di Mattia Bernardo Bagnoli
ANSA MagazineaMag #24
Rivive ai Fori il culto del Divo Giulio

Caio Giulio Cesare Forever

Fiori, biglietti, regali. Da decenni ai Fori romani l'ara dove venne cremato Caio Giulio Cesare è meta di un pellegrinaggio silenzioso quanto costante. Quel che segue è un viaggio alla scoperta di un fenomeno che ha dell'incredibile.

Cesare. Il genio, gli eserciti, la passione, i morti. A centinaia di migliaia. La politica, le donne, gli intrighi, il potere, i patti non scritti che lo rendono vivo, le congiure che lo soffocano. Roma che vince, Roma che cresce. E poi tutto cambia. Il foro, i marmi, i templi, gli usi, le famiglie, i confini, la storia. Quella grande. Cesare: il più illustre tra i figli di Quirino. L'aristocratico che non poteva lasciare com'era ciò che trovava, che aveva l'urgenza di spingersi oltre, per essere il primo, per essere il solo.

Nel bimillenario dalla morte di Ottaviano, suo figlio adottivo ed erede, primo imperatore dei romani, è impossibile ignorare le gesta del dittatore perpetuo. Che gli sta appresso come un brutto pensiero: senza Augusto non c'è impero, ma senza il divo Giulio non c'è Augusto. E forse non ci saremmo nemmeno noi, perlomeno così come ci conosciamo. «Cesare, la cui grande ombra sarà il mondo intero», scriveva Jorge Luis Borges. Ecco, il mondo – senza fanfara, senza mostre, senza giochi di luci, senza assessori e ministri – lo ricorda tutti i giorni, spontaneamente, onorando la sua tomba al Foro Romano. Da oltre 2000 anni. Il culto di Cesare, insomma, è vivo e vegeto – più longevo del Cristianesimo.

Older than Jesus

Un busto in marmo di Giulio Cesare

Al piede del Campidoglio, là dove in estate l'afa e l'arsura si fanno artiglio e in inverno l'umidità stronca le articolazioni dei più aitanti, spunta squallida una tettoia di legno. Intorno le rovine della grande Roma. I turisti, bontà loro, sfilano mansueti. Tra un selfie e un sorso d'acqua, fornita a caro prezzo da uno degli immancabili camion-bar dei Fori Imperiali, pagano pegno ai fasti della lupa. A guardarla bene quella casupola, stretta com'è tra la Curia Ostilia e la ben più maestosa prospettiva del colle Palatino, vien proprio da passare oltre senz'altro. Se poi ti accosti, e sbirci un poco, ci trovi quattro pietre tristi. E qua si potrebbe chiudere la serranda.

Però no. Ogni giorno che Roma mette in terra, a meno che non siano passati da poco – ma proprio poco – gli addetti del parco archeologico per una doverosa ripulita, il tumulo è adornato da fiori, messaggi, monete, a volte persino qualche piccolo dono. Un'immagine che non sfigurerebbe in un tempio indù. Qui riposa la memoria di Caio Giulio Cesare, il divo. Qui ne si perpetua la memoria. Una religione silenziosa, ormai universale, stando a chi nel parco ci lavora ogni giorno. L'uomo che volle farsi dio, e come tale venerato dal popolo di Roma, specie dopo il lascito per via testamentaria di una bella sommetta a ogni singolo cittadino dell'urbe, può dunque riposare in pace: missione compiuta.

«Oh, finalmente se ne parla...». Patrizia Fortini è una donna minuta, elegante, che ama il suo lavoro: dirigere il parco archeologico. Il culto di Cesare è un suo pallino da tempo. Ed è felicissima di poter raccontare la sua storia. «Ho preso servizio nel 1984 e già allora m'imbattei in questo fenomeno. In un certo senso l'ho ereditato dalla direttrice precedente, che pure ne era rimasta affascinata». Quindi ormai parliamo di decenni, no? «Eh sì», risponde con un sospiro Patrizia (ma dove finisce il tempo?). «E guardi, l'afflusso alla tomba di Cesare è costante, in tutti questi anni non si è mai interrotto. Nel tempo abbiamo assistito anche a casi eclatanti. Come quello di una coppia americana che era solita visitare la tomba ogni anno. Lui a un certo punto, purtroppo, muore. La signora salta per così dire un turno ma poi l'anno successivo si presenta puntuale, con una cartolina in mano: in ricordo di Cesare e, ovviamente, del marito».

