di Mattia Bernardo Bagnoli
ANSA MagazineaMag #007
Dal 1853 ai fumetti

Speciale Crimea, la prima guerra raccontata dai reporter

Fumetti, film, pezzi rock, romanzi. La prima guerra moderna è entrata nell'immaginario collettivo più di quanto si pensi

Il primo piano è strettissimo e l’uomo, un soldato, ha gli occhi fuori dalle orbite; piange come una vite tagliata, il poveretto. E a ragione. Ho avuto una visione, spiega, e quella “madonna” mi aveva messo in guardia: non attaccate, per l’amor del cielo, non attaccate. Ma - ironia della morte, vien da dire - l’emissario del destino sbaglia tenda e porta il suo messaggio a un semplice sergente. Così la “carica dei seicento” - the Charge of the Light Brigade, in inglese - non solo può farsi storia, ma diventare leggenda. E infatti il sergente è immortalato dall’inconfondibile tratto di Giampiero Casertano, autore della prima storia del primo Dylan Dog gigante: Totentanz. Non male per una battaglia combattuta 160 anni fa in un fazzoletto di terra lontano da tutto.

Eppure eccola spuntare in un’avventura dell’Indagatore dell’Incubo, vera icona pop degli anni Novanta. La guerra della Crimea è arrivata fin qui, senza essere tragica quanto la Grande Guerra o apocalittica quanto la Seconda Guerra mondiale, così gravida di conseguenze per l’intero ordine mondiale. Però però. Quel conflitto resta tutt’oggi rilevante perché il primo davvero moderno. Magari non nelle armi (mancano ancora i carrarmati e gli aerei) ma senz’altro nel cruciale legame opinione pubblica-potere politico. In Crimea, infatti, vennero spediti per la prima volta i grandi reporter di guerra, vennero scattate - e pubblicate - le prime foto dal fronte e gli inviati poterono contare sul telegrafo per trasmettere i loro dispacci.

Le battaglie, insomma, divennero un po’ meno partite a dama tra re e un po’ più tragedia dei popoli. La denuncia del Times sulle tremende condizioni sanitarie patite dai soldati di sua maestà - 16mila dei circa 22mila caduti furono causati dalle malattie - provocò ad esempio la caduta del governo Aberdeen. E non è poco.

L'indagatore dell'incubo


Quando gli americani erano inglesi

La Gran Bretagna, d’altra parte, era la superpotenza del tempo e ogni dettaglio, quando amplificato, cioè spesso, finiva per avere una risonanza globale. Come, per l’appunto, la cosiddetta “carica dei seicento”. Ovvero un terribile misunderstanding tra il generale Lord Raglan e il comandante del manipolo di cavalleria Lord Cardigan. Esatto, come i tipici pullover - che proprio lui, peraltro, ha reso trendy. Cardigan, da bravo aristocratico arrogante, comprese male un ordine e portò i suoi uomini al macello, caricando una batteria di artiglieria pesante russa. Il sensazionalismo - di nuovo il rapporto tra media e potere - trasformò un’amara fesseria in gesto eroico e al ritorno in patria fu accolto come un divo.

L’episodio si è comunque incastonato nell’identità nazionale britannica ed è andato ad occupare un posto di spicco nel pantheon delle ‘epic fail’ militari inglesi. Ossia sconfitte così atroci da divenire sublimi. E dunque meritevoli di ricordo e rispetto. La “carica dei seicento” divenne dunque simbolo di spirito di abnegazione e sangue freddo. Nessuno, tra gli ufficiali della cavalleria leggera, osò mettere in dubbio il senso di quegli ordini e si scagliò, sciabola in pugno, contro i cannoni dello Zar. Cardigan in testa a tutti. Alla fine della battaglia, per nulla impressionato da quella carneficina, si ritirò sul suo yacht all’ancora nella baia di Balaklava e - così dicono le cronache - consumò una cena abbondante innaffiata da sostanziosi dosi di champagne. Troppa grazia.

Non passarono nemmeno sei settimane e il ‘The Examiner’ già pubblicava il primo poema dedicato all’impresa. L’autore, niente meno, il poeta di corte, Alfred Tennyson. Una cantilena struggente che certi sudditi di sua maestà - i più conservatori - ancora recitano a mezza bocca. Il resto, un diluvio. Nel 1936 fu la volta del film ‘The Charge of the Light Brigade’ con Errol Flynn. Non contenti gli inglesi ci riprovarono con l’omonimo remake del 1968 ma la guerra del Vietnam oscurò gli intenti veristi della nuova pellicola.

Oltre al cinema, la musica. Ecco allora che gli Iron Maiden si ispirarono alla poesia di Tennyson per scrivere il pezzo ‘The Trooper’. Sempre per restare in tema, sebbene allargando un poco l'inquadratura, si può citare 'Empire' dei Kasabian, rock band inglese vincitrice del Brit Award 2010 come miglior gruppo. La canzone è accompagnata da un video girato in Crimea sui luoghi dove venne sparso il sangue dei soldati dell'ex Impero.


La carica dei 600


La sottile linea rossa

Ma non è tutto. Anche l’onnipresente espressione “thin red line” - chi non ha mai sentito parlare della “sottile linea rossa”? - fu coniata in Crimea. A inventarla (più o meno) fu l’inviato del Times William H. Russell, che descrisse così il dispiegamento delle forze britanniche sul campo, largamente inferiori a quelle russe e per questo ‘smagrite’ all’inverosimile pur di mantenere il punto di vantaggio acquisito sulle colline di Balaklava. La sua espressione in realtà era più articolata ma a restare conficcata nella testa fu la vulgata popolare, esempio strepitoso di meta-giornalismo di massa ante-litteram.

