beatles. Il pomeriggio del 24 giugno 1965 i quattro di Liverpool salirono sul palco allestito al centro del Velodromo Vigorelli a Milano. Suonarono per una mezz’oretta quel pomeriggio e un’altra mezz’ora la sera. Scaletta snella con 12 classici del loro repertorio live: Twist and shout, She’s a woman, I’m a loser, Can’t buy me love, Baby’s in black, I wanna be your man, A hard day’s night, Everybody’s trying to be my baby, Rock and roll music, I feel fine, Ticket to ride e Long tall Sally. Ai tempi usava così, niente a che vedere con i concerti da oltre due ore delle grandi star di oggi. La tournée proseguì a Genova (26 giugno, una esibizione pomeridiana e una serale ) e a Roma (27 e 28 giugno pomeridiano e serale).

A Milano i Beatles suonarono complessivamente per 26 mila persone: 7 mila il pomeriggio e 19 mila la sera, ben lontani dal tutto esaurito. Queste cifre raccontano la storia di un’accoglienza piuttosto tiepida per la band che la storia consacrerà come la numero 1 di tutti i tempi. Così tiepida da sembrare incredibile: possibile che nel 1965 il fenomeno Beatles non fosse ancora esploso? La risposta è no, non è possibile. Nel 1965 siamo in piena beatlemania e basta spulciare qualche dato per avere un’idea di quello che era già successo ed era pienamente in corso in quell’estate. I Fab four avevano alle spalle già 9 45 giri da numero 1, 4 album (Please please me, With the Beatles, A hard day’s night e Beatles for sale) e un film (A hard day’s night, Tutti per uno in Italia). Esattamente 10 giorni prima del Vigorelli, il 14 giugno, i quattro (soprattutto McCartney a onor del vero) incisero negli Abbey Road Studios la versione definitiva di Yesterday.

Da un anno e mezzo gli Stati Uniti erano ai loro piedi e dal 28 di agosto la marijuana era entrata nelle loro vite passando per la porta della suite all’ultimo piano del Delmonico Hotel su Park Avenue e 59th a New York, accompagnata per mano da Bob Dylan in visita privata. Il joint di sua maestà Dylan spingerà i 4 ad approfondire i loro studi sulla materia portandoli nella primavera del ’65 all’Lsd. Tutta questa sperimentazione chimica si rifletteva sulla loro produzione musicale: dal dicembre ’64 al dicembre ’65 i Beatles pubblicarono 3 album (Beatles for sale, Help e Rubber Soul) che segnarono un vero e proprio percorso evolutivo: alla fine di quell’anno la crisalide era diventata farfalla.

Di tutta questa esplosione nell’Italia del 1965 era arrivatasolo una lontana eco. Dal punto di vista musicale eravamo provincia dell’impero e non avevamo ancora gli strumenti per comprendere la rivoluzione che i Beatles stavano portando nel mondo della musica. Oltre a non fare il tutto esaurito i quattro – portati nel nostro Paese da Leo Wachter – conquistarono spazi sulle riviste dell’epoca più come fenomeno di costume che come musicisti visionari e anche le poche scene di beatlemania di cui si ha notizia furono più un esercizio di emulazione di ciò che accadeva al di là delle Alpi che altro. John, Paul, George e Ringo stessi nelle numerose biografie che sono uscite in questi cinquant’anni non hanno conservato grande memoria del loro passaggio italiano. Troppo ampia la distanza con quello che accadeva loro dovunque altrove nel mondo: il 15 agosto, poco più di un mese dopo, allo Shea Stadium di New York terranno il concerto più famoso della loro storia. Un anno esatto dopo, il 29 agosto del 1966, al Candlestick Park di San Francisco decideranno di chiudere definitivamente con l’attività on the road. Il loro album successivo (1 giugno 1967) è il Sgt. Pepper’s.