La aquile di Roma, l'aquila americana. Il nesso è facile, la suggestione chiara. Il potere e l'uso che se ne fa – l'imperium – è un concetto facile da capire negli Stati Uniti, tra le superpotenze che si sono succedute nei secoli la più simile, per certi versi, all'antica Roma. Niente sorprese poi nell'apprendere che tra i fan più sfegatati del divo Giulio ci sono «professori» ma soprattutto «studenti». «Un po' di tutto il mondo ma in particolar modo francesi», spiega la dottoressa Fortini. Andazzo già più curioso. «Spesso, alle idi di marzo, chiedono i permessi, si presentano al Foro con indosso la toga e le corone di alloro sul capo, e in processione sfilano davanti all'ara, dove omaggiano la memoria del dittatore a vita». Vercingetorige, poveraccio, avrebbe un travaso di bile. Sconfitto due volte: sul campo di battaglia e nel match per guadagnarsi la leggenda.

 


Rose rosse per te, o divo

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Distruttore di mondi?

Eppure Cesare ci andò giù duro, nel pacificare la sua provincia nuova di zecca. Un vero e proprio genocidio. Secondo Plinio il Vecchio i morti ammazzati in Gallia furono 1 milione e 200mila; Plutarco lima un pochino e parla di 1 milione di cadaveri e 1 milione di schiavi; Appiano riporta 400mila morti solo nella campagna contro gli Usipeti e i Tencterii. Quella che Catone – l'acerrimo nemico di Cesare – non esitò a definire un «crimine contro le genti». Oggi diremmo contro l'umanità ma il concetto è lo stesso. I francesi, a rigor di logica, dovrebbero detestare il divo Giulio, che con la sua volontà di potenza spazzò via una cultura intera a un caleidoscopio di sviluppi futuri.

«Tutto vero», concede Patrizia. «Ciò non toglie che da loro la storia inizia in pratica con Augusto. E dunque con la conquista della Gallia da parte di Cesare. La nazione francese, così come l'identità collettiva del suo popolo, si fonda insomma in quel momento. Ecco, secondo me, perché onorano il divo Giulio». Con buona pace di Uderzo e di Asterix.

Se il culto di Cesare dura da anni – da sempre? - gli aspetti pratici di questa religione sotterranea mutano però nel tempo. La dottoressa Fortini ha ad esempio notato un incremento nell'utilizzo delle monete come doni votivi. Una finanziarizzazione del rito che si adatta a tempi più spicci, più veloci, e che forse non sarebbe dispiaciuto allo stesso Cesare, che sul soldo era sensibilie. Meglio, senz'altro dal punto di vista della gestione del parco, dei gloriosi anni Ottanta, quando c'era chi voleva compiere dei veri sacrifici davanti all'ara del tempio. I permessi, manco a dirlo, non sono mai stati concessi.

«Noi – spiega la dottoressa Fortini – abbiamo sempre trattato questo fenomeno come una cosa un po' strana, folkloristica diciamo. C'è stato un momento in cui abbiamo pensato di raccogliere questi messaggi, dar loro un senso. Ma poi, magari sbagliando, abbiamo lasciato perdere. Chissà, ora potremmo ritornare sui nostri passi. In realtà, ripensandoci oggi, questo rito una rilevanza ce l'ha, quanto meno dal punto di vista di tradizione: siamo noi che siamo stati forse troppo snob».


Giochi di luce al Foro di Augusto


Cesare è la Bundesbank

Ma poi. Va bene la storia, va bene il mito, benissimo il lascito sottopelle e nel linguaggio, sceso tanto in profondità che nemmeno ce ne accorgiamo: il titolo Kaiser deriva da Cesare, così come Czar e c'è chi dice persino il Khan orientale e se il mese odierno lo chiamiamo luglio è proprio in onore a Giulio. Epperò, cosa spinge uomini e donne del XXI secolo a munirsi di fiori, carta e penna e pagare un biglietto (l'ingresso ai Fori non è più libero da un pezzo e meno male) pur di onorare un politico – con buona pace dell'anticasta tanto di moda, di questo si tratta – morto e sepolto oltre 2000 anni fa? A capirlo ci aiuta il professor Luciano Canfora, fino conoscitore dei classici e di Cesare in particolare, al quale ha dedicato il libro ‘Cesare, dittatore democratico’.

