Tradurre la Shoah nella Germania 1963

un romanzo sulla generazione che scoprì il passato dei genitori

(di Paolo Petroni) (ANSA) - ROMA, 27 GIU - ANNETTE HESS, ''L'INTERPRETE'' (NERI POZZA, pp. 316 - 18,00 euro - traduzione diChiara Ujka).
    Ecco un bel romanzo che ci racconta una storia che pare incredibile, affascinante e inquietante, perché è davvero difficile oggi rendersi conto che un'intera nazione e popolo, protagonista di quei fatti, per venti anni, sino al 1963, era riuscita a cancellare orrore e memoria dell'Olocausto. I giovani tedeschi nati alla fine e subito dopo la guerra non ne sapevano e non sospettavano nulla perché nessuno, dopo il processo di Norimberga del 1945-46 ne aveva più fatto parola alcuna. Proprio come accade a Eva Bruhns, protagonista di questa opera narrativa di Annette Hess, che conduce una vita normale in una Francoforte in gran ripresa economica e sta fidanzandosi, lei figlia del proprietario di una trattoria popolare, con Jurgen, figlio di un ricco industriale pioniere del commercio per posta.
    Questo totale, paradossale occultamento era stato il soggetto tre anni fa de ''Il labirinto del silenzio'' film dell'italo-tedesco Giulio Ricciarelli, sul giovane magistrato che contro tutti aveva indagato e scoperto lui stesso quegli orrori e portato a processo una ventina di ex SS che avevano operato nei lager nazisti della 'Soluzione finale'. Fu l'inizio di un difficile periodo in cui però i tedeschi riuscirono a ripensare e fare i conti col proprio passato, che, piegati dalla sconfitta e dalla distruzione, per ricominciare si erano lasciarti vincere da un'amnesia collettiva. Fin dal 1965 comunque Peter Weiss aveva portato in teatro quel processo con ''L'istruttoria''.
    Eva, che fa occasionalmente la traduttrice dal polacco, viene chiamata quasi per caso a quel processo per far da traduttrice ai testimoni. La prima volta quel che sente raccontare delle camere a gas la cosa è così assurda che non riesce a capire e sbaglia traducendo 'luce' invece di 'gas' e 'illuminati' invece che 'eliminati'. Inizialmente è quindi riluttante, tutti attorno a lei, a cominciare dalla famiglia, le consigliano di lasciar perdere, che è meglio non rinvangare il passato, ma quel che sente e scopre di terribile non riesce a cancellarlo, la sconvolge e le sembra qualcosa su cui non si può soprassedere e accetta l'incarico per bisogno di scoprire e capire, solo dopo anche come un naturale dovere morale di aiutare a far condannare quegli imputati, riconosciuti e confermati colpevoli, che oggi fanno gli agiati professionisti come non avessero alle spalle un passato di sadismo e orrori e per i quali è tutta una montatura.
    La Hess racconta il processo dal punto di vista di una giovane ragazza che non immaginava di avere vicino a sé, nella vita quotidiana, dei mostri. Nella prima parte prevale il racconto del privato di Eva, di sua sorella Annagret, dei genitori, del cagnolino Purzel, nella Germania primi anni '60, tra cene, cinema, divertimenti, l'arrivo in casa di una lavatrice, il lento cambiare dei costumi che vede le donne in prima linea, poi pian piano le cose cambiano. Via via tutto diventa chiaro e incontrovertibile, coi giudici e avvocati si recherà persino a fare un sopraluogo proprio ad Auschwitz, ma questa chiarezza, come è inevitabile, finisce per rendere trasparente il passato di tutti. Sin dall'inizio sappiamo che la madre di Eva vomita quando sente puzza di bruciato e arriveremo a scoprire come mai. Anche i suoi genitori hanno qualcosa da nascondere, essendo stati gestori della mensa delle SS attigua al lager di Aushwitz e ai fumi del famigerati forni. Eva traduce e traduce cose talmente inaudite che comunque le parole non riusciranno a rendere nella loro bruciante verità, anche se cercare di farlo è necessario. Il romanzo è costruito con sapienza e misura, dice tutto con chiarezza ma rendendolo spesso implicito, e ci coinvolge nel vivere quotidiano di Eva in quel mondo che le appare sempre più soffocante, nel suo scoprire che, vicino e lontano, attorno a lei tutti hanno qualcosa da nascondere, eppure continuano ad essere reticenti, timorosi che il processo e la verità sulla Shoah facciano riprecipitare tutto, chiusi e attaccati egoisticamente al po' di benessere e rispettabilità borghese ritrovati. Mentre per vivere bene bisogna che la prima generazione senza colpa riesca a guardare in faccia i propri genitori, a fare i conti con quel mostruoso abisso per poter andare avanti, magari sbandando o andando a chiedere scusa, come fa Eva, alle vittime, quasi per averne paradossalmente ''conforto'', sentirsi sollevata delle colpe che vive anche come sue. E tutto questo pare poi trovare nuova necessità per i lettori di oggi, davanti a certi rigurgiti di violenza razzista, di negazionismo, di democrazia violata.
   

        RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA

        Video ANSA