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Fintech e risparmio: perché il futuro dell’industria è dei robot

A guardare bene il FinTech è più temuto che amato dentro l’industria del risparmio gestito. Eppure il 2018 sembra aprirsi sotto il segno delle tecnologie digitali che ormai stanno prendendo il sopravvento anche nel mondo della finanza: la bolla dei Bitcoin ne è un esempio. Ma non è l’unico. Operatori e regolatori, per farne un altro, da anni sono alle prese con gli algoritmi, un discorso però spesso relegato nell’ambito della tecnologia “blockchain” e dei “robo-advisor”, le piattaforme web in grado di consigliare e costruire in via automatica, sulla base delle informazioni fornite dagli utenti, un portafoglio investimenti. I robot però sembrano saperci fare e dalla parte bassa della filiera dell’industria del risparmio gestito stanno risalendo verso quella alta, dove regnano le case prodotto.

Non è solo una questione di utilizzo dei cosiddetti “Big Data” (la capacità di mettere assieme ed elaborare un’enorme quantità di dati strutturati, come le statistiche, e non strutturati, come quelli reperibili sul web), il cui utilizzo è entrato all’interno del processo di investimento adottato dalle più grandi case di investimento. Ad esempio, BlackRock è stato uno dei primi colossi del settore ad adottare l’Intelligenza Artificiale (IA) per l’analisi dei mercati e la ricerca di soluzioni di investimento con la piattaforma Aladdin: è un acronimo che sta per “Asset liability and debt derivatives investment network” e che secondo The Economist avrebbe la colpa di aver uniformizzato il comportamento degli investitori sul mercato. È utilizzata, infatti, per le scelte di investimento da 85 clienti istituzionali del colosso dei fondi (tra cui Deutsche AM e Schroders) a cui fanno capo 20 trilioni di dollari.



E non è la sola. Il rivale SimCorp, che fornisce una piattaforma analoga, arriva a movimentare 19 trilioni di dollari; è stata scelta da Generali Investments, Aegon AM, AXA IM e UBS Global AM. Aladdin e i suoi simili sono comunque adoperati da essere umani, analisti, strategist e fund manager. Negli ultimi mesi, invece, si è andati addirittura oltre: i fondi gestiti dalle sole macchine. È il caso di due etf lanciati nel Nord America lo scorso autunno. Il primo è AI Powered Equity Etf. Grazie a un sistema sviluppato da Ibm di IA (detto Watson), questo etf è in grado di processare in tempo reale e senza interruzione i Big Data su 6.000 titoli USA, effettuando operazioni complesse di analisi tecnica e fondamentale, correlazioni, news e sondando dati non strutturati, come le conversazioni sui social media. In questo modo il replicante “robotizzato” è in grado di scovare da 30 a 70 azioni sottovalutate con un turnover alto (circa il 2-3% giornaliero del portafoglio).

L’altro etf che utilizza l’IA al posto del gestore “umano” - nel caso dei fondi passivi faceva già poco: il processo di selezione dei titoli è compreso nell’indice che si decide di replicare - è il canadese Horizons Active A.I. Global Equity Etf. È un etf di etf e investe in un paniere di indici (tra i 20 e i 50) considerando gli strumenti classici dell’analisi tecnica: medie mobili, volatilità e indicatori sui flussi di cassa. Si avvale di un modello messo a disposizione da Qraft Technologies, una società fintech sudcoreana, e il portafoglio è ribilanciato ogni mese.

