Fois, Pietro e Paolo in guerra e pace

Un teso, limpido racconto epico di uomini (sardi) esemplari

 (ANSA) - ROMA, 7 OTT - MARCELLO FOIS, ''PIETRO E PAOLO'' (EINAUDI, pp. 148 - 17,50 euro).
    Il ritmo del racconto procede spedito e ben ritmato come la camminata in una fredda mattinata di Pietro Carta da Lollove a Nuoro ''che voleva essere una città''. E' un andare incontro al proprio destino, forse alla propria morte, per tener fede a un giuramento di amicizia e arrivare a una resa dei conti, occhi negli occhi, con Paolo Mannoni. Ed ecco che i capitoli sono numerati dal 16 allo 0 in una sorta di conto alla rovescia, durante il quale torna tutto il passato e il rapporto tra i due coetanei da quando erano bambini inseparabili, alla guerra e la vita che li ha divisi, nonostante il voto, l'augurio segreto fatto adolescenti da ognuno davanti alla bara dell'amica e amata Lucia Pirisi, che l'uno non ha mai rivelato all'altro e che scopriremo solo alla fine.
    Il tutto coinvolgente perché narrato con una scrittura nitida, limpida come l'aria del mattino in cui viaggia Pietro, e una costruzione ben congegnata, una valenza mitica con qualcosa di letterario di troppo o la digressione sul miracolo di Fatima, che certo è metafora di illusioni e demistificazioni, ma troppo lunga e che può spezzare quella tensione, quel tono epico del rapporto dell'uomo con la vita, la natura e la storia, sarda in particolare, di cui Fois è maestro e basterebbe ricordare il bellissimo ''La memoria del vuoto'', oltre alla trilogia della famiglia Chironi. E allora anche in queste pagine, al di là o grazie al fascino del racconto, alla fine, affiora una qualche verità sull'essere uomini e l'impegno e il mistero dello stare al mondo.
    Pietro e Paolo, nomi ovviamente non scelti a caso, sono il povero e il ricco, ambedue nati nel 1899, uno figlio del padrone che ha accumulato soldi, partendo dal pecorino, con speculazioni e anche qualche usura, e l'altro del contadino acquistato assieme alla terra e tollerato perché la coltiva, ma cresciuti assieme col primo, forte e vitale, spesso ospite, sotto l'occhio vigile e arrogante della governante Annica, a casa dell'altro, più fragile, bella testa e buon lettore. Tanto che quando Paolo sarà richiamato dopo Caporetto in guerra senza che il padre riesca a farlo riformare, questi chiederà a Pietro, per debito di riconoscenza, di arruolarsi volontario giurando di stargli sempre vicino e proteggerlo.
    Sempre rimangono però di due mondi diversi, e Paolo non a caso un giorno gli spiega certi aspetti della vita attraverso la funzione dei verbi servili e ausiliari. E così, mentre Pietro ha un assoluto senso dell'onore e fedeltà ai propri impegni sino al sacrificio di sé, l'altro è debole, lo implora di ''non lasciarlo'' e alla prima occasione, sentendosi abbandonato in pericolo, non perderà tempo a capire, prima di denunciarlo dal fronte come fedifrago al padre, che si affretterà a cacciare la sua famiglia dalle proprie terre.
    Al ritorno dalla guerra Pietro scoprirà così che Paolo, creduto morto, è vivo, anche se reso gravemente paralitico da una ferita, e sono morti invece il padre e il fratello di stenti e per la febbre spagnola, mentre la madre Margherita vive mendica al gelo. Il suo destino, il suo senso di giustizia tradito ne fa un uomo senza più fede e fiducia, ribelle col ''demone di determinare le cose'', il quale, con molti soldi fatti rubando e tornando a casa da disertore sbandato, diviene allora mitico e imprendibile bandito. ''A distanza di molti anni, Pietro poteva dire che tutto ciò che aveva vissuto in quel luogo non era stato altro che vita vera, e non, come aveva a lungo creduto, un'apparizione miracolosa o, peggio, un segno del cielo. Il cielo non lascia segni. Semmai sono gli uomini che lasciano segni nel cielo''. Così sa che probabilmente, un anno dopo il ritorno, nel 1920, gli costerà la vita accettare l'invito di Paolo a Nuoro, dove gli viene preparata una imboscata per farlo arrestare. Al ritorno dalla guerra Pietro scoprirà così che Paolo, creduto morto, è vivo, anche se reso gravemente paralitico da una ferita, e sono morti invece il padre e il fratello di stenti e per la febbre spagnola, mentre la madre Margherita vive mendica al gelo. Il suo destino, il suo senso di giustizia tradito ne fa un uomo senza più fede e fiducia, ribelle col ''demone di determinare le cose'', il quale, con molti soldi fatti rubando e tornando a casa da disertore sbandato, diviene allora mitico e imprendibile bandito. ''A distanza di molti anni, Pietro poteva dire che tutto ciò che aveva vissuto in quel luogo non era stato altro che vita vera, e non, come aveva a lungo creduto, un'apparizione miracolosa o, peggio, un segno del cielo. Il cielo non lascia segni. Semmai sono gli uomini che lasciano segni nel cielo''. Così sa che probabilmente, un anno dopo il ritorno, nel 1920, gli costerà la vita accettare l'invito di Paolo a Nuoro, dove gli viene preparata una imboscata per farlo arrestare.
   

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