Quanto ci riguarda la banalità di Eichmann

Massini immagina un colloqui tra la SS e Hannah Arendt

(di Paolo Petroni) (ANSA) - ROMA, 26 GEN - STEFANO MASSINI, ''EICHMANN, DOVE INIZIA LA NOTTE'' (FANDANGO, pp. 114 - 12,00 euro).
    ''Quando fa buio il cielo cambia colore tutto quanto, i tuoi occhi non possono fermarlo.Non potranno mai'', risponde il padre a Hannah Arendt bambina, che gli chiede dove inizia la notte. E' la metafora con cui si chiude questo terribile dialogo immaginato e scritto da Stefano Massini con tutta la sua abilità teatrale, tra la filosofa e storica tedesca ebrea e Adolf Heichmann, il gerarca delle SS che pianificò e organizzò materialmente la deportazione e lo sterminio di milioni di ebrei, al processo del quale assistette, dopo che questi fu rapito in Argentina, dove viveva sotto mentite spoglie, e portato in Israele.
    Come al processo anche in questo dialogo Heicmann racconta con distacco i momenti salienti della persecuzione, della ''evacuazione'' degli ebrei e della ''soluzione finale'', storie terribili, come la scelta tra l'uso ''meno spietato'' del gas e le truci, truculente fucilazioni di massa.
    Allora la Arendt scrisse il suo saggio su quell'esperienza intitolandolo ''La banalità del male'', perché vide in Heicmann il burocrate puro che fa meglio che può per guadagnarsi meriti e essere lodato e promosso, non un perverso sadico, ma un ottimo capo organizzatore che aveva un certo distacco da quel che faceva, forse non rendendosi mai conto fino in fondo del male assoluto che aveva permesso si realizzasse.
    In questo colloquio, che vive della perizia, il ritmo, la forza della scrittura di Massini, che ai documenti del processo e agli scritti della Arendt si ispira, il gerarca risponde alla filosofa, le racconta la propria storia, in cui lei cerca di capire quale è il momento in cui inizia la notte, in cui nasce e prende corpo il male. Lui racconta quanto anzi fece, specie sino a un certo punto, per evitare il peggio, per evitare le uccisioni di massa, per mandare molti nelle fabbriche invece che nei campi, dove comunque ne morivano due su tre sfruttati, e così via, e come lui non avesse direttamente mai ucciso qualcuno (anzi aveva orrore per la morte, anche degli animali) e come lavorasse in una gigantesca macchina ineluttabilmente ormai messa in moto, dove, se si fosse fermato, qualcun'altro avrebbe subito preso il suo posto. Riferisce, per esempio, della volta che dirottò un treno diretto a Auschwitz su Lodz, dove esisteva un ghetto e non c'era sterminio, e fu aspramente rimproverato e costretto a scusarsi con Himmler, dopo di che non prese più iniziative e si limitò sempre solo a eseguire gli ordini: ''L'unico onore è non tradire mai'' e '' fare quello che va fatto''.
    Così l'SS accusa la Arendt di avere visto tutto e giudicato da lontano, camminando per i prati di un college di Boston, mentre essere là, nei campi era tutto diverso: ''Lei non può pensare che vivere e morire siano la stessa cosa per chi cammina sull'orlo di un baratro.... mentre tutti muoiono si è disposti a far tutto pur di vivere''. Le parla dell'indifferenza di Dio o della Natura, come la si voglia chiamare, della natura dell'uomo, delle circostanze.
    ''Siccome non mi avete chiuso in un treno e non ho rischiato di morire col gas - replica lei - allora non ho neanche diritto di capire? Io lo devo a quella gente.... devo capire per loro, perché almeno abbia un senso''. E' non c'è un vero senso in tutto quello che ha riguardato, giorno dopo giorno, l'olocausto, tranne il fatto che a compierlo erano uomini normali che svolgevano il proprio lavoro e eseguivano degli ordini superiori, uomini come ognuno di noi. Ed è solo questo, alla fine di un tale intenso dialogo, il senso su cui ognuno deve riflettere, per evitare che il male possa prendere forma per colpa delle circostanze e della miseria umana. (ANSA).
   

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