Poema in prosa su fine di Mandel'stam

Poeta russo colto poco prima di morire in gulag da Khoury-Ghata

(ANSA) - ROMA, 15 MAG - VENUS KHOURY-GHATA, ''GLI ULTIMI GIORNI DI MANDEL'STAM'' (GUANDA, pp. 132 - 13,00 euro - Traduzione di Laura Bosio).
    Un libro particolare, dalla scrittura intensa in cui si è subito coinvolti grazie a una prosa che ha la forza della poesia, tanto che questo breve romanzo appare quasi come un poema in prosa appunto, visionario e realistico assieme nel ricostruire la fine in un gulag siberiano nella Russia di Stalin e, come a ritroso, la vita di uno dei grandi poeti del Novecento, Osip Madel'stam. La pgina, tutta frasi brevi, e con continui a capo, sembra appunto composta di versi. A scriverlo è una narratrice e non a caso poetessa francese di origini libanesi (premio Goncourt per i suoi versi nel 2011).
    Non c'era del resto altro mezzo per far rivivere almeno un po' di verità di tanta tragedia e dolore, tanta miseria e sofferenza, quasi altrimenti incredibili. Mandel'stam (1891-1938) fu sempre estraneo all'omologazione della politica culturale sovietica imposta dal regime comunista e la sua visione indipendente delle cose (a cominciare dal libro 'viaggio in Armenia' del 1933) gli costò sempre più cara con proibizione di pubblicare qualsiasi cosa, perquisizioni, imprigionamenti, vessazioni, riduzione in miseria, sino all'ultimo arresto nel maggio del '38 quando fu spedito , portando con sé solo una 'Divina commedia' innamorato della sua ''luminosa chiarezza'', in un lager vicino Vladivostok dove morì poco dopo. Gli fu vicina con totale dedizione sino alla fine, condividendone la persecuzione, la moglie Nadezda, che dedicò poi la propria vita a salvarne le carte, a recuperarle da amici che le avevano accettate in custodia a proprio rischio e pericolo, a ricostruirle se imparate a memoria.
    ''Steso da mesi sulla tavola che gli serve da materasso Mandel'stam si chiede se è morto o ancora vivo. Dopo il primo mese non gli è più importato'', è l'inizio di questa lancinante doscesa agli inferi in un posto dove anche morisse continuerebbero a alzare la sua mano per poter avere quella razione di pane in più che lui non vuole per sé. Su quella panca, ormai praticamente impazzito e capace di scambiare per applausi alla sua opera i lamenti e rumori degli altri prigionieri, è come in una allucinazione rivivesse la propri esistenza, dall'infanzia borghese e gli studi in Europa, le amicizie letterarie (a cominciare da quella profonda con la Achmatova, il cui marito venne fucilato), alla fame ''che per i Mandel'stam era una vocazione''. Tantissimi gli voltano le spalle e lo abbandonano, così sopravvive grazie agli aiuti elargiti di nascosto da pochi amici, da Sklovskij a persino Bucharin e poi Pasternak, rimproverato dalla moglie stalinista che disprezzava l'ebreo Mandel'stam, che aveva scritto una poesia che gli era costata carissima (e riportata in appendice al libro): due dei versi ''Si sente solo il montanaro del Cremlino / l'assassino e il mangiatore di uomini'', tornano quasi come un refrain tra questi ricordi. E tra i deliri ecco la fantasia, la persecuzione di alcuni dialoghi con lo stesso Stalin, che lo irride e umilia. A Pasternak un giorno dice che la gente si prepara alla morte ma poi cerca di ritardarla e intanto sfinisce i pochi amici con minacce di suicidio e richieste di aiuto: ''Chiudono gli occhi, fanno finta di vivere, cercano un appartamento, comprano scarpe e voltano le spalle alla fossa che si sono scavati'' scrive la Khoury-Ghata. Un libro forte e delicato assieme, dopo il quale non può non venire la voglia di andare a leggere o rileggere Mnadel'stam, ma anche le belle pagine biografiche che gli ha dedicato l'amata Nadezda ''L'epoca dei lupi'' e ''le mie memorie'', pubblicate a inizio anni '70. (ANSA).
   

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