Cechov tra i forzati in Siberia

Drammaturgo denuncia condizioni nei lager isola di Sachalin

(ANSA) - ROMA, 17 OTT - ANTON CECHOV, ''L'ISOLA DI SACHALIN'' (ADELPHI, pp. 458 - traduzione di Valentina Parisi) - Gli studiosi si sono sempre chiesti cosa mai avesse spinto il poeta del ridicolo e del tragicomico delle illusioni umane, il cantore delle aspirazioni deluse, a fare migliaia di chilometri per andare a vedere e documentare come fossero inumanamente trattati i deportati della Russia zarista nella colonia penale dell'isola di Sachalin all'estremo della Siberia orientale, tra la penisola della Kamchakta e il Giappone. Le risposte sono tante, dalla delusione per come erano stati accolti i suoi ultimi drammi da quella intellighenzia moscovita ''nobile, apatica, fredda, che filosofeggia con indolenza... che è priva di patriottismo, depressa e spenta e si ubriaca con un bicchierino, che frequenta i bordelli da cinquanta copechi, che mugugna ed è sempre contro tutto'' come scriveva a Aleksej Suvorin (29 dicembre 1889), quanto dal desiderio di scrivere un libro che aiutasse le sue aspirazioni accademiche, un resoconto socio-medico-scientifico.

    Basta comunque iniziare le prime pagine per vedere che, accanto a chi vuole documentare con occhio imparziale, c'è lo scrittore che annota e riflette, che tiene un diario curioso e ricco di umanità tutto da leggere dei suoi mille incontri di viaggio tra osti, vetturini e abitanti o funzionari di quella terra estrema. Eccolo così convinto che tra 50 o 100 anni ''il carattere delle nostre pene'' desterà lo stesso imbarazzo che oggi ''destano in noi lo strappare le narici o tagliare un dito'', pronto insomma a denunciare l'orrore di quelle vite e di come vengono trattate, di quanto vengono fatte lavorare e a ospitate in tuguri e di quanto male vengano nutrite, con cibi e pani avariati e senza alcuna possibile qualità.

    Questo per non parlare delle punizioni aspre, dalla condanna a morte alle fustigazioni con decine e decine di colpi (fino a trenta ne può comminare un funzionario di basso grado, molte di più man mano che si sale nella scala gerarchica. E poi ''il direttore della prigione... nutre sfortunatamente un'insana passione per la frusta''): tanto che sembra Cechov si senta impotente a riferirle davvero in un libro, a parole, viste le cose terribili cui assiste tenendo a parte le proprie emozioni tra pietà e rabbia impotente.

    Naturalmente il viaggio fu osteggiato dalle autorità e quindi reso ancor più difficile, tanto che a conclusione, prima di tornare, scrive sempre a Suvorin, ''mi sembra di avere visto tutto, ogni singola pagliuzza. E se mi fosse sfuggito l'elefante?'', come riferisce Valentina Parisi in una sua bella postfazione, come se Cechov sentisse che qualsiasi resoconto non cogliesse poi il nodo vero, il nucleo nascosto e centrale di qualcosa che andava oltre l'immaginabile. Allora ecco il colpo d'artista, con la descrizione che finisce e potrebbe continuare ancora con chissà quanti particolari e viene come sostituita dai dati sulla mortalità tra i carcerati e le regole del sistema sanitario, relativamente moderne e che si è appena letto quanto appaiano surreali e inesistenti a Sachalin. Un libro coinvolgente, da leggere anche come testimonianza di quale potrebbe essere anche oggi, che pare dimenticato, l'impegno di un artista e un intellettuale davanti alle ingiustizie e discrepanze del mondo in cui viviamo.
   

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