Sono due esempi, quelli provenienti dal Nord America, che mostrano come il FinTech, almeno dall’altra parte dell’Oceano, stia correndo a velocità inaspettate. Diverso il discorso sui robo-advisor, una tecnologia che ormai ha preso piede nel Vecchio Continente e, a passi da lumaca, persino in Italia. Un recente studio di Deloitte (“Asset Management In Italy: A Snapshot In An Evolutive Context”, maggio 2017) mostra come i casi degni di nota da noi siano per ora solo due: MoneyFarm, che si è espanso anche nel Regno Unito e di recente ha inaugurato l’utilizzo delle chatbot (Ernst), un personal banker alimentato dall’IA che è in grado di interagire con l’utente tramite Facebook Messenger; e Yellow Advice, il robo-advisor sviluppato da CheBanca! (gruppo Mediobanca). Lungo la Penisola il FinTech, tuttavia, non è solo la nuova frontiera della inclusione finanziaria, ma rappresenta anche la nuova sfida per la Vigilanza.



La Consob, come dichiarato nel Piano Strategico 2016-2018, intende misurarsi con il tema della disintermediazione dei servizi finanziari “per accrescere la comprensione del fenomeno, monitorarlo” e promuovere, nel caso, nuove iniziative. Lo ha ricordato Anna Genovese - commissario fino allo scorso 15 dicembre, quando ha assunto il ruolo di presidente vicario della Commissione in sostituzione di Giuseppe Vegas, prima della nomina di Mario Nava avvenuta il 22 dicembre - nel suo intervento alla presentazione della Relazione annuale di OCF lo scorso 6 luglio a Roma.

Genovese ha invitato a “considerare i potenziali benefici che, in termini di riduzione dei costi del servizio e più ampia fruizione del medesimo, essa potrebbe comportare”, ma ha anche criticato l’eccessiva enfasi posta da taluni sulla presunta “democratizzazione” del FinTech nell’accesso ai prodotti finanziari e ai servizi di consulenza: vi è “la possibilità di rischi derivanti dalla diffusione di un fenomeno largamente non regolato e compiutamente esplorato, del quale già si intravedono i prodromi”. Il cliente potrebbe, infatti, riscontrare difficoltà nel comprendere le informazioni che sono rese da un servizio automatizzato o non valutare adeguatamente come le proprie risposte sono processate dall’algoritmo. Potrebbe non avere percezione degli effettivi costi del servizio automatizzato o subire addirittura le conseguenze di errori tecnici e di attacchi informatici.

Non solo. Giovanni Pitruzzella, presidente dell’Antitrust, in una recente audizione alla Camera (22 novembre) ha puntato il dito contro “la disintermediazione che il web determina, e la perdita dell’elemento fiduciario implicito nella componente di servizio umana” che “possono sottoporre i consumatori al rischio di insufficiente comprensione delle caratteristiche dei prodotti e servizi offerti, oltre a fornire occasione per la fornitura di prestazioni non richieste”. Certo, le nuove tecnologie non vanno demonizzate. È indubitabile, tuttavia, che rappresentino una sfida non solo per i Regolatori, ma anche e soprattutto per gli attuali operatori presenti sul mercato. McKinsey & Co. (“Retail Banking Insight”, aprile 2017) stima che nel prossimo decennio, con l’espansione in tutti i segmenti di mercato, le società FinTech potrebbero erodere il 60% dei profitti che le banche ottengono dalle attività al dettaglio. Ma forse chi grida alla nefasta invasione dei robot vede solo un lato della medaglia.

Lo scenario più credibile, infatti, sembra quello prospettato da Accenture (“In The Era Of Hybrid Advice”, aprile 2017) in un recente studio che prova a disegnare un futuro di convivenza e “collaborazione” tra robot e professionisti. Del resto sono i clienti stessi a chiedere un “modello ibrido” in grado di combinare le possibilità offerte dal digitale con la sensibilità umana. Come? Nel modo, forse, più semplice: piattaforme di consulenza automatica con possibilità di contattare periodicamente un consulente in carne ed ossa nel caso di esigenze più complesse. Alla stessa maniera non è difficile immaginare uno scenario simile nelle case prodotto, dove l’IA si sposerà con la discrezionalità dei gestori “umani” per far fronte agli scenari di mercato più difficili.


Articolo di Massimo Morici, pubblicato sul numero di gennaio 2018 di ADVISOR.

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