Pronti a tutto

La visione, insomma, c’è. Purtroppo per Putin, il tempo - come dicevamo - potrebbe non bastare. Secondo Gabuev, infatti, la Russia è entrata troppo tardi nel mercato energetico cinese perdendo il treno dello sviluppo a due cifre. Il grande piano per il Far East, poi, è pieno zeppo di buone intenzioni ma non fa i conti con la realtà. Ovvero che si tratta di un’area «troppo remota, priva di infrastrutture, dal capitale umano tutto sommato basso eppure molto costoso: la Hundai ha aperto una fabbrica in Siberia ma ha registrato solo perdite».

Sogni, dunque?

Non proprio. «La Siberia - sottolinea Gabuev - è ricca di risorse naturali: non solo gas e petrolio ma anche acqua e quello che viene definito il freddo naturale». Caratteristiche perfette per ospitare i mega centri dati che sostengono la digital economy: elettricità a basso costo - sostenibile, grazie all’idroenergia - e ambienti freschi (gratis) per non infastidire i processori. Un modello di sviluppo che non dispiacerebbe a Graf.

Per quanto riguarda il “muro” europeo, invece, i numeri parlano chiaro: l’interscambio commerciale con la Cina è precipitato del 27,8% nel 2015 attestandosi sui 64,2 miliardi di dollari. E qui sanzioni non ce ne sono. Una bella doccia fredda rispetto al più 6,8% del 2014 - con un turnover totale che sfiorava i 100 miliardi di dollari. La decisione di guardare a oriente, dice Neil Shearing, responsabile del settore mercati emergenti di Capital Economics, sembra dunque sempre più «errata». Questo il ragionamento. Ora che gli Stati Uniti stanno iniziando ad aumentare i tassi d’interesse, il flusso dei capitali si sta spostando verso le economie sviluppate lasciando i mercati emergenti - molti dei quali sono parecchio indebitati - senza linfa vitale.

«Per la Russia si tratta di una pessima notizia: tutte le fiches erano sulla Cina», ha detto al Moscow Times Yevgeny Nadorshin di AFK Sistema, grande conglomerato russo.

Dunque, con un 2016 che si annuncia lacrime e sangue - le previsioni di crescita sono state tagliate da +0,8% a -0,7% e secondo diversi osservatori si tratta di una prima sforbiciata che potrebbe in realtà lasciare il passo a un’altra recessione da 2-3 punti percentuali - e un oriente sempre più senza fiato, l’orgogliosa chiusura nei confronti dell’Europa rischia di trasformarsi in un poderoso boomerang.

Mosca è infatti impegnata in un costosissimo programma di ammodernamento militare e se vuole tenere fede alle promesse servono i quattrini. Tutto non si può avere. E con le entrate in caduta bisogna operare delle scelte dolorose: sulle spese sociali che portano consenso, sui progetti di sviluppo in oriente, sulle infrastrutture e persino sul programma spaziale che tanto lustro porta alla Russia nel mondo.

Ecco allora che, per fare cassa, il governo ha varato un grande piano di privatizzazioni impensabile fino a qualche anno fa e che comprende anche l’argenteria di famiglia. Ovvero gioielli come Rosneft - il colosso degli idrocarburi, in mano allo Stato per il 69,5% - o la stessa Sberbank.

«Dobbiamo essere pronti a tutto», ha detto Putin al suo governo dopo le feste.
Anche al peggio.

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