Europa Dasvidanja

Vladimr Putin ha un debole per Pietro il Grande. E’ cosa risaputa. Il presidente russo si è letto praticamente tutto quello che è stato scritto sullo zar che di fatto ha fondato la Russia moderna. C’è chi vede questa passione come un vizio insalubre - il rischio, insomma, è quello d’immedesimarsi fin troppo.

Eppure, a ben vedere, Putin e Pietro I hanno davvero molto in comune. Intanto di aver preso in mano il Paese in un momento di crisi (e ci fermiamo qui, l’epopea di Pietro è consegnata ai libri di storia, quella di Putin è ancora materia per i semplici cronisti). Ma soprattutto di aver immaginato un percorso. Per quanto opposto. Se lo zar Romanov ha piantato saldamente Mosca e Pietroburgo nel sistema politico-diplomatico europeo, facendo della Russia una potenza, anche culturale, del vecchio mondo, Putin ha invece gettato le basi per la più grande inversione a U della storia: l’integrazione con l’Asia. E dasvidanja, Europa.

La grande manovra inizia con il consolidare ciò che resta dell’impero sovietico, soprattutto a oriente. Così nasce l’Unione Economico Euroasiatica (EEU) - ha appena festeggiato il primo anno di vita - per legare in un trattato economico (e militare) l’Armenia, la Bielorussia, il Kazakistan e il Kirghizistan. Mercato unico, libero movimento di capitali, servizi e persone, politiche comuni sull’energia e l’agricoltura e infine, al termine del percorso, forse pure una moneta comune.

Suona familiare? Bè, lo è. È la contromossa. La risposta - nella visione russa - a un rifiuto dell’Europa a “fare business” insieme e a sostenere invece l’alleato americano nella sua scelta d’ingrandire la Nato verso Est, facendo coincidere così l’allargamento dell’Ue a un interesse geopolitico alieno alla Russia. Che infatti stringe con i paesi dell’EEU anche un trattato militare di mutuo soccorso, una specie di patto di Varsavia 2.0.

Fosse tutto qui, si tratterebbe di ordinaria amministrazione.

Le cose iniziano a farsi molto più interessanti se si aggiunge all’equazione l’attività dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO). Fondata nel lontano 1996 come alleanza tra i paesi duri e puri dell’ex Unione Sovietica e la Cina per risolvere eventuali dispute territoriali dovute al crollo, oggi assume un significato ben più profondo. Se il futuro del mondo, infatti, sta nei blocchi contrapposti, cluster di nazioni sempre più integrate, lo SCO potrebbe divenire - il condizionale è d’obbligo - il ‘polo’ alternativo all’unione euro-atlantica.

I paesi legati dal trattato sono Russia, Cina, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e l’Uzbekistan; ci sono poi le nazioni che hanno lo status di osservatori, ovvero Afghanistan, Bielorussia, Mongolia e Iran; quelle che ne hanno fatto richiesta, Siria e Bangladesh; e quelle che invece hanno lo status di semplici partner (Armenia, Azerbaigian, Cambogia, Nepal, Sri Lanka e Turchia). Un bel pezzo di mondo. In aumento, per giunta. India e Pakistan hanno fatto richiesta di diventare membri a pieno diritto e il loro ingresso verrà formalizzato nel corso dell’anno. L’Iran potrebbe aggiungersi presto. «Credo che, una volta rimosso l’ostacolo delle sanzioni dell’Onu, l’organizzazione rivedrà immediatamente la richiesta avanzata da Teheran di divenire un membro a tutti gli effetti», ha detto recentemente Dmitry Mezentsev, ex presidente dello SCO.

È solo l’ultimo tassello di un puzzle vastissimo dalle enormi (potenziali) ricadute geopolitiche. All’ultimo summit dei capi di governo dei paesi SCO - che si tiene di norma in inverno, mentre quello dei capi di Stato avviene d’estate - il premier russo Dmitri Medvedev ha proposto l'avvio di negoziati per creare una partnership economica basata sui principi di «uguaglianza e di mutuo interesse" tra i paesi dell'Unione Economica Euroasiatica, dello stesso SCO e l'Associazione delle Nazioni del Sudest Asiatico. Che poi è il pallino di Putin. Il presidente russo vede infatti in questa alleanza lo strumento per contrastare l’attivismo degli USA nel pacifico e arginare il TTP appena ratificato. E in questo senso passi avanti ci sono già. L’Indonesia, ad esempio, si è detta interessata a far parte del meccanismo di libero scambio vigente nel blocco euroasiatico.

Un'altra area giudicata come cruciale è la creazione di un sistema di trasporti unificato per i paesi aderenti allo SCO. «Le infrastrutture sono cruciali per lo sviluppo di grandi progetti d'affari", ha detto il premier russo. Musica per le orecchie dei cinesi, che vedono come investimento fondamentale per proteggere i loro interessi nazionali la creazione di una moderna via della seta attraverso l’Asia Centrale. Un nuovo ‘grande gioco’ combattuto questa volta a colpi di ferrovie, gasdotti, oleodotti e centri logistici.

Il paradiso degli ingegneri.

Tanto è vero che la Cina, per bocca del premier Li Keqiang, ha proposto la creazione di una 'free trade area' per i paesi dello SCO. «Abbiamo dato mandato - ha detto - ai ministri dell'Economia e del Commercio di elaborare misure precise per costruire un'area di libero scambio». Perché è questa la posta in palio: una grande zona libera da dazi doganali e burocrazia, ricca di infrastrutture sia hardware che software, per movimentare beni e servizi dal Pacifico alle porte dell’Europa.