La provincia dell'impero non aveva capito la rivoluzione


'Suonarono meno di mezz'ora, ai tempi usava così'

La prima pagina della 'Domenica del Corriere' del giugno 1965

"I Beatles facevano per ogni tournée sempre lo stesso spettacolo, sempre le stesse canzoni". Franco Zanetti, giornalista, direttore di www.rockol.it è il più accreditato esperto di Beatles italiano. Su di loro ha tradotto e scritto molto (recentemente Il libro bianco dei Beatles edito da Giunti). Nel 1965 era troppo giovane e non è tra i testimoni oculari del passaggio italiano dei Fab four, ma è la persona più adatta per raccontare cosa fu quella tournée, cosa diventavano quei quattro ragazzi quando salivano su un palco e perché un giorno, nell’agosto del ’66, improvvisamente decisero di non salirci più. "I loro concerti duravano 27, 28 minuti. Qualche volta 30, 31 a seconda della velocità con cui eseguivano e dalla fretta che avevano di finire e scappare. Ma la scaletta è quella del loro repertorio dal vivo. Non ci sono le canzoni che iniziavano a essere prodotte dai Beatles più creativi, quelli che stavano cominciando a lavorare a Rubber Soul. Sono le canzoni dei 45 giri beat, perché i Beatles all’epoca erano ancora un gruppo beat e solo quando non lo saranno più smetteranno di fare tournée anche perché non potranno più riproporre dal vivo le canzoni esattamente come le avevano incise sugli album".

I Beatles erano animali da palcoscenico. Si erano formati nei primissimi anni della loro storia sfiancandosi per ore sul palco dei fumosi club del quartiere a luci rosse di Amburgo. Pochi soldi, tante anfetamine e una sola missione: far ballare per tutta la notte un pubblico… diversamente esigente. Eppure nell’agosto del ‘66 decidono repentinamente e senza appello di chiudere con le esibizioni dal vivo. E non è solo una questione di repertorio che cambia. "La loro vita era divisa tra mezzi di trasporto, alberghi, fuga dai fans, luoghi dove suonare, fuga dai luoghi dove avevano suonato, ritorno in albergo, ripartenza. Erano stanchissimi di questa vita, soprattutto George Harrison. Erano stanchi anche perché non si sentivano più suonare. Perché il rumore della folla, le urla delle ragazze, coprivano pesantemente tutto quello che loro suonavano. Oltretutto andavano negli stadi e nelle grandi arene con degli impiantini che oggi l’ultimo gruppo emergente non userebbe neanche in saletta prove e quindi quella che avrebbe potuto essere la grande resa dal vivo di un gruppo così potente che suonava tanto bene andava completamente perduta".

A mettere la parola fine sarà John Lennon al termine di un concerto a San Francisco. Non ci fu alcun annuncio, non lo dissero a nessuno, ne parlarono solo tra loro, come ricorda Harrison in "The Beatles off the record" di Keith Badman: "Alla fine del concerto abbiamo piazzato una macchina fotografica con un grandangolare su un amplificatore e ci siamo messi in posa spalle al pubblico perché sapevamo che quello sarebbe stato il nostro ultimo show”. Scattata la foto John disse semplicemente "That’s it", è tutto. E tutto finì.


In concerto portavano solo il repertorio beat


Gli italiani che le suonarono ai Beatles

Tra i tanti che possono dire di avere assistito ai concerti dei Beatles in Italia esistono anche pochi fortunati musicisti che si possono vantare di avere suonato prima di loro in una delle esbizioni della tournée italiana. Ma solo una band può dire di avere suonato per i Beatles. "A quei tempi suonavamo nella band di Augusto Righetti – ricorda Bruno Tibaldi, bassista – in un locale molto alla moda a Milano, il Charlie Max. Il 24 giugno ci fu chiesto di suonare al Vigorelli prima che i Beatles salissero sul palco e questo ovviamente ci emozionò moltissimo. Suonammo sia in apertura del concerto pomeridiano, sia la sera. Ma mentre il pomeriggio dopo aver suonato ci fermammo per sentire il loro concerto, alla sera fummo costretti ad andarcene subito perché dovevamo andare al Charlie Max a fare la nostra solita serata".

