Un avvincente Hrabal inedito

Grande scrittura affabulatoria ben tradotta da Giuseppe Dierna

(ANSA) - ROMA, 28 MAG - BOHUMIL HRABAL, ''LEZIONE DI BALLO PER ANZIANI E PROGREDITI'' (EINAUDI, pp. 110 - 17,50 euro - Cura e traduzione di Giuseppe Dierna).
    Ecco un vero regalo di primavera: forse l'ultimo libro inedito in italiano di Bohumil Hrabal (1914 - 1997), il grande narratore praghese (e non bisogna dimenticarlo!) proposto da un fine studioso di quel mondo e quella cultura, oltre che amico di Hrabal stesso, Giuseppe Dierna. Sono pagine in cui Hrabal cerca di renderci l'emozione, l'immediatezza, la vivacità del parlato attraverso un testo scritto (e quanto scritto e riscritto per ottenere l'attuale risultato possiamo immaginarlo, ma Dierna ce lo racconta nella sua interessante e ricca Introduzione) in cui si avverte l'eco del parlare e delle storie di quell'umanissimo buon soldato Scvejk, capolavoro di Jaroslav Hasek, che è un po' all'origine di tanta letteratura ceca del Novecento.
    ''Lezione di ballo'' è una sorta di collage di ricordi, di memoria che perde e riacquista continuamente il filo, in un continuo divagare e arricchire fatti e personaggi e riflessioni.
    Un racconto che nasce rivolto a una signorina da sedurre con le parole e che diventa un susseguirsi di ricordi di una mente un po' svagata, un parlare, ovvero scrivere, o meglio trascrivere quel che al protagonista torna in testa e quel che vede attorno a sé nel mondo, al cui centro è comunque Praga. Il punto di forza di queste pagine è quindi un flusso di parole, come dette tutte di un fiato, tanto che non esiste mai alcun punto fermo, ma solo virgole, puntini di sospensione spesso e poco altro, che non si traduce in monologo interiore, ma semmai in monologo esteriore, ovvero legato alla fisicità e realtà, così come la vive il protagonista narrante. E la lettura è possibile senza perdersi per la grande scrittura virtuosistica e chiarissima di Hrabal nel giocare con le vicende, i ritmi, le svolte della narrazione, tra regole e irregolarità di questo maestro di stile della letteratura che nasce dalla vita e acquista sulla pagina dimensioni quotidiane e mitiche assieme.
    Il meraviglioso straparlare di questo calzolaio io narrante vissuto ai tempi dell'Impero, ma che poi farà altri mestieri e finirà pure soldato durante prima guerra mondiale, ci rende con assoluta naturalezza l'assurdo e il paradossale che è nell'esistenza (oltre che nel potere, nella guerra ecc.) con gran allegria e incosciente (ma potrebbe mai essere diversamente?) gioia di vivere e un filo di angoscia che possiamo intuire sotto un tale incessante flusso che evita di fermarsi anche un solo attimo. Il fascino dell'affabulazione si nasconde in un risultato letterario alto e raffinato, tra malinconia e divertimento, tra delusioni e donne sedotte e abbandonate con vitale noncuranza, tra suicidi e morti, tra matrimoni e bevute di birra, principi, cuochi, giovani esuberanti, in un susseguirsi a rotta di collo di coinvolgenti micro storielle come fuochi d'artificio, tra malinconia di fondo e quella comicità di cui il praghese Hrabal è esempio sublime.
    Sappiamo che normalmente solo il tragico viene preso sul serio, ma è nella tragedia del comico che davvero si rivela il nonsenso del mondo e, in Hasek e nel suo narratore inarrestabile, il malessere e il disorientamento dei tempi moderni, del Novecento iniziato con una Grande guerra. Libere associazioni, collegamenti, destrutturazioni e divagazioni che pian piano prendono una loro forza , una intima coerenza nell'apparente incoerenza tra vero e folle, tra riflessioni posate e struggimenti lunatici, mentre ogni cronologia salta. In tutto questo logorroico discorso di un mondo strampalato e poetico assieme, tornano alcuni fantomatici punti di riferimento per l'io narrante: il 'Libro dei sogni' di Anna Navakova e i precetti e consiglio del libretto 'Autoprotezione e igiene sessuale', oltre a quel che dice l'amico poeta Bondy, che permette a Hrabal di fare anche alcune riflessioni sullo scrivere e sulla poesia, che deve far arrabbiare il lettore, perché ''deve ferire, come vi foste dimenticati una lametta nel fazzoletto e soffiandovi il naso ve lo foste tagliuzzato''.(ANSA).
   

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