«Cesare - spiega Canfora - è un simbolo, un mito, un punto di riferimento, in virtù delle sue conquiste militari e del carattere romantico della sua figura, non c’è dubbio, ma anche e soprattutto per la fine tragica che gli toccò. Fine che lo ha trasformato in una gigantesca vittima e le vittime sono più amate dei carnefici». Caio Giulio-martire, laddove il ‘povero’ Augusto, che pure a Roma può vantare un gran mausoleo, per quanto oggigiorno ridotto a ricovero per gli sbandati, può al massimo aspirare al ruolo di «statista». E quindi niente fiori, niente regali, niente monete, nessun bigliettino. La costruzione di un regno, ottenuta in oltre 50 anni di meticoloso governo, non scalda dunque i cuori, sebbene gli sia valsa un posto nei 12 mesi del calendario giulio-gregoriano.

L’esperienza del divo Giulio, però, va al di là della sua dimensione eroica, tanto è vero che esiste il termine ‘cesarismo’ per descrivere una declinazione stessa del potere, che Canfora descrive come «un rapporto privilegiato con l’esercito, da una parte, e col popolo dall’altra». Esperienza ancora rilevante, in un tempo in cui il deficit democratico si allarga sempre di più, o definitivamente consegnata al passato? «Per quanto riguarda il mondo ricco in cui noi viviamo, direi di sì», ragiona Canfora. «L’ultimo che si è mosso nel suo solco è il generale de Gaulle, con quel mix di prestigio militare guadagnato sul campo e presa diretta sulle masse. Per quanto mi riguarda, il Cersare d’Europa oggi è la Bundesbank».


"Gli uomini credono volentieri ciò che desiderano sia vero"

Caio Giulio Cesare, 100-44 a.C.


L’uomo che volle farsi Dio

L'ara di Cesare

Darius Arya ha gli occhi di un cerbiatto e la pelle olivastra dei suoi avi persiani. Archeologo, direttore dell’American Institute for Roman Culture, star su Twitter e ospite fisso di trasmissioni di successo su History Channel e National Geographic, vive a Roma da 15 anni. Il paragone con Indiana Jones (d’altra parte è americano) viene naturale, visto e considerata l’immagine che si ha degli archeologi tradizionali. Il Foro romano lo conosce, ovviamente, come il tinello di casa sua.

«Quando si va ai Fori - racconta Darius - lo si fa per mettersi sulle orme della storia e, per darle un senso, la cosa migliore è puntare sui passaggi fondamentali dell’avventura di Roma antica. Cesare e Augusto sono delle tappe obbligate. Cesare, oltre che dal punto di vista politico, cambiò l’Urbe anche dal punto di vista architettonico, avviando la costruzione del suo Foro e spostando i rostra. Ma di questo furore rimane poco: le sue opere vennero sì terminate da Augusto, ma vennero pure rimaneggiate, e poi in seguito cambiate, distrutte o abbandonate. Ecco allora che il tempio di Cesare serve per fermarsi e riflettere sulla sua figura: è una persona che aveva una marcia in più, che è riuscito a compiere un balzo in avanti rispetto a tutti gli altri uomini del Senato. Tanto da diventare divo. Un dio».

Ecco, su questo punto Cesare potè contare sul suo buon stellone. Letteralmente. «Durante la costruzione del suo tempio avvenne il passaggio della cometa di Halley. Che fu subito vista come l’anima di Cesare che saliva a far parte degli dei, prova provata del suo essere sovra-umano».

E poi l'uomo non è ricordato solo per i successi militari. Oratore, scrittore, astronomo, crittografo (suo uno dei primi 'codici' per comunicare in segretezza), fine compositore di leggi, poliglotta. Non c'è nulla in cui si sia cimentato che non abbia eccelso. Quasi snervante. Insomma, un percorso strabiliante che portò Cesare e divenire forse il più grande di tutti i romani, di certo riconosciuto come tale e che, ancora al giorno d’oggi, può vantare legioni di seguaci. Oltre la morte, oltre i confini geografici, persino oltre le grandi religioni che vennero dopo di lui. Caio Giulio Forever.


Darius Arya, direttore dell'Amer­i­can Insti­tute for Roman Cul­ture