Nafta e Cina, ecco perché Trump giocherò duro

Mulloy, serve una svolta, in gioco futuro dell'economia Usa

Una profonda revisione del Nafta, il Trattato di libero scambio con Messico e Canada, e una svolta nell'atteggiamento degli Usa nei confronti della Cina rappresentano l'ultima chance per salvare l'industria Usa e fermare il disastro che sta falcidiando i lavoratori da decenni.

E poco importa se assieme al braccio di ferro con il Canada, con la clamorosa imposizione di ulteriori dazi su Bombardier, e alla minaccia di ritiro dal Nafta - il trattato di libero commercio nordamericano - appare l'ennesimo palcoscenico nel quale Trump sembra deliberatamente muoversi come un elefante in una cristalleria: "è arrivato il momento di muoversi, così come sono oggi le cose non vanno per gli Usa". Anche con la Cina, cui il capo negoziatore Usa, Bob Lighthizer, dà battaglia sul furto di proprietà intellettuale, sul modo in cui Pechino si impadronisce delle tecnologie americane (secondo gli Usa).

A parlare è Patrick Mulloy, un'autorità del Commercio estero internazionale, oggi consulente di alto livello e membro della Coalition for a Prosperous America. Al lavoro sul Nafta fin dal 1988, quando dalla Commissione affari bancari del Senato Usa seguì il negoziato in prima persona per Bush senior e poi Bill Clinton, Mulloy avvertì il Presidente democratico che quello che stava per firmare "più che un trattato di libero scambio era un trattato d'investimenti".

Spiegammo alla Casa Bianca - racconta in un'intervista all'ANSA da Washington - "che avrebbe creato pressione al ribasso sui salari dei nostri lavoratori portando le compagnie americane a investire in Messico e riesportare negli Usa, creando così un deficit commerciale".

Interprete di una posizione realistica di molti a Washington, Mulloy è convinto che la battaglia di Trump vada combattuta fino in fondo. "Avevamo ragione. Dal 1993, anno di approvazione del Nafta, "abbiamo accumulato qualcosa come 900 miliardi di dollari di deficit commerciale verso il Messico".

La Casa Bianca non si è mai mossa, nemmeno con Obama dopo che sia lui sia la sfidante Hillary Clinton avevano fatto di una revisione del Nafta un cavallo di battaglia alle primarie nel 2008. Naturale che Trump - spiega al telefono Mulloy da osservatore privilegiato al Dipartimento del commercio (1998-2001 per poi tornarvi in questi giorni) e alla U.S.-China economic and Security Review Commission (2001-2011) - ci abbia puntato, stravincendo in Stati deindustrializzati come Ohio e Pennsylvania.

Si punta a concludere entro gli inizi del 2018, con nodi da sciogliere politicamente incandescenti. In ballo, spiega Mulloy, ci sono non piccole modifiche, ma cambiamenti radicali: Washington - spiega Mulloy - deve prendere di petto le svalutazioni mirate (il dollaro risente di una rivalutazione di ben il 20% sul peso); strappare l'impegno a ridurre gli squilibri bilaterali che contribuiscono al deficit commerciale Usa; dare una stretta alle 'rules of origin', (secondo le indiscrezioni la Casa Bianca è decisa a chiedere che il nuovo Nafta preveda un requisito di almeno il 50% di produzione americana per le auto e le componenti automobilistiche, e che il valore della produzione in quota Nafta sia aumentato dal 62,5% attuale all'85%).

Misure cui daranno battaglia i produttori, anche americani, terrorizzati dall'idea di rinunciare ai risparmi di costo creati dalla globalizzazione.

La battaglia è durissima anche a livello interno. Lighthizer "è molto sofisticato, conosce il commercio ed è molto attento ai lavoratori americani, ne ho un'alta considerazione", dice Mulloy. Ma "il processo prevede un confronto con varie agenzie", dice Mulloy.

Con Gil Kaplan, di fresca nomina a sottosegretario al Commercio, Peter Navarro (consigliere di Trump) e Wilbur Ross, il segretario al Commercio, Lighthizer ha un'ottima squadra. Ma dovrà vedersela con il modo di pensare più "globalista" di Gary Cohn, capo dei consiglieri economici di Trump, e con il dipartimento del Tesoro e quello di Stato, dove albergano punti di vista differenti.  

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