Ecco gli 'altri' migranti

Un nastro rosso di quelli che si arricciano come boccoli sui regali e un adesivo in italiano 'corridoi umanitari'. Le loro valigie erano diverse dalle altre in volo. E soprattutto, di diverso, le avevano. I primi migranti con trolley sono arrivati a Fiumicino nel giorno in più di un anno bisestile, senza coperte e giubbotti di salvataggio né scafisti e neppure i calli ai piedi. Un volo di linea li ha portati nella loro nuova casa Italia, con un visto umanitario già in mano. Dei primi 93 siriani arrivati con un corridoio umanitario - primo caso in Europa - 15 più otto bambini vivono ora in un agriturismo a Campoleone, frazione di Aprilia dove ogni giorno arriva il treno da Roma e passano veloci i ciclisti la domenica. 

Qui da una settimana i 'rumori' di sottofondo sono i versi di struzzi e galline, niente a che vedere con i boati delle bombe. E niente più tende né una casa tutta per sé (per chi l'aveva), ma le camerette con bagno dove dormono in genere i clienti di Casal Damiano. In più la cucina di Sonia, un donnone dalla voce imponente e il condimento ricco che gestisce l'agriturismo insieme ai figli e al marito Damiano. In attesa dei documenti per avviare la richiesta di asilo, studiano italiano, giocano, sperano nel wifi per tenersi in contatto con parenti e amici, cercano lentamente di tornare a una vita senza paura e con un sogno o forse due.

Merito di un progetto nato da un'alleanza inedita tra governo italiano, comunità di Sant'Egidio, Federazione delle chiese evangeliche e Tavola valdese che coinvolgerà in tutto 1000 migranti in due anni. Ed ecumenica è pure la nuova umanità che popola il casale: musulmani per lo più e un gruppetto di cattolici. Proprio come in Siria. I secondi si riconoscono dalla croce tau al collo, dalle donne senza velo e con gli stivali e perché non abituati alla vita in comune. E' il caso di Leen: a Roma ci è arrivata da sola, genitori e fratello sono rimasti a Damasco. C'era soltanto un posto a disposizione, così hanno deciso che fosse la più piccola di casa - 25 anni e gli studi di economia interrotti per la guerra - a giocarsi l'occasione. ''Qui mi manca la famiglia, mi mancano gli amici, le uscite il venerdì sera - racconta - e poi mi manca me stessa com'ero laggiù. Io amo Damasco''.

Ora divide la camera con Mirvat, sguardo biondo da modella e 24 anni da compiere. Ad Aleppo studiava letteratura inglese, era all'ultimo anno di università ma bombe e distruzione non le hanno permesso di continuare. ''Ora voglio riprendere a studiare - dice sicura - Cosa? Non ha troppa importanza, se devo ripetere tanti esami, farò altro ma studierò''. Poi tira fuori un foulard dalla valigia, e in fondo si vede il nastrino rosso della partenza. ''L'ho tenuto per ricordo'', come la foto di lei da piccola che ha sul comodino.

Altra storia e altra tenerezza quella di Dyia, 11 anni e due stampelle per quella gamba che ora non c'è (amputata per via di una bomba) ma presto ci sarà. Dovrà andarsela a prendere a Budrio alle porte di Bologna, sotto forma di protesi. Poi chissà dove potrà arrivare.

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA