Bodrožić, Hotel Tito

Echi della guerra jugoslava negli occhi di una ragazzina

 IVANA BODROZIC, HOTEL TITO (Sellerio, pp.184, 15 Euro). E' solo una ragazzina, ha fame di vita, di vedere e toccare, di scoprire il mondo ma soprattutto di metterci al centro se stessa, rivendicando il diritto di esprimere la propria personalità e conquistare i suoi sogni per essere felice. Eccola la piccola protagonista di "Hotel Tito", interessante romanzo autobiografico di Ivana Bodroži? (edito da Sellerio, con la traduzione dal croato di Estera Mio?i?), mentre, con la mente affollata di domande, cerca di vivere una vita che normale non sarà più e osserva da lontano il conflitto che dilania la sua terra. Il libro è ambientato nel 1991 e racconta la storia di una bambina, mandata dai genitori in vacanza con il fratello maggiore perché nella sua città, Vukovar, al confine tra Croazia e Serbia, sta arrivando la guerra. Ben presto i ragazzi sono raggiunti dalla mamma: il padre invece no, resta in città, a combattere. Non lo rivedranno mai più, ma, nel dolore, ne malediranno l'assenza: perché quando la situazione si aggrava la vita della bambina, del fratello e della madre si trasforma in esilio. Un esilio che durerà anni, senza certezze, con pochissimi soldi in tasca, senza una casa vera, vissuto gomito a gomito in una stanza dell'Hotel Zagorje, un albergo costruito a Kumrovec, città natale di Tito, sede negli anni '70 della Scuola del Partito Comunista, da loro ribattezzato "Hotel Tito". La loro vita sembra andare avanti lentissima, tra mille umiliazioni, cercando di conservare una dignità strappata: in realtà il tempo scorre, e gli anni passano, come dimostra il racconto della bambina. che si sta trasformando in una giovane donna. Bodroži?, nata a Vukovar nel 1982 dove ha vissuto fino all'inizio della guerra nel 1991 (quando poi, come la protagonista del libro, è stata sfollata in un albergo a Kumrovec con la sua famiglia), con questo romanzo, tradotto in dieci Paesi, ha vinto il Prix Ulysse come migliore opera prima, mostrando la sua vocazione letteraria, e con essa la capacità di parlare di sé allargando lo sguardo per includervi quello di tutti i profughi del mondo. L'approccio dell'autrice croata è chiaro: nessun racconto della guerra, di cui arrivano solo echi lontani; nessuna immagine di violenza, nessuna concessione al sensazionalismo della tragedia. Ma il dramma c'è, ed è profondo, perché il punto di vista adottato è quello dei profughi, di chi ha avuto salva la vita, mentre tanti altri l'hanno persa, e nonostante questo non riesce a essere felice. Non per ingratitudine, semplicemente perché non può esserlo, visto che la guerra è riuscita a provocare ferite profonde, non nella carne, di certo nell'anima. E' come se Bodroži? mescolasse alle sue parole, che la protagonista pronuncia in prima persona, i visi dimenticati delle migliaia di persone alle quali un conflitto fratricida, violento e crudele, ha tolto tutto e a cui ha chiesto di diventare altro, di rinunciare a ciò che un tempo erano state.
    Nelle pagine di Hotel Tito trovano voce le speranze disilluse di chi ha vissuto sulla propria pelle le privazioni della guerra: magari senza subire la violenza diretta, ma quella subdola, che arriva a corrodere il quotidiano eliminando dall'orizzonte la speranza. Ecco perché il libro colpisce, e lo fa soprattutto con il non detto, chiarissimo, espresso dalla bambina croata in questa sorta di diario, una confessione fiume nel passaggio delicato e fragile tra infanzia e adolescenza. Lo sguardo della bambina protagonista è probabilmente lo stesso che aveva l'autrice, chissà: di certo è carico di verità e sconcerto, sa essere lieve e ingenuo, divertito e tragico, spietato e disincantato. Forse ha perso l'innocenza, mentre si posa sulle cose sentendo il peso dell'assenza di ciò che mai più tornerà.
   

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