Cognetti e le otto montagne della vita

Romanzo di formazione e di amicizia

(ANSA) - ROMA, 16 GEN - PAOLO COGNETTI, ''LE OTTO MONTAGNE'' (EINAUDI, pp.200 -18,50 euro).
    ''Un uomo con due grandi baffi bianchi mi raccontò che per lui era un modo per ripensare alla sua vita. Era come se, attaccando lo stesso vecchio sentiero una volta all'anno, si addentrasse tra i ricordi e risalisse il corso della propria vita'' scrive Paolo Cognetti, che è facile pensare coincida nella parte più profonda con Pietro, l'io narrante di questo suo primo vero romanzo, dopo tanti libri con bei racconti di grande misura e sensibilità.
    Romanzo di montagna, affascinante e aspro, certo, ma ''non c'è niente come la montagna per ricordare'', quindi storia ricordo di una vita che è percorso di formazione e crescita misurandosi con l'impegno che richiede un ambiente spesso duro e aspro pur nella sua bellezza, e poi assolutamente essenziale e concreto, fatto di alberi, roccia, pascoli (''se non si possono usare, un nome non glielo diamo perchè non servono a niente'') che è tutt'altra cosa che immergersi nella natura, entità astratta per vacanzieri cittadini.
    Pietro ha una famiglia da sempre legata alla montagna, anche se il lavoro l'ha portata a vivere a Milano, una madre che ama sedersi sui prati e un padre camminatore che punta sempre alla cima, sembra un duro ma copre invece così le sue fragilità. I due sono uniti dalla perdita di una persona cara travolta da una slavina sotto la forcella del Sassolungo e si sono sposati in una chiesetta ai piedi delle Cime di Lavaredo, e se le Dolomiti restano il mito originario, ora frequentano le Alpi e il paesino di Grana ai piedi del Monte Rosa, dove Pietro a cominciare da sei anni segue il padre su per le salite e poi giù di corsa, felici, complici, almeno sino a quando il ragazzo cresce, deve trovare una propria identità diversa e libera e se ne va a vivere da solo a Torino. Lascia la famiglia ma anche quello che è diventato il suo amico del cuore, quasi un fratello, Bruno, coetaneo figlio di montanari che vive tra le mucche e scappa per andare con lui in montagna o lungo il torrente. Grana appare comunque come il posto in c'è il bisogno di tornare, quello in cui regolare tutti i conti, specie dopo la morte del padre che, a sorpresa, gli lascia un terreno lì, isolato in alto, con un rudere che riporterà a nuova vita con l'aiuto di Bruno che ormai fa il muratore. E' il momento della riconciliazione col passato, la ripresa di passeggiate anche solitarie verso le vette dove scopre tracce del padre. Un modo di misurarsi continuamente, nelle varie stagioni della vita con la fatica, il richiamo delle vette, il bosco, i prati, le rocce nelle varie stagioni. E' il modo per lui e Bruno di ritrovare se stessi, in questo rapporto che vede uno andare via, anche verso altri monti, in Nepal e Tibet e tornare e l'altro incapace di abbandonare la sua montagna cui lo lega un destino quasi inevitabile e a suo modo esemplare. Il romanzo è allora, pur in una vita che per ognuno è di solitudine, la storia di una intensa, vera amicizia virile, che è anche confronto naturale tra due mondi e modi d'essere, con la figura del padre a far comunque da riferimento. Tutto raccontato con una sobrietà e una misura davvero esemplari e una rara capacità di evitare ogni ombra di retorica, quando sarebbe stato facilissimo cedervi. E' allora che questa storia di uomini e monti, in cui ogni lettore inevitabilmente trova qualcosa di sé, diventa esemplare con Pietro che vaga per mari e monti e Bruno che non si muove da quell'unico che conosce. ''Al centro del mondo c'è un monte altissimo, il Sumeru. Intorno al Sumeru ci sono otto montagne e otto mari. Questo è il mondo per noi'' racconta a Pietro uno sherpa ai piedi dell'Himalaya chiedendogli: chi cresce di più, chi fa il giro degli otto monti o chi arriva in cima a quello centrale? La verità, come Pietro aveva imparato da suo padre, è che esistono montagne cui non si può tornare e una di queste è quella che sta al centro e all'inizio della propria storia, e allora non resta che vagare per le altre otto, perchè crescere è anche misurarsi con le perdite, andarsene, esplorare.(ANSA).
   

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