'Sulla Cina evitata rottura clamorosa con Usa'

Forchielli, rischio era ondata dumping, specie per Italia

Alla fine è toccato al Parlamento europeo dare quello schiaffo alla Cina che i governi, per convenienze interne, non si sentivano di dare singolarmente e sui cui la Commissione europea aveva posizioni ambigue. Una mossa - lo "smacco notevole" inflitto oggi a Pechino con il voto contrario alla concessione dello status di economia di mercato deciso oggi da Strasburgo - che ha colto di sorpresa molti anche negli Usa (in molti "non sapevano nemmeno che esistesse, il Parlamento europeo"). E che evita una "rottura clamorosa" con la prossima amministrazione americana: che, comunque vadano le elezioni a novembre, si prepara a una svolta 'populistica' di difesa rampante degli interessi economici nazionali anche contro la Cina.

A parlare è Alberto Forchielli, economista e amministratore delegato e partner fondatore di Mandarin, un fondo di private equity che agisce in uno snodo cruciale, punto di riferimento per le medie imprese europee che cercano partner commerciali e industriali cinesi. Al telefono con l'ANSA mentre è in Italia dopo alcune settimane negli Usa, Forchielli non usa mezzi termini: "i Paesi europei erano timidi e non si esprimevano chiaramente, la Commissione Ue appariva orientata al 'sì' alla Cina che avrebbe invaso l'Europa della sua enorme sovrapproduzione non solo sull'acciaio, ma sulla ceramica, sul vetro, sulle componenti, l'auto, le biciclette, di tutto. Con fra l'altro potenti effetti deflazionistici e un'ulteriore freno agli investimenti".

Un sì che avrebbe avuto l'Italia fra le vittime più illustri. Sull'acciaio "i buoi sono ormai fuori dalla stalla, è un settore già decimato. Ma l'Italia con la Germania sarebbe stato la più colpita, specie nel settore delle ceramiche, e al primo posto nella conta dei danni sull'occupazione". "Il clima in America è pessimo - racconta Forchielli dopo una raffica di incontri istituzionali negli Usa - si comincia a considerare l'Europa un'area su cui non vale la pena spendersi troppo. Il minimo, da parte dell'Ue, era non gettare sabbia negli occhi di Washington concedendo alla Cina lo status di economia di mercato. Tutti sanno che i danni sul fronte siderurgico, del resto, sono solo la punta di un iceberg".

L'Europa, insomma, ha fiutato il cambio di vento dall'altra parte dell'Atlantico, dove persino la più moderata Clinton erige barricate sulla liberalizzazione commerciale trans-atlantica (Ttip) e sul partenariato trans-Pacifico (Tpp) e dove si minaccia una futura massiccia svalutazione del dollaro: per la prima volta in decenni si parla addirittura - spiega Forchielli - di interventi diretti sul mercato dei cambi vendendo dollari e comprando valuta estera. Lo status di economia di mercato darebbe alla Cina la facoltà di vedersi rimuovere i dazi su un export che in molti accusano essere foraggiato da un corposo dumping fatto di aiuti pubblici più o meno trasparenti. Inevitabile che nella partita, enorme, fra Europa e Usa sui rapporti con la Cina Washington avrebbe fatto "enormi pressioni", spiega Forchielli. Facendo leva anche su altri nodi aperti in un momento di grande debolezza Europa, a partire dall'impegno della Nato sull'Est Europa, sul Medio Oriente, sulla Libia dove a Washington tira aria di disimpegno.

A questo punto, dopo il voto "coraggioso" dell'Europarlamento, cosa succede? a detta di Forchielli "non si potrà non tener conto di questo voto. La Commissione Ue (chiamata ad esprimersi entro l'estate, ma la parola finale spetta al Consiglio Ue) dovrà fare marcia indietro", si fa impensabile anche un compromesso che avrebbe concesso alla Cina l'ambito status con una rimozione graduale dei dazi. Pechino, che rivendica una promozione automatica dopo l'11 dicembre prossimo in virtù del suo protocollo di accesso all'Organizzazione mondiale del commercio, probabilmente farà ricorso al Wto aprendo una battaglia legale. Ma alla fine dovrà far buon viso a cattivo gioco: la sua minaccia sul fronte dei cambi potrebbe scontrarsi con altrettanta aggressività degli Usa e deve fare i conti con la catastrofe che deriverebbe all'economia dalla "massiccia fuga di capitali" che Washington sarebbe in grado di innescare. E del resto - conclude ironico l'italiano attivo in Cina da decenni - "a Pechino il 99% del problema è che dell'esito della partita non venga a conoscenza il cinese medio, e così sarà".

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