Una serata che così solita non sarà, ma Bruno e i suoi compagni ancora non lo sapevano. "Per noi era tutto finito lì – continua Marcello Olmari, in arte Gil Ventura, sassofonista – con quella grande emozione. Poi si tornava alla realtà di tutti i giorni, o meglio di tutte le notti, che era il Charlie Max". La serata procede dunque come sempre con Bruno, Gil e le Ombre di Augusto Righetti a suonare i pezzi beat dell’epoca per far ballare la gioventù milanese in pista al Charlie Max. Fino a quando… "Sento – continua Tibaldi - Augusto Righetti che suona il giro di apertura di And I love her, mi volto e vedo entrare nel locale i Beatles. Potete immaginare cosa volesse dire suonare una canzone dei Beatles avendo Paul McCartney, John Lennon, George Harrison e Ringo Starr tra il pubblico".

Una giornata che già era nata per essere indimenticabile diventa a questo punto una pagina di storia, soprattutto per la band italiana che continua a suonare mentre i Beatles mangiano e si rilassano dopo il concerto al Vigorelli. Ci sarà tempo anche per foto e autografi che ora Bruno e Gil conservano tra i più cari ricordi. Bruno in particolare mostra con orgoglio l’autografo dei quattro sulla cinghia del suo basso. "Un basso Hofner, esattamente come quello di Paul McCartney, ma comprato anni prima in tempi non sospetti, quando i Beatles non erano ancora diventati popolari. E pensare che i miei compagni mi costrinsero a comprarne un altro, uno Fender Precision, perché quello non piaceva, non era alla moda. E invece Paul McCartney aveva scelto lo stesso basso. Solo che poi lui è diventato quel che è diventato…". Ma non c’è rimpianto nelle parole e negli occhi di Bruno Tibaldi né in quelli di Marcello Olmari. Le loro vite sono state belle e piene di soddisfazioni anche senza aver raggiunto il successo dei quattro di Liverpool. In più ora hanno questa piccola perla da raccontare ad amici e nipoti. Loro nella notte dei Beatles in Italia c’erano, e sono stati protagonisti.


La notte che ce li trovammo tra il pubblico


E compaiono scatti inediti della giornata Milanese

I Beatles in posa sulla terrazza dell'hotel Duomo a Milano (foto di Farabola)

E' stata esposta alla libreria Feltrinelli di Piazza del Duomo una raccolta di fotografie inedite che documentano il primo giorno della breve tournée che i Fab four tennero in Italia nel 1965. Di quella giornata erano note pochissime testimonianze perlopiù "orali". Unico documento storico: un servizio fotografico realizzato la mattina del 24 giugno '65 con degli scatti posati di Lennon, McCartney, Harrison e Starr sulla terrazza dell'Hotel Duomo (con le guglie di marmo bianco sullo sfondo) e una manciata di foto del concerto pomeridiano al Vigorelli. 

Troppo poche, secondo Franco Zanetti, giornalista musicale autore di diversi libri sui Beatles e direttore di www.rockol.it, che dopo lunga insistenza ha convinto i responsabili dell'archivio fotografico Farabola a fargli dare un'occhiata al materiale non pubblicato. "A quei tempi era normale stampare e distribuire solo un piccola selezione delle foto scattate - ha spiegato Zanetti - ma ero certo che dai negativi conservati negli archivi di Farabola si sarebbero potute ricavare ancora molte belle immagini inedite. Ho dovuto insistere un po', ma alla fine mi hanno dato la possibilità di guardare gli oltre 100 negativi inutilizzati, e del tutto dimenticati, e ne ho selezionati 25 da stampare e raccogliere in questa esposizione".

Tutti gli scatti sono relativi alla conferenza stampa del 24 mattina e al concerto pomeridiano del Vigorelli, e sono le uniche testimonianze "professionali" del rapido passaggio milanese dei Beatles. "Purtroppo - ha concluso Zanetti - non
esistono foto del concerto serale al Vigorelli". Davvero un peccato considerato che i Fab four non torneranno piu' a suonare in Italia e nell'agosto dell'anno successivo chiuderanno definitivamente con l'attivita' dal vivo.

 


I Beatles 'tornano' a Milano