E che dire degli scatti di Roger Fenton? Figlio di un ricco banchiere e deputato, si trovò più a suo agio nelle aspre steppe della Crimea, primo fotoreporter della storia a prendere parte a una guerra. Certo, visto la natura del suo equipaggiamento - che occupava un carro interno - il raggio d’azione di Fenton fu alquanto limitato, al netto dell’aspirazione celebrativa della gloria britannica tacitamente sottoscritta con i vertici militari in cambio del lasciapassare al fronte.

Regole d’ingaggio che pure non gli impedirono di rompersi alcune costole in una brutta caduta, beccarsi il colera, restarci quasi secco per la disidratazione nonché psicologicamente provato per essere stato testimone del massacro di Sebastopoli - al giorno d’oggi la chiameremmo sindrome post-traumatica da stress. Le sue foto, seppure uniche, non riscossero il successo sperato quando Fenton rientrò in patria. A dir la verità, fu la stessa neonata fotografica che non venne percepita come un'arte degna di nota dal pubblico britannico. Non è un caso che l'Esibizione Internazionale del 1862 relegò la fotografia nella sezione degli strumenti tecnici, perdendo così lo status di arte sublime acquisita solo cinque anni prima a Manchester.

Per Fenton fu il colpo di grazia. Solo l'anno successivo vendette in blocco la sua attrezzatura e tornò a fare l'avvocato, rientrando così nei ranghi della famiglia e delle sue origini. Il primo fotoreporter di guerra della storia morì di lì a poco, nel 1869, a 50 anni, dopo una rapidissima malattia.


"Thin red streak tipped with a line of steel"

La celebre corrispondenza di William H. Russell passata nella vulgata popolare come "the thin red line"


Roger Fenton


I vagiti dell'Italia

Eppure la guerra in Crimea non fu un punto di svolta solo per la Gran Bretagna. Il regno di Sardegna entrò a far parte dei ‘grandi’ proprio grazie al contingente inviato al fianco dei britannici e dei francesi. Se per gli inglesi la leggenda si chiama Balaklava, per il futuro regno d’Italia prende invece il nome di Cernaia.

Fu qui, alle porte di Sebastopoli, che il contingente sardo-piemontese si mise più in mostra, proteggendo l’avanzata delle truppe franco-britanniche. Un comportamento militarmente irreprensibile che fece guadagnare al contingente il rispetto delle potenze maggiori. Nomi come quello del generale Alfonso La Marmora divennero noti ben oltre i confini del piccolo regno sabaudo. Così, quando si dovette trattare la pace, il regno di Sardegna fu chiamato al tavolo delle trattative.

Per Camillo Benso conte di Cavour fu il debutto in società. Cavour ottenne che per la prima volta in una sede internazionale si ponesse la questione italiana, avviando quel processo che porterà alla seconda guerra di indipendenza e al periodo decisivo del Risorgimento. Senza la Crimea, dunque, non ci sarebbe stata l’Italia.

La reazione alla guerra - che a tratti fu violentissima e nel caso dell’assedio di Sebastopoli produsse il più pesante bombardamento mai visto prima di allora - non fu però estatica per tutti. Iginio Ugo Tarchetti, membro di spicco della scapigliatura milianese, reagì scrivendo ad esempio il romanzo antimilitarista ‘Una Nobile Follia’, avviando (inconsapevolmente) il florido filone pacifista che tanto caratterizzerà in seguito la letteratura italiana.

Certo, allora Tarchetti fu perlopiù una voce isolata. E presto dimenticata. La trama del romanzo è complessa e costituita da diverse cornici narrative e da diverse voci narranti che si intersecano fra loro. Una soluzione avanzatissima per i tempi. Nel libro vengono raccontate le vicende di Filippo Sporta, orfano nel Piemonte risorgimentale, che, costretto a lasciare l'amore e le proprie aspirazioni, viene inviato come soldato di leva alla Campagna di Crimea.

Il culmine del racconto è il resoconto della battaglia della Cernaia, rivista però attraverso il prisma pacifista di Tarchetti. Il protagonista uccide per legittima difesa un soldato a cavallo dell'esercito russo che a colpi di pistola stava disperatamente cercando di tornare tra le proprie file. Questi, prima di morire, racconta a Filippo la sua storia, per molti versi simile a quella del protagonista stesso. Un ritratto intimo - che ricorda in qualche modo la Guerra di Piero di De André - in totale contrasto con i toni nazionalisti dei suoi contemporanei.

Eppure Tarchetti era stato un uomo d’arme. Lo scrittore arriva a sostenere le tesi esposte nel romanzo dopo una non breve carriera militare nel sud Italia, nella Campagna contro il brigantaggio, intrapresa inizialmente con ottimismo e determinazione. Poi il disincanto. ‘Una Nobile Follia’ propugna l'idea dello smantellamento degli eserciti, esalta la diserzione e chiede a gran voce l'uguaglianza tra gli uomini di tutte le nazioni, idee che, al tempo di pubblicazione, erano considerate da gran parte dell'opinione pubblica, scandalose, immorali e sovversive.

Come oggi, del resto.


Scatti dal fronte

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