Non si tratta però solo di soldi e merci. Nel commentare la pubblicazione della nuova strategia di sicurezza nazionale firmata da Vladimir Putin lo scorso 31 dicembre (quella in cui si stigmatizza la politica di espansione della Nato e il legame sempre più profondo coi paesi asiatici viene definito strategico), Pechino si è detta disponibile a spingere la partnership strategica tra Russia e Cina «a livelli più alti». «Insieme sosterremo la comunità internazionale a a sviluppare un nuovo modello di relazioni internazionali basata sulla cooperazione sostenibile così da salvaguardare la pace mondiale e la stabilità». Detto fuori dal diplomatichese: un nuovo ordine mondiale.

Ma è davvero fattibile?

Alexander Gabuev, esperto dei rapporti sino-russi del Carnagie Institute di Mosca, è scettico. «L’ambizione - dice - ad essere un polo internazionale c’è ma lo SCO è un’organizzazione essenzialmente disfunzionale, che non è riuscita a creare degli strumenti utili per lo sviluppo comune degli stati membri. E l’ingresso di India e Pakistan, due arci-nemici che non riescono a mettersi d’accordo nemmeno sulle partite di cricket, la renderà ancora più caotica. Inoltre, i tentativi d’integrazione economica avanzati dalla Cina, sia nel campo dello sviluppo, delle istituzioni finanziarie o del libero scambio, sono stati bloccati dalla Russia per il timore che Pechino possa accrescere la propria influenza nell’Asia centrale, che Mosca considera di sua competenza».

A ben vedere, poi, nemmeno l’Unione Euroasiatica gode di ottima salute. «La struttura delle economie degli stati dell’EEU - continua Gabuev - è diversa per ognuno degli stati membri: se la Russia e il Kazakistan hanno punti in comune, la Bielorussia e l’Armenia sono del tutto diverse. A questo si aggiunge il fatto che molti settori dell’economia, come il petrolio e il gas naturale, sono esclusi dalla cooperazione euroasiatica: fattore molto strano, visto che la Russia è un grande produttore, e nessuno riesce a capire fino in fondo il perché di questa scelta». Il protezionismo gioca dunque ancora un ruolo di primo piano e l’opzione orientale, per quanto suggestiva, ha dei rischi. Uno su tutti: restare schiacciati dal peso del dragone cinese.

«Il rapporto fra Russia e Cina è di grande beneficio per il Paese ma la Cina è in una posizione molto più forte e ne trae i maggiori vantaggi», sottolinea Gabuev. «D’altra parte, nessuna relazione è simmetrica: se la Cina non avesse ingaggiato un dialogo con gli Stati Uniti quando era ancora l’anello debole della catena non sarebbe mai arrivata al livello di sviluppo di oggi». Mosca, insomma, dovrebbe mettere da parte il suo complesso di superiorità e - se vuole davvero puntare sull’oriente - cedere alle avances cinesi. E forse il male non viene sempre per nuocere. Se la Russia, infatti, si dibatte nella crisi delle materie prime, la Cina è alle prese con lo slowdown e la tempesta dei mercati finanziari: due debolezze che potrebbero spingere i due nemici-amici a una maggior flessibilità. Nel prossimo vertice dei capi di Stato dello SCO - in programma a Tashkent - si capirà forse quanta “ciccia” c’è davvero nei proclami di quest’anno.

Detto questo, l’accordo madre - l’architrave su cui poggia tutta la strategia orientale del Cremlino - (per adesso) procede. Il patto del gas firmato nel 2014 tra Russia e Cina - un contratto da 400 miliardi di dollari - regge e i lavori sul ramo orientale del gasdotto Power of Siberia sono iniziati. Una volta chiusi i cantieri - si parla del 2019 - circa 38 miliardi di metri cubi l’anno di gas verranno pompati verso il dragone. Molti, ma non certo abbastanza per raggiungere i volumi delle esportazioni europee (solo il Nord Stream, una volta completato il secondo troncone, ne potrà trasportare 55 miliardi di metri cubi). Per diventare davvero un’alternativa all’Europa, la Cina dovrebbe onorare fino in fondo il contratto del 2014, che prevede forniture annue fino a 68 miliardi di metri cubi l’anno. Ma in quel caso servirebbe un secondo gasdotto - la via occidentale, che passa attraverso la regione dell’Altai. Il progetto c’è, ma è al momento sospeso: Pechino si è resa conto che non ha bisogno di tutto quel gas. Medvedev, dal canto suo, si è detto sicuro che in qualche modo un’intesa si troverà e i lavori partiranno presto.

Al momento però sembra whisful thinking.
Un desiderio, niente più.

Putin, ad ogni modo, a est si dà un gran daffare anche in casa propria - ovvero in quello sterminato angolo di mondo che è l’Estremo Oriente russo. La crescita, per quanto modesta, viene proprio da qui. E il Cremlino, per sostenerla, ha appena varato un masterplan molto dettagliato. «Lo sviluppo dei territori orientali è una priorità nazionale del XXI secolo», ha detto Putin durante la conferenza stampa di fine anno.

Qui lo zar sembra fare davvero sul serio.

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