Unire i puntini lungo le strade della migrazione

La sede dell’ICMP si trova in un’austera palazzina bianca nel centro dell’Aia. Nel laboratorio al piano terra i genetisti sono al lavoro per analizzare campioni di DNA arrivati da varie parti del mondo. “Con queste tecnologie si possono estrarre molecole di genoma anche da un piccolo frammento osseo conservato per decenni in condizioni critiche - spiega Thomas Parsons, direttore Scienza e Tecnologia all’ICMP – Grazie al Next Generation Sequencing, l’ultima frontiera della genetica, siamo in grado di processare velocemente grandi quantità di DNA, arrivando ad accertare l’identità di una persona a partire da una goccia di sangue di un lontano parente”.


La nostra organizzazione, aggiunge la direttrice Kathryne Bomberger, “può aiutare a unire i puntini sulla mappa delle migrazioni. In Siria e in Iraq, terreni difficili dove non riusciamo ancora a intervenire direttamente per identificare le vittime, teniamo traccia dei rifugiati e dei dispersi. Abbiamo un database con 93 mila profili che possiamo confrontare con i campioni consegnati al nostro laboratorio”.
Grazie a questa esperienza la commissione è diventata il punto di riferimento per i casi di persone scomparse nei cinque continenti, in scenari di guerra, disastri o calamità naturali. Dall’uragano Katrina allo tsunami nel sud-est asiatico, dai conflitti in Kurdistan e Iraq fino alle Torri gemelle, il ruolo dell’ICMP si è rivelato determinante.


“Di fronte a una tragedia globale come quella delle migrazioni non ci si può voltare dall’altra parte – dice Andreas Kleiser, direttore Politiche e Cooperazione – non solo per motivi umanitari ma innanzi tutto di legalità. Ci sono già molti casi sollevati davanti alla Corte di Strasburgo”. Accertare una morte può essere l’unica risposta a necessità molto pratiche, come ottenere un’eredità o un risarcimento, ma anche la verità sulla sorte dei familiari e, in ultima istanza, per avere giustizia.


Il primo terreno di prova per l’ICMP è stato il conflitto in ex-Jugoslavia, nel ‘96. Qui il lavoro della commissione ha permesso di identificare il 70% delle 40 mila vittime, fornendo prove per l’incriminazione di 161 persone. I lavori del Tribunale internazionale dell’Aia si sono conclusi da pochi mesi, il 31 dicembre, con la condanna all’ergastolo di Ratko Mladic, il ‘macellaio di Srebrenica’. “Ci siamo trovati spesso ad operare in scenari in cui i primi complici di violazioni dei diritti umani erano i governi – conclude Kathryne Bomberger – In questo caso c’è una forte volontà politica, da parte di più nazioni, per trovare una soluzione. E’ una sfida difficile ma siamo fiduciosi che insieme si possa superare ogni ostacolo”.

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA

Video ANSA